Nascita e infanzia di Gesù secondo i vangeli apocrifi

Un divino "enfant terrible"


di Gianfranco Ravasi

Il 7 novembre di cent'anni fa si spegneva nella stazioncina di Astàpovo, sperduta nell'immensa Russia, il grande romanziere Tolstoj, in fuga dalla sua famiglia e da sé stesso. Pochi sanno che due anni prima, e precisamente il 12 giugno 1908, egli scriveva la premessa a un libretto diviso in 52 paragrafi, nato dai corsi di religione che aveva tenuto l'anno prima ai figli dei contadini della sua tenuta di Jasnaja Poljana e che aveva intitolato Il Vangelo spiegato ai giovani. Aveva scelto i passi evangelici "più accessibili ai bambini", nella convinzione che essi "come disse Cristo, sono in particolar modo recettivi della dottrina del regno di Dio". Ebbene, spesso si ritiene che una delle parti più adatte ai piccoli sia quella che raccoglie i 180 versetti dei cosiddetti "Vangeli dell'infanzia" di Gesù, presenti nei primi due capitoli di Matteo e di Luca.
Sicuramente, al centro c'è un Bambino, ma quelle pagine sono tutt'altro che bei raccontini destinati a menti ancora in formazione; ciò che generano non è uno stupore infantile a bocca aperta e occhioni sgranati; è, invece, lo stupore della fede adulta che comprende e contempla. A creare la sensazione che quei "Vangeli" siano rivolti più a un pubblico ingenuo che a coloro che cercano un annunzio di salvezza, ha contribuito molto un genere letterario sbocciato nei primi secoli cristiani su imitazione dei Vangeli canonici. Si tratta dei ben noti "Vangeli apocrifi", laddove questa specificazione - che rimanda in greco a qualcosa di "nascosto, segreto" - aveva gettato su quegli scritti una luce misteriosa di esoterismo e di proibito. E gli stessi testi favorivano tale interpretazione. L'importante (anche storicamente) Vangelo di Tommaso, che offre un prezioso campionario di 114 lóghia o "detti" di Cristo, si apriva così:  "Queste sono le parole segrete che Gesù, il Vivente, ha detto. Didimo Giuda Tommaso le ha scritte e ha detto:  Chi troverà l'interpretazione di queste parole non gusterà la morte".
Tale accezione iniziatica del termine "apocrifo" si trasformerà negativamente in quella di "falso", in contrapposizione a ciò che era "canonico", ossia la Scrittura ufficialmente accolta dalla Chiesa, trasformazione dotata, però, di qualche fondamento:  queste pagine, infatti, soprattutto nelle loro narrazioni sull'infanzia di Gesù, accanto a dati storicamente attendibili anche se ignoti ai quattro Vangeli canonici, seminavano a piene mani eventi e parole intrise della spezia della fantasia, fino ad accogliere anche degenerazioni ideologiche, nel tentativo di avallare teorie teologiche di gruppi cristiani locali. Ecco, noi ora vorremmo presentare ai nostri lettori le principali fonti "natalizie" apocrife a cui per secoli hanno attinto non solo le arti, ma anche la devozione popolare, il folclore, i racconti per l'infanzia e persino la liturgia (è noto che le memorie sia della natività sia della presentazione al tempio di Maria, come quella dei nomi dei genitori della Vergine, Anna e Gioacchino, sono da cercare nel primo degli apocrifi che subito evocheremo).
Naturalmente, chi vuol leggere quei testi in edizioni corrette e rigorose non ha che l'imbarazzo della scelta. Accontentiamoci di segnalare soltanto la più recente, quella curata dall'esegeta catalano Armand Puig i Tàrrech, I vangeli apocrifi (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2010, pagine 414, euro 32:  è solo il primo volume ed è quello che tocca il nostro tema). I Vangeli apocrifi dell'infanzia di Gesù si possono proporre secondo un trittico eterogeneo. La prima tavola è occupata dallo scritto più celebre, variamente intitolato dai manoscritti che ce l'hanno conservato, ma comunemente noto come il Protovangelo di Giacomo, probabilmente "il fratello del Signore" (Galati, 1, 19; Marco, 6, 3), primo capo della Chiesa di Gerusalemme, che si autopresenta nell'epilogo così:  "Io, Giacomo, che ho scritto questa storia". Le Chiese d'Oriente, invece, hanno preferito identificarlo in un ipotetico figlio maggiore avuto da san Giuseppe in un precedente matrimonio, mentre il Decreto Gelasiano del vi secolo optava per il Giacomo detto il minore del collegio apostolico. Ma al di là del patronato e delle stesse molteplici versioni a noi giunte, spesso divergenti tra loro, ciò che interessa è il contenuto che ha reso questo testo uno degli apocrifi di maggior successo.
Come scriveva quel grande studioso e teologo che fu Oscar Cullmann, il Protovangelo di Giacomo brilla per "discrezione, intimità e poesia" e merita attenzione anche per la sua antichità:  è, infatti, da collocare tra il 150 e il 200. La trama è semplice e potrebbe essere classificata come una biografia di Maria, dal suo concepimento miracoloso fino alla nascita di suo figlio Gesù. È qui che apparentemente sembra registrarsi una caduta di stile con la scena dell'ispezione ginecologica sulla verginità di Maria. Tuttavia, questa e tutte le altre sottolineature della sua purezza e verginità fin dalla sua concezione sono probabilmente segnate da una finalità apologetica antignostica e, soprattutto, antipagana.
Origene, infatti, ci informa, nella sua polemica col retore e filosofo pagano Celso, che era diffusa tra i pagani la convinzione che "la madre di Gesù era stata ripudiata dal falegname a cui era unita in matrimonio perché trovata colpevole di adulterio, avendo concepito Gesù da un soldato romano di nome Panthera" (Contro Celso, 1, 32). È curioso notare che questo nome strano sembra essere una deformazione del titolo parthénos, "vergine", che i cristiani attribuivano a Maria.
Attingendo ai Vangeli canonici di Matteo e Luca - sui quali vengono innestati dati nuovi e liberi, come l'assassinio di Zaccaria, il padre del Battista, da parte di Erode - rimandando all'Antico Testamento (ad esempio, per il nome e la vicenda di Anna sterile, come era accaduto all'omonima madre del profeta Samuele) riferendosi anche alla letteratura popolare dedicata agli eroi e alle loro origini, l'autore del Protovangelo forse echeggia notizie e informazioni dall'antica tradizione orale cristiana la quale, certamente, aveva fatto da base anche al racconto canonico.
Sta di fatto che il successo di questo apocrifo nella storia dell'arte, del culto e della devozione mariana fu folgorante pure in Occidente, ove fu mediato attraverso quell'opera capitale che fu la Legenda aurea di Jacopo da Varazze (xiii sec.). È a questo punto che dobbiamo introdurre la seconda tavola del nostro ideale trittico apocrifo natalizio.
È il cosiddetto Vangelo dell'infanzia di Tommaso, da non confondere col già citato e rilevante Vangelo di Tommaso, trovato in Egitto. Si tratta di un testo greco, giunto a noi anche in varie traduzioni antiche (siriaco, latino, georgiano, slavo, etiopico) dalla trama semplice ma sconcertante. Semplice, perché racconta atti e detti del piccolo Gesù tra i cinque e i dodici anni, nel silenzio assoluto dei Vangeli canonici che si accontentano di dirci soltanto che "il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui" (Luca, 2, 40), al massimo informandoci con Giuseppe che "andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti:  Sarà chiamato Nazareno" (Matteo, 2, 23). Dicevamo, però, che lo scritto è anche sconcertante in quanto ci offre un ritratto di Gesù come quello di un enfant terribile, capriccioso, arrogante persino coi suoi genitori. Il catalogo di queste divine malefatte, che sono miracoli al contrario, è impressionante:  una paralisi, due morti e una cecità!
Paralitico diventa il compagno che aveva aperto un canale di uscita nella pozza d'acqua che Gesù aveva costruito, come fanno i bambini nei loro giochi; muore un altro ragazzo che l'aveva spintonato, ma si spegne anche il maestro che aveva bacchettato sulla testa questo scolaro inquieto; ciechi si ritrovano i compagni o gli adulti che non stanno dalla sua parte e lo accusano. È pur vero che il piccolo Gesù sfodera poi i suoi poteri divini risuscitando e guarendo, e vivificando anche dodici uccellini da lui plasmati col fango, rendendo potabile l'acqua di un torrente, aggiustando un asse per il lavoro del padre falegname Giuseppe, rendendo impermeabile il manto di sua madre Maria per il trasporto dell'acqua, curando un morso di vipera del fratellastro Giacomo, moltiplicando il grano per i poveri, decifrando il segreto simbolismo della lettera greca alfa e così via elencando per un totale di ben tredici prodigi. È lecita a questo punto una domanda:  qual è il significato ultimo di questa parata taumaturgica un po' istrionica e bizzarra?
Difficile è una risposta univoca e convincente, tra le tante che sono state escogitate, cercando di pescare anche in qualche fluido retroterra gnostico. Si possono, certo, isolare in filigrana alcune iridescenze simboliche, come quella del giudizio su coloro che rifiutano Cristo, secondo quel contrasto tra mondo e parola divina, tra luce e tenebre, tra fede e rifiuto che domina nel Vangelo di Giovanni. Il citato Puig i Tàrrech, con qualche contorcimento interpretativo, arriva al punto di affermare che l'autore di questo Vangelo "con un'intelligenza narrativa decisamente singolare, procederebbe a una riduzione ad absurdum della questione della divinità di Gesù e presenterebbe un Gesù in-credibile, per mostrare come tale divinità debba essere creduta e riconosciuta nella sua autenticità". Detto altrimenti, sarebbe un racconto paradossale, "al limite", del quale bisogna cogliere la cifra nascosta per decrittarne il senso profondo. Sarà pure così, ma sta di fatto che il risultato più evidente è che "Tommaso" riesce a far brillare di luce irraggiungibile la sobrietà e la limpida serietà teologica dei Vangeli canonici dell'infanzia di Gesù.
Siamo, allora, giunti al terzo quadro della nostra trilogia, il Vangelo dello Pseudo-Matteo, così denominato dal famoso studioso ottocentesco Constantin von Tischendorf, lo scopritore del celebre codice Sinaitico della Bibbia, nel monastero di Santa Caterina al Sinai. In realtà, la sostanza di questo apocrifo è solamente la ripresa libera proprio delle altre due tavole narrative del nostro trittico, arricchendole di particolari inediti. Perché, allora, evochiamo anche questo scritto, sorto tra il 600 e il 625 in qualche monastero latino occidentale? Lo facciamo proprio per questa sua funzione di mediazione tra Oriente e Occidente della tradizione apocrifa di Giacomo e Tommaso e per lo straordinario successo che l'opera registrò nella devozione delle nostre Chiese, anche attraverso il filtro già citato della Legenda aurea. Se cerchiamo notizie storicamente attendibili sulle origini di Gesù, la messe di dati che troviamo leggendo le pagine del nostro trittico è forse modesta anche se non inesistente. Se, invece, desideriamo interpretare l'iconografia dell'arte e della fede cristiana dei secoli successivi, dobbiamo certamente tenere sul tavolo, accanto a Matteo e Luca, anche gli apocrifi che vanno sotto il nome di Giacomo, di Tommaso e dello Pseudo-Matteo.
Una piccola nota in appendice e un po' fuori tema. Pochi sanno che alla conservazione di ágrapha, ossia di parole ed eventi "non scritti" (nei Vangeli canonici) di o su Gesù ha contribuito anche l'islam:  lo scorso anno Sabino Chialà ha pubblicato appunto I detti islamici di Gesù (Milano, Fondazione Valla-Mondadori, 2009, pagine 520, euro 30). Ne vorrei citare uno di grande suggestione. Se da Agra, l'indimenticabile capitale moghul dell'India, sede del Taj Mahal ("una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo", come lo definiva Tagore), il turista scende per una quarantina di chilometri a sud-ovest, scopre la città fantasma di Fatehpur Sikri, edificata nel Cinquecento dall'imperatore Akbar come un crocevia utopico delle religioni, fuse nella sua din-i-llahi, "la religione di Dio", un arcobaleno sincretistico di fedi diverse. Per questo sulla moschea della città egli aveva apposto questa iscrizione:  "Gesù - che la pace sia con lui - disse:  Il mondo è un ponte. Attraversalo, ma non fermarti lì". Ora, anche nel citato Vangelo di Tommaso, all'interno dei suoi 114 detti di Gesù ci si imbatte nell'appello:  "Siate gente di passaggio!". Sia nella scritta di Fatehpur Sikri sia in quest'altra frase si può sentire l'eco delle parole evangeliche di Cristo sul vero tesoro, che non è nella passeggera ricchezza terrena (Matteo, 6, 19-34), e sul vano affannarsi nell'accumulo dei beni transitori (Luca, 12, 16-31).



(©L'Osservatore Romano 25 dicembre 2010)
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