L'"Adorazione dei pastori" di Giorgione

All'alba del primo giorno


di Timothy Verdon

La più intima delle messe di Natale è quella celebrata a prima luce, normalmente alla presenza di pochi fedeli. La lettura veterotestamentaria conserva, è vero, gli accenti socio-morali dell'Avvento, descrivendo l'arrivo di un Salvatore nel contempo giudice e vendicatore - "Ecco, ha con sé la sua mercede, la sua ricompensa è davanti a lui" (Isaia, 62, 11) - e nello stesso spirito il salmo dice del giorno appena incominciato:  "Una luce s'è levata per il giusto, gioia per i retti di cuore" (Salmi, 96, 11). Ma la bellissima seconda lettura, tratta dalla lettera paolina a Tito, ammorbidisce questo linguaggio, caratterizzando Natale come la manifestazione della "bontà di Dio, Salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini" (3, 4); questa frase è particolarmente eloquente nel latino della Vulgata, dove al posto di "bontà" e "amore per gli uomini" si legge benignitas et humanitas salvatoris nostri Dei. Così formulato, l'asserto diventa quello di una "umanità di Dio" resa visibile a Natale:  concetto paradossale e al contempo fondamentale della fede cristiana.
Il clima d'intimità di questa messa è frutto soprattutto della lettura evangelica. Apre con la decisione presa dai pastori dopo che gli angeli si fossero allontanati - "Andiamo a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere" - e racconta come essi "andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia" (Luca, 2, 15-16). L'opera riprodotta a fronte visualizza la scena:  è una Adorazione dei pastori eseguita per un collezionista intorno al 1505, un'immagine per la meditazione personale. Attribuita al maestro veneziano Giorgione (Giorgio da Castelfranco), l'incantevole tavola ambienta l'evento nella prima luce del giorno, davanti a una grotta situata su un lieve rialzo nel terreno, da cui si vede la pianura con case e torri e le montagne da cui sono arrivati i pastori. Questi poi sono appena due di numero, e così la loro decisione di affrontare "senz'indugio" il lungo viaggio ha il carattere di un pellegrinaggio personale; giunti alla meta, s'inginocchiano in atteggiamenti di preghiera simili a quelli di Maria e Giuseppe davanti al bambino che giace, non in una mangiatoia ma per terra, su un panno sovrapposto al lembo del manto della madre.
In quest'opera paesaggio e figure insieme esprimono un'armonia quasi musicale. L'interiorità meditativa dei personaggi che, silenziosi, contemplano il neonato Gesù viene sottolineata dalla loro sistemazione intorno al bambino in un cerchio davanti all'arco semicircolare della grotta:  il cerchio è una forma chiusa che torna su se stessa. Giorgione equilibra l'arco della grotta, sul piano, con il gruppo di persone sistemato in profondità, per dare precise coordinate di una lettura formale - piano e profondità - che egli poi sviluppa nel paesaggio, giustapponendo elementi naturali che conducono l'occhio verso le montagne, con altri, architettonici, che ristabiliscono il piano pittorico.
Il risultato è un'immagine che, nonostante le piccole dimensioni, s'impone con forza grazie all'armonica sinergia tra cosmo ed evento storico. Mentre spesso nell'arte rinascimentale il paesaggio ha una sua vita distinta, a cui l'uomo può sentirsi unito pur rimanendo separato, qui scompare ogni separazione:  l'armonia della natura sembra infatti dipendere dal gruppo umano, che a sua volta sembra aver raccolto e interiorizzato l'ordine dell'universo in una profonda comunione raddolcita dalla luce mattutina. La semplificazione delle forme corporee, l'unificazione tonale dei colori primari e l'intensa ma serena interiorità dei personaggi comunicano mirabilmente la pace che - assieme alla luce - entra nel mondo con Cristo.
Di particolare interesse è la figura di Maria posta al centro dell'ingresso alla grotta, che adora il bambino nato sulla terra. In un senso poetico, la maternità di Maria è associata alla terra, e sant'Agostino non esitava ad affiancare al cruciale passo del Nuovo Testamento in cui viene affermato che "il Verbo si fece carne" (Giovanni, 1, 14), un versetto tratto dall'Antico, "La verità germoglierà dalla terra, e la giustizia si affaccerà dal cielo" (Salmi, 84, 12), per poi affermare:  "La verità è germogliata dalla terra, perché il Verbo si fece carne (...), la verità è germogliata dalla terra:  la carne di Maria" (Discorso 185, Patrologia Latina, 38, 997-999).
In Maria, "terra vergine" da cui Cristo prende la nostra natura umana, la natura stessa viene riportata alla sua condizione originale, un po' come nell'idilliaco paesaggio del Giorgione. Lodando Maria, sant'Anselmo dirà che "cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature (...) si rallegrano o Signora, di essere stato per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto (...). Hanno esultato come di una nuova e inesprimibile grazia, sentendo che Dio stesso, lo stesso loro Creatore, non solo invisibilmente le regge dall'alto, ma anche, presente visibilmente tra loro, le santifica servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti dal frutto benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta" (Discorso 52, Patrologia Latina, 158, 955-956).



(©L'Osservatore Romano 29 dicembre 2010)
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