Le incursioni aeree avvennero il 5 novembre 1943 e il 1° marzo 1944

Bombe in Vaticano


Con i vetri rotti faceva freddo e Montini ospitò Tardini

di Raffaele Alessandrini

"Il (primo) bombardamento del Vaticano avvenne il 5 novembre 1943, alle ore 20,10". Comincia così un appunto di monsignor Domenico Tardini, segretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari, che figura nel volume 7 degli Actes et documents du Saint Siège relatifs à la seconde guerre mondiale pubblicato nel 1973. Il testo è ora riportato integralmente nel libro 1943 Bombe sul Vaticano (a cura di Augusto Ferrara, Città del Vaticano -Pescara, Libreria Editrice Vaticana -Augusto Ferrara Editore, 2010, pagine 148, euro 30) e si riferisce a un episodio tanto clamoroso quanto poco ricordato, descritto in queste pagine con un ricchissimo corredo fotografico che offre, al di là di ogni commento, la documentazione drammatica di un evento che solo per puro caso non fece vittime. Come sottolinea il curatore, col bombardamento del Vaticano "erano stati violati non solo la sovranità di uno Stato non belligerante, ma il cuore della cristianità universale".
Accanto al ricco corredo di immagini fotografiche inedite il volume di Ferrara presenta diversi testi e riproduzioni di documenti tratti dalle cronache del tempo, relativi a giornali, repertori e periodici tra cui "L'Osservatore Romano", "La Civiltà Cattolica", "Il Messaggero". Non mancano come si è detto citazioni ampie degli Actes et documents du Saint Siège e degli "Acta Apostolicae Sedis". Peculiarità singolare del volume è poi la ricca documentazione filatelica e postale del tempo; Ferrara, del resto, aveva già dato anticipazione sintetica delle vicende illustrate in queste pagine nel numero 61 (gennaio-febbraio 2008) del periodico "L'Informazione del Collezionista" da lui diretto.
Nel rileggere l'incipit dell'appunto di monsignor Tardini peraltro salta subito agli occhi l'attributo "primo" messo tra parentesi, il che fa intuire che di bombardamenti in Vaticano ve ne siano stati altri. E infatti fu proprio così.
Il presente volume si riferisce solo al bombardamento del 5 novembre 1943, basta però leggere le note a piè di pagina presenti negli Actes et documents (7, p. 688) - ma omesse nella ricostruzione curata da Ferrara - per apprendere che l'appunto di Tardini fu scritto nel 1944 senza indicazione di data, ma certamente dopo il 1° marzo, poiché quel giorno, a poco meno di tre mesi dal precedente attacco, un secondo velivolo gettò sei bombe di piccolo calibro nelle immediate adiacenze del Vaticano uccidendo questa volta un operaio in piazza del Sant'Uffizio e ferendo un religioso agostiniano olandese ospite del collegio di Santa Monica. Le bombe causarono diversi danni al palazzo del Sant'Uffizio, alla sede dell'Oratorio di San Pietro e al Collegio Urbano di Propaganda Fide sul vicinissimo Gianicolo. L'appunto senza data di Tardini è stato evidentemente scritto dopo questo secondo bombardamento. Poiché però esso tratta dell'episodio iniziale del 5 novembre 1943, i curatori degli Actes et documents hanno trovato più opportuno accluderlo alla documentazione cronologica relativa al primo bombardamento, rievocato, per giunta, da uno dei più autorevoli testimoni oculari dell'evento.
"Era una serata molto chiara e serena. Si sentì, per più di mezz'ora - scrive Tardini - un aeroplano girare insistentemente su Roma e, in specie, sul Vaticano. Verso le 8,10, mentre una squadriglia alleata sorpassava il Vaticano, l'aeroplano che aveva fino allora girato su Roma, gettò quattro [in realtà erano cinque ma una rimase inesplosa] bombe e si dileguò. Le bombe caddero nei giardini vaticani:  la prima presso la Radio ricevente, un'altra presso il palazzo del Governatorato, una terza sopra il laboratorio dei mosaici [che riportò danni gravissimi e perdite incalcolabili dal punto di vista artistico e culturale], la quarta presso il palazzo del Cardinale Arciprete. Se fossero cadute pochi metri più in là, avrebbero colpito la Radio, il Governatorato, il palazzo dei Tribunali (dove dimoravano i diplomatici) e quello dell'Arciprete (...) I danni furono notevoli perché tutti i vetri andarono in frantumi. Nessuna vittima umana. L'unica - osservava monsignor Tardini - sarei forse stato io stesso se mi fossi trovato nel mio studio (ero, invece, nel corridoio, avviato verso lo studio)". Qui, sul volume degli Actes, sempre in nota, si legge come Tardini avesse la sua residenza privata all'ultimo piano del palazzo del Governatorato e si ricorda altresì come il prelato romano - notoriamente dotato di un umorismo naturale che non lo abbandonò mai - accennando alle porte, alle finestre divelte e ai soffitti semidistrutti, avrebbe chiosato la devastazione con due parole:  "Città aperta!". Dettaglio meno noto è l'ospitalità che il sostituto Giovanni Battista Montini offrì a monsignor Tardini nel suo alloggio:  era novembre, faceva freddo e i vetri alle imposte non c'erano più.
Come risulta dal volume di Ferrara sui responsabili del raid aereo del 5 novembre - mai del tutto accertati - ci fu uno scambio di accuse tra le parti belligeranti:  gli anglo-americani venivano apertamente accusati sulla stampa italiana dai tedeschi e dai fascisti della repubblica di Salò. Ma in Vaticano a soli tre giorni dal bombardamento, girava un'altra versione dei fatti. L'aereo che effettuò l'attacco sarebbe stato un Savoia Marchetti repubblichino - S.M. 79 "Sparviero" - pilotato da un tal sergente Parmeggiani partito da Viterbo su incarico del gerarca e squadrista Roberto Farinacci.
Le cinque bombe erano destinate a colpire la stazione radio vaticana che trasmetteva notizie militari agli anglo-americani (pp. 22-23). La cosa risulterebbe da diverse fonti tra cui un'intercettazione telefonica tra un sacerdote, padre Giuseppe, e il gesuita Pietro Tacchi Venturi, che com'è noto, fu mediatore tra le autorità germaniche e fasciste che governavano la capitale e i vertici della Segreteria di Stato vaticana. Di fatto conferme certe anche di tale versione non risultano. Lo stesso Tardini, nel già citato appunto del 1944, registra pure una testimonianza ancora diversa dei fatti che attribuiva l'attacco del 5 novembre 1943 all'iniziativa individuale di un pilota americano.
Meno dubbi ci sono invece sul fatto che proprio repubblichino fosse il secondo velivolo che bombardò i confini del Vaticano il 1° marzo 1944. Lontani racconti della famiglia di chi scrive, allora residente nella zona, ricordavano l'aereo che portò l'attacco alla stessa ora del precedente, intorno alle 20, e che, nelle sue evoluzioni a bassa quota, dovette urtare su un ostacolo, forse un albero o uno dei contrafforti del Gianicolo, e pur liberandosi frettolosamente del suo carico di bombe non riuscì a riprendere assetto di volo e andò a schiantarsi al suolo dopo aver colpito con un'ala una casa in via del Gelsomino - vi morì un'anziana - giusto dietro la Città del Vaticano. Tanto l'aereo quanto l'aviatore morto furono rimossi frettolosamente.
Di questo secondo bombardamento c'è una postilla singolare e commovente in un libro del 1966 di monsignor Giulio Barbetta (1890-1976) - canonico di San Pietro e in seguito vescovo titolare di Faran e presidente del Pontificio Oratorio di San Pietro - dedicato al fondatore dell'Oratorio, cardinale Francesco Borgongini Duca (1884-1954) - Un cardinale tra "li regazzini"(Roma, Città Nuova Editrice, 1966, pagine 364). Monsignor Barbetta riferisce testualmente le circostanze del bombardamento del 1° marzo 1944 all'Oratorio di San Pietro attiguo al palazzo del Sant'Uffizio. "A un tratto due o tre fortissimi scoppi ci fecero balzare da tavola, e ci sembrò che una bomba fosse scoppiata nel cortile. Passato il primo momento di paura, scendemmo giù:  buio e silenzio. Fuori della porta d'ingresso, invece, si percepiva un certo brusio. Aprimmo il portone - dice monsignor Barbetta - e scorgemmo a pochi passi, disteso a terra, un povero viandante, colpito a morte da una scheggia di bomba. Mi affrettai a dargli l'assoluzione e corsi a prendere l'olio santo (...) Chi aveva lanciato quella bomba? Un misterioso (ma non troppo) aeroplano, che già aveva fatto alcune sere prima le prove, in prossimità della radio vaticana". Anche qui, come si vede, torna in discussione la radio.
"Ma ciò che stupì tutti - osserva monsignor Barbetta - fu il fatto veramente singolare, che il vetro che proteggeva la Madonnina collocata tra il Palazzo del Sant'Uffizio e la porta dell'Oratorio [precisamente accanto all'abside della chiesetta medievale di San Pietro in Borgo], rimase intatto benché parecchie schegge colpissero il muro intorno intorno, e quasi tutti i vetri del Palazzo andassero in frantumi. Da tutti si gridò allora all'evidente protezione di Maria, che non solo aveva salvato l'Oratorio dalla distruzione e dalla morte, ma aveva voluto dare una prova tangibile del suo patrocinio". La riconoscenza dell'Oratorio e la devozione popolare reclamavano un riconoscimento e fu monsignor Borgongini Duca, allora nunzio in Italia, a farsene promotore. Così il 27 febbraio 1950 fu costruita intorno all'antica immagine un'artistica edicola opera dello scultore Silvio Silva.
Oggi chiunque passi per piazza del Sant'Uffizio - da via di Porta Cavalleggeri restando sul lato sinistro in direzione della basilica di San Pietro - può così osservare i due angeli con gli scudi imbracciati a protezione dell'effigie mariana. In basso, a ricordo dell'evento, campeggia l'iscrizione dettata da Borgongini Duca:  Ab Angelis defensa kal. mart. a.d. mcmxliv.



(©L'Osservatore Romano 10-11 gennaio 2011)
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