La spiritualità del laicato secondo John Henry Newman

L'uomo più pericoloso
di tutta l'Inghilterra


Pubblichiamo ampi stralci di una delle relazioni pronunciate al simposio internazionale "Il primato di Dio nella vita e negli scritti del beato John Henry Newman" che si è tenuto alla Pontificia Università Gregoriana per iniziativa dell'International Centre of Newman Friends.

di DONNA ORSUTO
Pontificia Università Gregoriana

L'impegno del beato John Henry Newman per la promozione di un laicato intelligente e istruito è ben noto. Quale "grande campione del ministero profetico del laicato cristiano", Newman era convinto del fatto che soltanto un laicato ben formato sarebbe stato pronto ad andare per il mondo e a parlare in modo convincente della propria fede. Nel 1851 scriveva con passione ed eloquenza su questa tema: "Non dovete nascondere il vostro talento o tenere celate le vostre virtù. Desidero laici non irruenti nel parlare né litigiosi, ma persone che conoscano la propria religione, che la pratichino, che sappiano qual è il loro ruolo, che sappiano cosa hanno e cosa non hanno, che conoscano il loro credo tanto bene da poterlo diffondere, che conoscano così bene la storia da poterlo difendere. Desidero laici intelligenti e istruiti (...) Desidero che ampliate le vostre conoscenze, coltiviate la ragione, riflettiate sulla relazione di verità, impariate a vedere le cose così come sono, a capire in che modo la fede e la ragione sono in rapporto fra loro, quali sono le basi e i principi del cattolicesimo". Le idee di Newman sull'istruzione del laicato e, in particolare, sulla consultazione di quest'ultimo su questioni di fede, però, non erano molto popolari nella sua epoca. Uno dei suoi detrattori, monsignor George Talbot, in una lettera al cardinale Henry Edward Manning, si lamenta del fatto che il laicato "sta mettendo in pratica la dottrina insegnata dal dottor Newman", e prosegue: "Qual è il ruolo dei laici? Cacciare, sparare, intrattenere. Queste cose le padroneggiano, ma non hanno alcun diritto di intromettersi in questioni ecclesiastiche (...). Il dr. Newman è l'uomo più pericoloso d'Inghilterra".
Sia negli scritti formali sia nei rapporti con i suoi amici laici, l'impegno di Newman nel promuovere la vocazione e la missione del laicato è indubbio. Infatti, come osserva Ian Ker: "Nella sua lunga vita, dagli inizi nella Chiesa d'Inghilterra e dall'influenza che vi esercitò, in particolare a Oxford, alla fine, come cardinale della Chiesa cattolica romana, è possibile rintracciare nel pensiero di Newman sul laicato un modello costante e armonioso. In Newman rintracciamo sempre la preoccupazione di rendere il laicato una forza attiva, all'opera sia nella Chiesa sia nel mondo in generale".
Concentriamoci su una amicizia e un sermone in particolare. L'amico era James Robert Hope-Scott (1812-1873), seguace del trattarianesimo e avvocato di successo, che divenne cattolico romano nel 1851. L'amicizia fra Hope-Scott e Newman cominciò a Oxford nel 1837 e durò circa trentacinque anni. Soltanto nelle lettere e nei diari, Hope-Scott viene menzionato 481 volte. Newman e altri lo consultavano spesso e "Chiedi a Hope" divenne quasi un detto in quel circolo di amici. Quel che ci interessa è il sermone intitolato "Nel mondo, ma non del mondo", predicato da Newman alla messa esequiale di Hope-Scott celebrata nella Jesuit Church a Farm Street, a Londra nel maggio 1873.
Questo sermone, e suggerirei la spiritualità dei laici secondo Newman, si impernia sul versetto di Giovanni "e il mondo passa con la sua concupiscenza; ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno!" (2, 17). La spiritualità dei laici secondo Newman è opportunamente legata alle sue idee sul mondo e alla sfida perenne del relazionarsi del cristiano con quest'ultimo. In termini più semplici, ripetendo il titolo di questo sermone: come può un cristiano vivere nel mondo senza essere del mondo?
In questo sermone, Newman parla con eloquenza di vocazione come del dovere di mettere le proprie qualità al servizio degli altri. Dice: "Non siamo nati per noi stessi, ma per la nostra specie, per il nostro prossimo, per il nostro Paese". Riconosce anche che "dobbiamo molto a quanti si dedicano alla vita pubblica", ma questo servizio abnegato non è sempre facile e spesso può portare a un compromesso in cui si è "obbligati a una routine" e dove, a volte, si può operare soltanto "quel che si considera essere la seconda miglior scelta". In primo luogo Newman propone una spiritualità laica di impegno attivo nel mondo. Riferendosi all'amico scomparso Hope-Scott, suggerisce che quel che gli aveva permesso di rendere un'efficace testimonianza cristiana in mezzo alle responsabilità terrene era stato il dono della fede.
Questo tema è anche evidenziato in altri scritti di Newman, in particolare quando si concentra sui politici. Nel suo articolo Un Paese migliore: la vita pubblica secondo Newman, Edward Short propone un meraviglioso insieme di citazioni di Newman per dire che i funzionari pubblici non possono trascurare la propria religione quando entrano nella vita pubblica.
In secondo luogo, Newman propone una spiritualità laica di attaccamento a Cristo e di distacco dal mondo. In questo sermone per il suo amico scomparso, osserva che Hope-Scott "era libero dall'ambizione in modo singolare", cosa che è attribuibile alla "sua speciale religiosità della mente" e "al suo senso intimo della vanità di tutte le differenze secolari e alla sua devozione a Dio che solo è fedele e vero".
Questo attaccamento a Cristo conduce a un gioioso arrendersi a Cristo nelle vicissitudini della vita. Nel sermone per le esequie di Hope-Scott, Newman osserva che il suo amico "aveva una mente giovane, che mantenne sempre, fino all'ultimo, la sua gioiosa energia". Nel suo sermone Il cristiano apostolico, Newman afferma che una caratteristica dei primi cristiani era "la gioia in tutte le sue forme, non solo un cuore puro, non solo mani pulite, ma (...) un'espressione gaia". Newman afferma: "Io dico gioia in tutte le sue forme, perché nella gioia autentica sono incluse tutte le numerose grazie; le persone gioiose sono amorevoli, indulgenti, munifiche. La gioia, se deve essere gioia cristiana, la gioia raffinata dei mortificati e dei perseguitati, rende gli uomini pacifici, sereni, grati, gentili, affettuosi, miti, gradevoli, speranzosi. Sono pieni di grazia, dolci e vincenti".
La visione di Newman della vocazione laica ha senso soltanto nel contesto dell'eternità. La sua spiritualità di impegno attivo con il mondo bilanciato da un attaccamento a Cristo ha una dimensione escatologica. Come afferma san Paolo: "Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini" (1 Corinzi, 19).
Molti studiosi di Newman sottolineano la dimensione escatologica quale elemento essenziale dell'insegnamento spirituale di Newman. Non sorprende che essa emerga come sua idea chiave della spiritualità laica. Newman evidenzia che ciò che equilibra l'impegno per Cristo nel mondo è un senso di veglia e di attesa di Cristo. Il 13 aprile 1882, Newman scrive una lettera a Emily Bowles, commentando le Memoirs of James Hope-Scott di Ornsby in corso di pubblicazione: "Le azioni e le lettere di Hope-Scott sono tanto intense da esprimere il suo carattere meraviglioso e non hanno bisogno di alcun commento. Dico "meraviglioso" perché è difficile trovare un uomo del mondo tanto profondamente religioso, tanto santo interiormente. Un uomo può avere molti pregi, ma non avere interiorità. Hope-Scott parla da sé".
Questa interiorità tipica della spiritualità di Hope-Scott non lo teneva lontano dagli altri. In un altro sermone, Newman spiega che i cristiani sono chiamati a svolgere i propri doveri nella vita proprio come tutti gli altri, ma c'è una differenza: "Vivere in cielo con i pensieri, le motivazioni, le finalità, i desideri, i gusti, le preghiere, le intercessioni, perfino mentre si è ancora sulla terra, sembrare come gli altri, essere impegnati come gli altri, passare inosservati nella folla o persino essere disprezzati od oppressi, o forse in altre condizioni, ma avere comunque un canale segreto di comunicazione con l'Altissimo, un dono che il mondo non conosce".
Ecco uno scambio epistolare avvenuto fra i due amici: John Henry Newman e James Robert Hope-Scott. La vigilia di Natale del 1857, Newman scrisse a Hope-Scott ricordandogli come cinque anni prima aveva trascorso il Natale "su al Nord" con la famiglia Hope-Scott. Scrive: "Cinque anni, mi prende la malinconia, perché è come una campanella che passa, portando via il tempo. Spero non sia errato dire che il trascorrere del tempo per me ora è triste e orribile, perché mi ricorda quando ho dovuto fare, quanto ho fatto e quanto poco tempo ho ancora per farlo. Pensavo che sarei vissuto a lungo, ma ora non so che pensare. Comunque non sono riflessioni adatte alla vigilia di Natale".
Il 30 dicembre 1857, Hope-Scott risponde con grande maestria alla lettera un po' cupa di Newman. Leggendo tra le righe si nota l'influenza fortissima che Newman aveva su Hope-Scott, il quale riprende nella sua risposta ciò che Newman gli aveva insegnato. A questo punto Hope-Scott ha quarantasette anni, Newman ne ha dieci di più e sono amici da venti: "Caro padre Newman, (...) non mi piacciono i vostri mugugni. Avete fatto più della maggior parte delle persone, e non siete mai stato ozioso e sul modo in cui l'avete fatto con dirò nulla. Potrete anche pensare che avreste potuto farlo meglio, ma ricordo che una volta mi diceste che "non c'è nulla che non avremmo potuto fare meglio" e questo mi fu molto di conforto perché, ponendo ogni fallimento particolare, sotto la legge generale dell'infermità, mi tranquillizzò e mi rese umile. Dunque, per quanto riguarda il futuro: avrete tempo per ciò che siete incaricato di fare mentre di ciò di cui non siete incaricato non dovete preoccuparvi. Ma ho scritto un sermone! So che è piuttosto impudente da parte mia (...) Tiratevi su e cominciate a lavorare, non come se doveste fare qualcosa di particolare prima di morire, ma come se doveste fare del vostro meglio fino al momento di morire".
Questa risposta coglie un elemento essenziale della spiritualità di Newman, tanto appropriato non solo per i laici, ma anche per tutti i cristiani: l'idea di vivere secondo la divina provvidenza, afferrando l'attimo, accettando i doveri che dobbiamo compiere. Si tratta di una spiritualità pratica così adatta alle donne e agli uomini laici di oggi che sono chiamati a vivere la loro vocazione e la loro missione nel mondo.



(©L'Osservatore Romano 7-8 febbraio 2011)
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