La Bibbia nella letteratura italiana tra Ottocento e Novecento

Il sacro calato tra umile e sublime


di Claudio Toscani

Dopo l'impresa dei cinque volumi sul Mito nella letteratura italiana, Pietro Gibellini (filologo e critico a Cà Foscari di Venezia), rende ora pubblica, sempre presso l'editrice Morcelliana di Brescia, un'altra ingente fatica:  in due libri (stavolta con l'aiuto di Nicola Di Nino), presenta l'esito di una stimolante ricerca su La Bibbia nella letteratura italiana (i:  Dall'Illuminismo al Decadentismo, pagine 420, euro 28; ii:  L'età contemporanea, pagine 583, euro 38).
L'aver attirato l'interesse di molti italianisti, prima sull'eredità mitologica e ora su quella biblica, non solo rivela l'assenza di pregiudizi ideologici o confessionali, né vuole in qualche modo ravvisare una continuità operativa tra un'attenzione rivolta agli "dèi falsi e bugiardi" e un'altra alla Sacra Scrittura, bensì attesta, come si legge in premessa:  "L'agnizione delle due inestricabili radici della identità culturale europea oggi sollecitata dal confronto con le ondate migratorie del cosiddetto mondo globale:  quella classico-razionalista e quella giudaico-cristiana" in secoli di agonismo e di polemica, ma  anche  di conciliazione, dialogo, cooperazione.
Questa fragrante panoramica di echi e motivi biblici e cristiani nei nostri scrittori moderni e contemporanei - condotta per capitoli monografici su grandi o meno grandi personaggi, ma anche su modi e momenti di generale rilievo del tema di questi due volumi ai quali i curatori auspicano un retroterra di secoli precedenti - esordisce su Parini e la sua Bibbia nascosta, sino a ipotizzarne un "apocrifo", e trascorrendo da un Alfieri che nei suoi drammi biblici si muove tra umanesimo e razionalismo, a un Monti che nell'età di Voltaire e di Diderot si presenta come "archeologo" di poeti ebrei, approda a un Foscolo dall'inattesa esperienza mistica. La centralità della figura manzoniana impegna sia il critico Giuseppe Langella, che tratta della sua attività di innografo cristiano, sia l'analista Grazia Melli, che ne rivisita il romanticismo religioso e la morale cattolica, sia la studiosa Maria Belponer, che ne inquadra il discorso delle beatitudini ne I promessi sposi. Un Leopardi che "riscrive" la Bibbia e riflette sulla sublimità delle sue pagine, tra Inno ai patriarchi e Storia del genere umano, è capitolo di transito tra l'una e l'altra metà del primo volume che, dopo un sguardo sul suscitante dialetto del Belli (a firma dei curatori dell'intera opera), poggia sul binomio Bibbia e politica in Tommaseo e la sua rivoluzione secondo il Vangelo. Mentre Giorgio Bàrberi Squarotti insedia un capitolo sui santi e sui miracoli in Manzoni e Verga, a cui Gibellini aggiunge la "mala Pasqua" di compare Turiddu, ecco profilarsi il Pascoli delle tracce bibliche, della figura di Cristo sullo sfondo di una sua polemica con la Chiesa romana, e di un suo "piccolo", personale Vangelo nelle speciali traduzioni da Luca e Matteo. Chiude una soda indagine, tra antologia ed esegesi, della "Madonna nella poesia dell'Ottocento", di Angelo Lacchini, con brillante acquisizione mariana del laico Montale, inconsapevole forse ma non incurante della sua carsica memoria cristiana.
Un Novecento discontinuo ma non estraneo apre con le citazioni bibliche di D'Annunzio e gli approfonditi passi e passaggi da Ada Negri ad Antonia Pozzi, da Cristina Campo ad Alda Merini, donne diversamente ma profondamente toccate dal testo biblico - che dell'imprendibilità del Verbo hanno fatto prensile poesia - per poi annoverare alcuni grandi del secolo, dopo un capitolo che tra l'umile e il sublime insinua il sacro nella poesia dialettale novecentesca, con speciale riguardo a spunti biblici e alle riflessioni religione di Trilussa. Da Federigo Tozzi - scandendo, nel campo delle epifanie religiose, ora il conflitto tra anima e corpo, ora l'estasi dello sguardo - a Umberto Saba, la cui cultura ebraica intrisa da verticale senso di colpa, lo fece poeta di "calda vita" e di quotidiano rispetto del divino. Poi, a un saggio di Marco Testi su Clemente Rebora - a partire dalla stagione dei Frammenti al "dopo" della conversione e fino alla morte - che fa capo a un'ermeneutica del divino mirata sulla "scelta tremenda" di un poeta sacerdote dalla voce che seppe giungere fino alle trascendentali porte del silenzio dell'infinito e dell'eterno, seguono riflessioni su Onofri (poesia-immagine del Verbo), su Ungaretti (ricerca di Dio tra conflitti e dialogo), su Quasimodo (recuperato in pagine che lui volle "disperse"), su Luzi, poesia come preghiera tra il male della storia e una finale contemplazione della luce.
Ancora meno che nel precedente, nel volume novecentesco è assente l'ambizione sistematica d'assieme di caratteri dominanti. E tuttavia, se non c'è sempre lo sguardo levato verso l'Altissimo, c'è per contro e assai spesso la tensione a calare il divino nell'umano, il Dio nascosto nelle pieghe degli animi, il Cristo nel prossimo nostro. Tuona Turoldo al riguardo con versi da salmista; dall'altra parte sembra fargli eco Primo Levi con lampi biblici tra Esodo, Levitico, Deuteronomio, Giobbe ed Ecclesiaste; nel mezzo, un irenico Santucci, mentre il volume si fa estremamente dialettico sulle figure di Pasolini e Fenoglio.
Per quanto attiene agli interventi tematici, due sono in particolare i lavori calati su figure che hanno attraversato i secoli per sconfinate e spesso confuse risoluzioni di pensiero. Il primo è su Giuda nella narrativa e nel teatro più recenti:  una figura che ha attirato particolari attenzioni negli scrittori novecenteschi, poliedrico, drammatico, enigmatico, e dunque esemplarmente vicino al nostro tempo. Il secondo è sulla Maddalena, che fa giusto riferimento a una raccolta poetica di Davide Rondoni.
Interventi che, dopo quello sul realismo cristiano di Marco Beck, preludono alla chiusa squisitamente mariana:  sulla presenza, cioè, della Vergine, nella poesia di un secolo, quello appena concluso, il quale oltre che "madre", la sente "sorella"; oltre che "assunta" la vuole "vicina" a sé, nel migrare dei giorni.
In genere sono corse, negli ultimi cent'anni o quasi, suppliche al Dio misericordioso più che al Dio giusto, perché guardi all'umanità, alla base ferina della specie, che ha dimenticato la scintilla creaturale e creativa per una vita puramente biologica e utilitaria. "Un moto verticale - annotano i curatori Gibellini e Di Nino - che s'incrocia con quello orizzontale della comprensione, della tolleranza, della carità".
Un leit motiv percepibile sopra le discontinuità, le inclinazioni, gli orientamenti:  cercare il divino sulla base di una comune humanitas; bisogno di "far carne" del "Verbo", in poesia o in prosa, dopo che il "Verbo" s'è "fatto carne", ovunque.



(©L'Osservatore Romano 3 settembre 2009)
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