Fu presidente della Gioventù cattolica italiana dal 1922 al 1928

Il giovane oratore
che snobbava Mussolini


di Sebastiano Corsanego
Canonico di San Pietro

Quod non est in actis non est in mundo:  "Ciò che non risulta nei documenti non esiste nel mondo". Parecchi anni fa un amico di mio padre - Camillo Corsanego (1891-1963) - rammentava il noto aforisma, mentre parlavamo delle difficoltà a reperire documenti importanti sui rapporti tra l'Azione cattolica e il fascismo e, in particolare, riguardo al collegamento fra il concordato della Santa Sede con l'Italia e la fine della presidenza di Corsanego alla Gioventù cattolica italiana, il 6 novembre 1928.
A Camillo Corsanego, l'ultimo dei presidenti "eletti" della Gioventù cattolica italiana, successe Angelo Jervolino, nominato direttamente dal Papa.
Conserviamo la lettera del cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato, del 3 novembre 1928 (n. 74505) nella quale si legge:  "Alla fine del terzo biennio da che la S. V. Ill.ma occupa la carica di Presidente Generale della Gioventù Cattolica Italiana, il Santo Padre riandando con la mente e col cuore l'attività che Ella ha consacrato alla diletta Società Le esprime per mio mezzo il Suo gradimento e la Sua riconoscenza paterna per tutto il bene che Ella ha operato. Non solo Ella ha contribuito all'incremento della Società stessa colla persuasiva parola, ma anche con l'esempio della vita, colla nobiltà dei sacrifici, e si è acquistato indubbiamente grandi benemerenze di fronte a Dio ed alla Chiesa.
Pensa il Santo Padre che l'Alta Italia e particolarmente la Liguria può esserne ben lieta di aver dato per ben tre volte un Presidente alla Gioventù Cattolica ed un tale Presidente, ma pensa pure Sua Santità che anche altre Regioni d'Italia possano aspirare a questo onore, tanto più che ne proverrà non lieve vantaggio per l'incremento dell'Associazione stessa e per la fusione sempre più larga e cordiale in tutto il Paese. L'Augusto Pontefice ha portato il suo sguardo sull'Avv. Jervolino di Napoli, il quale, appartenendo già al Consiglio Superiore, ne saprà continuare le belle tradizioni". Il Papa disponeva inoltre che "Ella rimanga a far parte della Giunta Centrale".
Per la prima nomina di Camillo Corsanego si deve risalire all'11 settembre 1922 quando "Papà Pericoli" - cioè l'avvocato romano Paolo Pericoli - dopo ventidue anni di servizio, ormai anziano, rifiutò la rielezione ottenuta e chiese che fosse eletto un altro, più giovane, al suo posto.
"L'Osservatore Romano" dell'11-12 settembre 1922 (pp. 1 e 2) informava sulla chiusura dell'Assemblea generale della Società della Gioventù cattolica italiana e sulla udienza concessa dal Papa Pio XI ai partecipanti all'Assemblea.
Da notare che nelle elezioni ora ricordate era stato proprio Jervolino ad avere il maggior numero di voti nella elezione del nuovo Consiglio direttivo (3965 voti). Nelle parole che il Papa ha pronunziato nel cortile di San Damaso, presenti non soltanto i partecipanti all'assemblea, ma pure numerosi giovani - "imponente massa" li indica "L' Osservatore Romano" - dopo ampi riconoscimenti del Papa all'ormai "Presidente Onorario" - la consistenza dei Giovani Cattolici è detta di seimila circoli con quattrocentomila soci - si rivolge al nuovo presidente Corsanego "che la fiducia e la stima cordiale di tante intelligenti persone hanno oggi chiamato ad un posto fin qui degnamente coperto (...) Ella nel fiore della gioventù viene a porsi alla testa di un esercito di giovani. Quasi inevitabilmente - continua il Papa con tono scherzoso - sono venuto a parlare di esercito. Ma si ricordi, Signor Presidente, di essere Presidente generale e non generale Presidente. Generale è l'aggettivo e non il sostantivo". E poi il Papa sviluppa il tema delle armi spirituali.
La frase aiuta a capire come fosse ben nota la precedente attività del nuovo dirigente prima nella Gioventù cattolica di Genova e poi in quella della Liguria. L'avvocato genovese Camillo Corsanego aveva il dono della parola che affascina e trascina.
Al convegno "La sollecitudine Ecclesiale di Pio XI", svolto in Vaticano nello scorso febbraio , il direttore de "L'Osservatore Romano", Giovanni Maria Vian, fece due riferimenti che colpirono chi scrive:  il primo è che Papa Pio XI si è trovato dinanzi a cinque dittatori:  Mussolini in Italia, Hitler in Germania, Franco in Spagna, Calles in Messico e Stalin in Russia. Non fu certo una sfida facile. E il Papa, sollecito della vita della Chiesa, fu costretto ad alcuni sacrifici per salvare il salvabile. Il secondo riferimento di Vian è stato alla lapide esistente nella piazza dei Martiri cristiani qui in Vaticano, nella quale viene attribuito a San Pietro il titolo di "duce" dei martiri cristiani.
L'espressione mi aiuta a ricordare che anche mio padre, per sei anni, ogni fine settimana tenne conferenze in tutte le diocesi d'Italia. Se gli appuntamenti fissati erano cinque, spesso essi si moltiplicavano poiché le persone che accorrevano non entravano nelle piccole sale diocesane, tanto che, non di rado, egli dovette servirsi anche delle chiese, contrariamente all'uso del tempo quando ai laici ben difficilmente era consentito parlare in chiesa.
Un ulteriore dato raccolto dalla viva voce da Camillo Corsanego è che egli aveva pronunciato nei sei anni della sua presidenza circa cinquemila discorsi. Con termine moderno egli poteva ben essere definito un leader. E due "duci" erano troppi per le mire di Mussolini. Tanto più che in tutti i suoi discorsi Corsanego non aveva mai nominato il duce del fascismo. Se la memoria non tradisce, egli raccontava che il Papa, ricevendolo un giorno in udienza gli chiese proprio di "nominarlo", ovviamente in modo "positivo". Corsanego rispose come il Papa avesse tutto il diritto di ordinare questo al presidente della Gioventù cattolica, aggiungendo però:  "Non a me, ma al mio successore!". Sono chiare le dimissioni.
Seguì poi la lettera del cardinale segretario di Stato sopra ricordata e, circa due settimane dopo quel 6 novembre, nella quale iniziò la presidenza Jervolino, si giunse al definitivo scambio di documenti tra Santa Sede e Governo italiano. Tre mesi dopo avvenne la stipula dei Patti Lateranensi.
Ripeto, dopo averlo detto a Genova nel 2004, di avere io stesso "censurato" una frase nella breve biografia di Giuseppe Sciaccaluga (Camillo Corsanego, uomo vivo, Ancora, 1969). Avevo chiesto consiglio al cardinale Pericle Felici, che in gioventù era stato alunno di mio padre al Laterano e, successivamente, mio preside al ginnasio-liceo di Sant'Apollinare. La frase parlava di una richiesta da parte dell'Italia di rimuovere Camillo Corsanego dalla Gioventù cattolica, come se questa fosse una delle condizioni per giungere al Concordato. Oggi, mutate le sensibilità, mi riesce più facile parlarne.
Alla recente mostra per gli ottanta anni del Concordato, con la nascita dello Stato della Città del Vaticano, campeggiavano accanto al bassorilievo della Città del Vaticano, in forma lapidaria, non virgolettate, queste parole attribuite a Pio XI:  "Una qualunque sovranità territoriale / è condizione universalmente riconosciuta indispensabile / ad ogni vera sovranità giurisdizionale:  / dunque, almeno quel tanto di territorio / che basti come soggetto della sovranità stessa. / Quel tanto di territorio / senza del quale questa non potrebbe sussistere, / perché non avrebbe dove poggiare".
La frase è tratta dal discorso pronunciato da Pio XI ai parroci di Roma la mattina dell'11 febbraio 1929, proprio in contemporanea con la firma dei Patti lateranensi, a San Giovanni in Laterano. Il Papa si dilungò sulla complessità del problema concordatario raccomandando però ai parroci di non parlarne dal pulpito (cfr. 1929-2009 - Ottanta anni dello Stato della Città del Vaticano, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana - Governatorato S.C.V., 2009, pp. 447-448).
Ironia della sorte:  mio padre fu invitato in giro per l'Italia, penso per iniziativa personale di vari vescovi che bene lo avevano conosciuto nei sei anni da Presidente generale della Giac, per illustrare nelle loro diocesi la opportunità e la positività del Concordato.
Penso di obbedire al quarto comandamento nel sottolineare la docilità di mio padre alla suprema volontà del Papa per il bene della Chiesa. Sintonia con la chiarissima sollecitudine ecclesiale di Pio XI, il quale chiese a Camillo Corsanego quel sacrificio per poter realizzare la necessaria acquisizione di un "territorio" che, pur minuscolo, ma non insignificante - si leggano le espressioni del Papa al riguardo - avrebbe facilitato a lui e ai suoi successori la missione di maestro e di pastore.
Una conferma? Nove mesi dopo il passaggio dei poteri al nuovo presidente della Gioventù cattolica nasceva il sottoscritto - era l'11 di agosto 1929. Mio Padre si rivolse all'allora direttore de "L'Osservatore Romano", conte Giuseppe Dalla Torre, per chiedere al Papa la benedizione per il quarto figlio, nato quella mattina. Il Papa, dopo aver detto che ben volentieri inviava la sua benedizione, aggiunse:  "Se non è stato battezzato non ha ancora un nome; ebbene glielo daremo Noi:  si chiami Sebastiano" - Pio XI aveva nominato san Sebastiano patrono della Gioventù cattolica - e presa da un medagliere la medaglietta d'oro del santo la diede a Dalla Torre. Medaglietta che mia Madre conservò con cura per anni e che io porto con me da quando entrai in seminario. Lo Sciaccaluga ricorda l'episodio aggiungendo particolari (op. cit. p. 26).
Una cosa è certa:  Pio XI, la cui sollecitudine ecclesiale è stata sottolineata opportunamente dal suddetto convegno internazionale, era ben sicuro della fedeltà di mio Padre alla Chiesa e gli chiese un grande sacrificio, proprio per salvare tutto il fruttuoso lavoro da lui precedentemente svolto a favore nella Gioventù cattolica. Nel 1925 Mussolini aveva già chiuso le associazioni scoutistiche e nel 1931, com'è noto, giunsero momenti drammatici anche per l'Azione cattolica.
Cerco ancora quei testi un giorno a me indicati da Federico Alessandrini sui rapporti tra l'Azione cattolica e il fascismo. Ricordo ancora il gesto della mano, che accennava a una grossa pila di documenti messi in salvo, e da lui custoditi per alcuni anni. Oggi sembrano essere caduti nel nulla, ma non tutte le speranze di ritrovarli sono perdute.



(©L'Osservatore Romano 21 ottobre 2009)
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