Etica e spiritualità nella medicina

Cosa si intende per «salute»


di Giulia Galeotti

Discutere di salute, ponendo un accento particolare sui farmaci non chimici e su altre possibili vie di guarigione meno usate perché, spesso, male o poco conosciute:  è stato l'argomento sviluppato dal convegno "Etica e spiritualità della salute" tenuto la settimana scorsa a Roma, a Palazzo della Cancelleria, sotto l'alto patronato del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute presieduto dal cardinale Paul Poupard - presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Cultura.
Organizzato e moderato dal professor Louis Rey, l'incontro ha visto confrontarsi gli ospiti sui nuovi indirizzi della ricerca scientifica, sulla medicina tradizionale e su quella cosiddetta alternativa. I relatori, provenienti da diverse parti del mondo - Francia, Svizzera, Marocco, India, Belgio, Austria, Israele, Italia e Gran Bretagna - rappresentavano le più diverse confessioni religiose (accanto a studiosi agnostici, vi erano esponenti di area cattolica, anglicana, musulmana e induista) nonché differenti saperi e aree disciplinari (filosofi, medici e biologi). Un complesso e interessante misto di culture, di religioni e di saperi.
L'idea di confrontarsi sull'etica e sulla spiritualità non è nuova:  quindici anni fa, ha spiegato Rey, venne organizzato in Marocco un convegno sull'ambiente alla luce di questi due fondamentali parametri. E questo, dedicato alla salute, si è deciso di tenerlo a Roma, in quanto indubbia capitale mondiale della spiritualità.
A partire dal tema generale del convegno gli interventi dei relatori si sono soffermati sull'immaginario della salute, sulla salute come imperativo etico, sul concetto di guarigione, sull'attuale incapacità di fornire un buon modello di cura a livello globale.
Ampio spazio è stato quindi dato all'omeopatia, medicina fondata dal medico tedesco Samuel Christian Hahnemann e basata sul principio similia similibus curentur. Era il 1796, esattamente l'anno in cui Edward Jenner vaccinò per la prima volta un bambino di 8 anni contro il vaiolo, una coincidenza assolutamente rivelatoria, seppure dimenticata.
Infatti, nonostante nella tradizione medica l'omeopatia sia sorta come disciplina sperimentale e non oppositiva, essa è sempre stata separata dalla scienza convenzionale. Un atteggiamento di contrapposizione che, permanendo tutt'oggi - e forse nel tempo l'ostilità si è addirittura accresciuta - il convegno ha tentato di ridimensionare.
Tra l'altro, attualmente un processo osmotico tra le due "medicine" è facilitato dal fatto che nelle ultime decadi l'omeopatia ha iniziato a usare i metodi della scienza medica corrente, e moltissimi studi (a livello molecolare, cellulare e clinico) sono ora disponibili. Seguendo il convegno, abbiamo ad esempio imparato che esiste una grande e profonda ignoranza circa il valore dell'acqua, sia nella pratica omeopatica che nella ricerca in genere. L'acqua, infatti, è la sostanza meno compresa in fisica e in chimica, sebbene essa sia il ponte tra il paziente e il rimedio, stia alla base del lavoro dei medici, essendo il primo requisito per la vita e per tutti i processi che avvengono negli organismi viventi.
Interessante anche la relazione sulla ayurveda (parola composta da ayu, vita e veda, conoscenza, traducibile come "scienza della vita"), la medicina tradizionale utilizzata in India fin dal iv millennio antecedente all'era cristiana, e diffusa ancora oggi nel subcontinente più della medicina occidentale.
L'Organizzazione mondiale della sanità qualificò la salute come "stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia o infermità", una definizione vaga e piuttosto approssimativa, rimasta invariata nonostante essa ignori aspetti importanti, trascurando ad esempio quella che è l'essenza e la finalità del genere umano.
La medicina, infatti, come hanno ribadito gli oratori, deve agire rispettando (tra l'altro) la dignità umana e il primato del benessere del paziente, che molto spesso desidera qualcosa di più e di diverso che semplicemente combattere la malattia che lo affligge.



(©L'Osservatore Romano 29 ottobre 2009)
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