Ricordo di Benigno Zaccagnini a vent'anni dalla morte

Il profeta
del muro caduto


di Eliana Versace

"Vi è una barriera che, per noi, tutte le simboleggia:  il Muro di Berlino, un muro che per la prima volta nella storia non serve per impedire che altri dall'esterno penetri, ma per impedire che chi soffre dentro la città di Berlino Est possa uscire ed evaderne. Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto:  e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo". A pronunciare queste parole, nel luglio del 1963, rivolte polemicamente al segretario del Partito Comunista italiano (Pci) Palmiro Togliatti, era stato l'allora presidente dei deputati democristiani, Benigno Zaccagnini.
Ispirato da una incrollabile fiducia nella forza e nella vitalità delle idee democratiche, Zaccagnini non farà in tempo a vedere attuata la sua profezia. Morirà infatti il 5 novembre 1989, solo quattro giorni prima della caduta del Muro di Berlino.
Nei giorni scorsi, in Italia, diverse commemorazioni, organizzate ai massimi livelli istituzionali, con la partecipazione di tutte quelle forze politiche che, in misura diversa, discendono dalla Democrazia cristiana (Dc) e a quella esperienza storica si richiamano, hanno rievocato la figura dell'uomo politico romagnolo, che fu segretario nazionale della Dc e a cui, negli anni Settanta - nel momento di maggior prova per la ancora giovane democrazia, gravata da una pesante crisi economica e minacciata dalla violenza del terrorismo - venne affidato il compito di rinnovare il partito dei cattolici italiani.
Anche la biografia di Zaccagnini, come quella dell'intera classe dirigente democristiana che ha guidato l'Italia e per un cinquantennio si intreccia, in maniera inestricabile, con i grandi avvenimenti storici del secolo scorso.
Una sincera fede religiosa animava quest'uomo, nato nel 1912 a Faenza - in quella Romagna che fu terra natale anche del fucino Igino Righetti il quale, accanto a Giovanni Battista Montini, negli anni Venti, darà nuova impronta alla Federazione universitaria cattolica italiana (Fuci) - e vissuto quasi ininterrottamente a Ravenna, a stretto contatto con i vescovi della città. Se l'arcivescovo Antonio Lega lo aveva voluto presidente della Gioventù diocesana di Azione Cattolica e poi, per naturale conseguenza, presidente diocesano dell'Azione Cattolica ravennate, all'insistente esortazione del suo successore, il giovane arcivescovo di Ravenna Giacomo Lercaro, si deve l'ingresso di Zaccagnini in politica, secondo una prassi, allora piuttosto diffusa, per cui erano i Pastori delle varie diocesi a individuare le migliori intelligenze cristiane e ad avviarle verso un serio e rigoroso impegno politico. Quasi contemporaneamente e in maniera analoga, anche a Bari fu l'arcivescovo del capoluogo pugliese, Marcello Mimmi, a incoraggiare alla militanza nella Dc il giovane Aldo Moro che, in seguito, sarà legato a Zaccagnini da un intenso sodalizio umano e politico, protrattosi nel tempo fino al drammatico epilogo finale.
Ma prima ancora di approdare alla politica, negli anni tormentati della seconda guerra mondiale, Benigno Zaccagnini compì la scelta della lotta partigiana, capeggiando il Comitato di liberazione nazionale di Ravenna col nome fittizio di "Tommaso Moro", scelto per omaggiare quel santo che, nel rispetto delle diverse prerogative, era stato "fedele alla Chiesa fino al sacrificio della vita".
Eletto all'Assemblea costituente, Zaccagnini - come anche Moro - all'interno della Dc si avvicinò al gruppo che faceva riferimento a Giuseppe Dossetti e si poneva in dialettico confronto con la linea politica portata avanti dal fondatore del partito, Alcide De Gasperi. Ma quando Dossetti, pochi anni dopo, abbandonò la vita politica, Zaccagnini, si ritrovò con molti dossettiani a rappresentare la "seconda generazione" democristiana, diversa rispetto alla prima, quella degli antichi esponenti del Partito Popolare che, riuniti attorno a De Gasperi, avevano costituito la Democrazia cristiana. Col leader trentino, Zaccagnini iniziò comunque una collaborazione, occupandosi, per molto tempo, per conto del partito, dei problemi inerenti al mondo del lavoro, fino a ricoprire l'incarico di ministro del Lavoro e, più avanti, di ministro dei Lavori pubblici.
Fu all'inizio degli anni Sessanta, mentre le formule di governo viravano, in maniera ormai inarrestabile, verso la collaborazione con il Partito Socialista, che Zaccagnini si legò profondamente a Moro, assecondandone le scelte ed interpretandone la visione politica.
E, nel 1968, per seguire Moro, staccatosi dalla maggioranza centrista del partito dopo esser stato sostituito alla guida del Governo - questa volta varato senza la compagine socialista - dal moderato "doroteo" Mariano Rumor, Zaccagnini si avvicinò alle posizioni della sinistra democristiana, ritrovandosi insieme a un gruppo di amici definiti "morotei" dal nome del loro leader ed in riferimento all'opposta corrente centrista dei dorotei, dalla quale quasi tutti provenivano.
Ma la svolta decisiva che lo portò a rivestire un ruolo di assoluto protagonismo all'interno della Democrazia Cristiana avvenne nel 1975 quando Moro riuscì a far convergere sul nome di Zaccagnini quasi tutte le componenti del partito che lo elessero segretario al posto del dimissionato Fanfani, il quale pagava così anche la sconfitta subita al referendum svoltosi l'anno prima per l'abrogazione della legge sul divorzio, che aveva lacerato il mondo cattolico, disperdendo consensi attorno alla Dc.
Quello che doveva essere un "segretario di transizione", come egli stesso si era augurato accettando l'incarico, favorì rapidamente la politica del dialogo e del confronto nei riguardi del Partito Comunista, preconizzata già da tempo da Aldo Moro come "strategia dell'attenzione", e che per la Dc rappresentava l'unica possibile risposta alla proposta di "compromesso storico" - inaccettabile da un punto di vista ideologico e dunque chiaramente ed inequivocabilmente respinta - inoltrata alcuni anni prima dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer.
Se la linea del confronto con i comunisti, adottata da Zaccagnini, avrebbe potuto avviare, secondo i disegni di Moro, una "terza fase" della politica italiana spingendo il Paese verso una possibile democrazia dell'alternanza tra uno schieramento moderato e uno di sinistra, fu però attorno alla questione del "rinnovamento" del partito che si galvanizzò l'opinione pubblica italiana che, nella figura di Zaccagnini - esaltata da una stampa insolitamente benevola e accondiscendente, e vezzeggiato come "l'onesto Zac" - scorgeva una specie di "uomo nuovo" che  avrebbe  potuto  rifondare  il partito.
A rendere carismatico ed efficace il suo aspetto pubblico di "persona onesta" contribuiva soprattutto la sua biografia di partigiano, medico pediatra, e cristiano attivamente impegnato nella vita civile e sociale in maniera integerrima, senza alcuna ombra, cedimento o compromissione nella gestione del potere. Sebbene Zaccagnini non fosse, in realtà, un uomo nuovo, l'elettorato democristiano non lo percepiva come "uomo di potere" e, in quel momento, quest'immagine era ciò che serviva alla Dc per ritrovare nuova credibilità nel Paese.
Zaccagnini fu anche il primo segretario della Democrazia Cristiana a essere rieletto direttamente da migliaia di delegati del partito riuniti in Congresso, ma la sua riconferma - avvenuta con questa modalità inconsueta nella storia democristiana e che verrà pertanto rapidamente archiviata - stava fomentando entusiasmi crescenti e speranze incontrollate che travalicavano la sua stessa persona, come rilevò anche l'allora direttore di "Avvenire", Angelo Narducci, quando sul suo giornale definì l'avvenimento, con qualche perplessità, una "elezione carismatica".
Tuttavia, nel ruolo di segretario della Democrazia Cristiana, in cui l'aveva voluto e guidato proprio Aldo Moro, Zaccagnini dovette affrontare la terribile prova del tragico rapimento e del crudele omicidio del leader democristiano nei tristi giorni della primavera del 1978. Con l'animo dilaniato - resta ancora oggi impresso nella nostra memoria il suo volto sofferente di quei mesi, la voce commossa, rotta frequentemente dal singhiozzo e dal pianto - Zaccagnini tentò tutto il possibile per salvare la vita all'amico fraterno, nel rispetto della legalità e delle istituzioni repubblicane, minacciate nella loro stessa sopravvivenza, per la prima volta  dalla fine della lotta al nazifascismo, con un attacco violentissimo e inaudito.
La tragedia dell'amico e sodale che aveva ispirato negli anni il suo impegno politico, segnò il declino della segreteria di Zaccagnini che si era protratta per un quinquennio, tra il 1975 e il 1980. Mentre la linea del confronto con i comunisti, dopo la scomparsa di Moro, sembrava ormai improponibile, il segretario della Democrazia Cristiana preferì abbandonare la scena pubblica scegliendo di conservare unicamente l'incarico di senatore della sua Romagna.
Il forte legame con Ravenna, dalla quale non volle mai allontanarsi e l'ininterrotta, fedele, collaborazione con gli arcivescovi della sua città - non solo i già ricordati Lega e Lercaro, ma anche Salvatore Baldassarri ed Ersilio Tonini - incisero in maniera indelebile sulla sua personalità, impregnandone intimamente lo spirito. Uno spirito politico orientato da una fede cristiana solida e genuina e maturato in circostanze storiche incomparabilmente diverse da quelle attuali.



(©L'Osservatore Romano 26 novembre 2009)
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