Il filo rosso


Il passaggio dell'anno civile, che s'incrocia con il tempo della Chiesa, da tempo costituisce per il Papa un'occasione privilegiata per parlare ai cattolici e al mondo. Interventi che inevitabilmente si concentrano, rischiando, anche per il periodo festivo, di passare inosservati o di non essere valorizzati nel panorama mediatico, sempre più affollato e distratto. E che a volte purtroppo li ignora del tutto nonostante l'interesse e l'apprezzamento crescenti per Benedetto XVI, un uomo di fede che davvero vuole parlare a tutti di ciò che più gli preme, e cioè della questione di Dio.
Questo infatti è il filo rosso che unisce le parole del successore dell'apostolo Pietro. Alla Curia romana, nell'omelia di Natale, nel discorso alla città e al mondo e in quello per l'incontro di Taizé, per il Te Deum, nell'omelia per l'ordinazione episcopale di quattro suoi collaboratori (tra i quali il suo segretario particolare), e nel discorso a chi rappresenta le moltissime Nazioni con le quali la Santa Sede ha rapporti diplomatici, cercando instancabilmente un colloquio con tutti.
Molto importante e significativa è stata l'insistenza iniziale di Benedetto XVI che questo sforzo di rapporti - sostenuto in prima persona dai rappresentanti pontifici, tra i quali il Pontefice ha voluto ricordare il nunzio in Costa d'Avorio, morto in un tragico incidente stradale - e di dialogo è motivato dal bene spirituale e materiale di ogni persona umana per promuoverne ovunque la dignità trascendente, dimensione evocata per ben quattro volte nel discorso al corpo diplomatico.
Non dunque di ingerenza nelle diverse società si tratta, ma di una preoccupazione che vuole rivolgersi alle coscienze dei cittadini per il bene di ogni persona. Attraverso accordi internazionali, negli incontri con capi di Stato e di Governo, durante i viaggi internazionali, nella particolare vicinanza all'Italia, di cui il Romano Pontefice è primate e per la quale il Papa, rispettoso delle istituzioni e delle diverse competenze di Stato e Chiesa, ha auspicato uno "spirito di tenacia e di impegno condiviso", in un momento particolare e certo non facile.
In questa luce va compreso lo sguardo sul mondo del vescovo di Roma, che sa bene e ripete che è "l'oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza" e che dunque il fanatismo è una falsificazione della religione. Come già aveva fatto nel giorno di Natale, il Papa ha ricordato lo strazio della Siria e la necessità di una convivenza di pace tra israeliani e palestinesi. Perché Gerusalemme sia, come vuole il suo nome, città di pace e non di divisione, in una regione per la quale Benedetto XVI ha invocato riconciliazione nella pluralità delle confessioni religiose, dall'Iraq al Libano, visitato coraggiosamente nello scorso settembre.
All'Africa, dimenticata troppo spesso dai media internazionali, è stato dedicato un lungo tratto del discorso papale, che ha poi ricordato due avvenimenti su cui non si è troppo soffermata l'informazione internazionale: la storica dichiarazione congiunta tra il presidente della Conferenza episcopale polacca e il patriarca di Mosca e l'accordo di pace raggiunto nelle Filippine. La necessità del rispetto della vita di ogni persona umana è tornata infine a proposito dell'eutanasia, dell'aborto, dell'assolutizzazione del profitto e dell'economia finanziaria a scapito di quella reale, della libertà religiosa. Per non dimenticare il filo rosso, riassunto da un'espressione di sant'Ireneo cara a Paolo VI: la gloria di Dio è l'uomo vivente.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 7-8 gennaio 2013)
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