Tra confronto autentico e rafforzamento di legami profondissimi

Ratzinger e l'ebraismo


In occasione dell'inizio del viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa pubblichiamo il testo dell'articolo scritto dal nostro direttore per il numero in uscita della rivista "Vita e Pensiero".

Nell'imminenza del viaggio in Terra Santa di Benedetto XVI bisogna riconoscere che la vicenda della revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani ha avuto effetti anche positivi. Al di là di ogni altra possibile considerazione, infatti, la bufera mediatica che si è scatenata è stata occasione per un ulteriore chiarimento del nodo storico costituito dal rapporto con l'ebraismo. In generale da parte del cristianesimo, ma più in particolare della Chiesa cattolica e, specificamente, di Benedetto XVI, anche sul piano personale. Proprio su questo punto il Papa ha reagito, con accenti di stupore quasi incredulo, nella lettera ai vescovi cattolici del 10 marzo 2009, che resterà tra i documenti più alti del suo pontificato.
Da sempre abituato alle discussioni anche difficili, e tuttavia sorpreso dal crescendo delle reazioni e dalla loro piega, tanto inaspettata quanto incredibile, Ratzinger non si è tirato indietro da un giudizio molto severo sul rovesciamento a cui è stata sottoposta la revoca della scomunica ai vescovi lefebvriani, uno dei quali è divenuto mondialmente noto per le sue dichiarazioni negazioniste della Shoah. Queste non erano per la verità ignote, come altre convinzioni, questa volta antiamericane, dello stesso personaggio sulle responsabilità dell'attacco dell'11 settembre 2001, condivise da estremisti di segno tra loro opposto e forse per questo ritenute meno scandalose. Diffuse con un tempismo alquanto sospetto, le dichiarazioni negazioniste non sono state tuttavia segnalate al Papa. Il giorno stesso della pubblicazione del provvedimento - un gesto, a ben vedere, coerente con il Vaticano ii e infatti reso pubblico proprio in coincidenza con il cinquantesimo del suo annuncio per tentare ancora una volta di sanare lo scisma anticonciliare - con una reazione immediata e inequivocabile "L'Osservatore Romano" ha definito inaccettabili tanto le affermazioni negazioniste quanto gli atteggiamenti ostili all'ebraismo di diversi esponenti tradizionalisti. In questo stesso senso, inequivoci e netti sono stati i successivi importanti interventi dello stesso Benedetto XVI, anche attraverso la sua Segreteria di Stato. Fino appunto alla lettera ai vescovi cattolici, un testo scritto per contribuire alla pace nella Chiesa e davvero senza precedenti, che per la franchezza e i toni ha richiamato la lettera di san Paolo ai Galati, non a caso citata dal Papa.
Il gesto di misericordia verso i lefebvriani si è così trasformato - ha dunque sottolineato il vescovo di Roma - "nel suo contrario:  un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall'inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico". L'affermazione di Ratzinger è insomma una vera e propria rivendicazione, dai toni pacati ma fermi, del suo intero itinerario spirituale, intellettuale e teologico, tanto limpido quanto coerente. Che sin dai suoi primi passi è radicato nella tradizione cristiana e cattolica, e proprio per questo non può prescindere dalle radici ebraiche.
Non è certo possibile ricostruire qui la visione del teologo Ratzinger - disseminata nei numerosissimi scritti - sul rapporto della Chiesa con l'ebraismo, e converrà dunque riprenderne solo i punti principali sintetizzati dall'allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede alcuni anni prima della sua elezione al pontificato. Molto chiare sono soprattutto le affermazioni del futuro Papa nei colloqui con il giornalista tedesco Peter Seewald confluiti nei due libri Salz der Erde ("Sale della terra", 1996) e Gott und die Welt ("Dio e il mondo", 2000). Secondo Ratzinger bisogna senz'altro vivere e pensare in modo nuovo il rapporto con l'ebraismo, anche se questo porterà a una coscienza forse anche maggiore delle differenze; queste però devono essere assunte nel rispetto vicendevole e sempre guardando alle affinità interiori.
Le Scritture Sacre e la figura di Gesù sono naturalmente patrimonio comune, e per questo controverso, tra cristiani ed ebrei. Sfondo sempre presente nella storia (sia cristiana che ebraica), questi due temi di capitale importanza tra loro inestricabilmente connessi sono stati negli ultimi anni ripresi da Ratzinger:  nel 2001 nella breve introduzione al documento della Pontificia commissione biblica su Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana; quindi, a partire dal 2003, nel Gesù di Nazaret, la cui prima parte è stata ultimata e pubblicata dall'autore quando ormai da quasi due anni era divenuto Benedetto XVI, mentre alla seconda parte il Papa sta lavorando in "tutti i momenti liberi", come lui stesso ha confessato nella premessa.
Alla domanda ebraica ai cristiani su cosa abbia portato il loro messia nel mondo rimasto da quasi venti secoli senza pace, nel Gesù di Nazaret - dove rilevante è la valorizzazione della tradizione ebraica, dal giudaismo ellenistico ai testi di Qumran e fino a Martin Buber - è possibile leggere una risposta che anche dal punto di vista unicamente storico è innegabile:  "Egli ha portato il Dio di Israele ai popoli così che tutti i popoli ora lo pregano e nelle Scritture di Israele riconoscono la sua parola, la parola del Dio vivente. Ha donato l'universalità, che è la grande e qualificante promessa per Israele e per il mondo", dando in questo modo "alla promessa messianica una spiegazione, che ha il suo fondamento in Mosè e nei Profeti, ma che dona a essi anche un'apertura completamente nuova" (p. 144). Le divergenze non sono per questo superate, come lo stesso Benedetto XVI sottolinea in dialogo con il rabbino Jacob Neusner, ma certo il confronto può e deve proseguire. Affrontando nodi cruciali per il cristianesimo, ma forse importanti per lo stesso ebraismo, come la valutazione e l'interpretazione delle Scritture ebraiche. A partire dal giudaismo ellenistico e dal suo rapporto con la cultura greca - su questioni come la lettura allegorica, la critica filologica e la stabilizzazione del canone dei testi sacri - fino a giungere al problema costituito dall'eretico Marcione, che nella prima metà del ii secolo esprime il rifiuto più radicale del giudaismo e delle sue Scritture, e alla posizione di Adolf von Harnack, che non a caso lo studiò a fondo nella sua classica monografia, apparsa in prima edizione nel 1920, vero e proprio luogo obbligato per lo sviluppo della teologia non solo protestante. E non sono temi soltanto per eruditi o specialisti, perché si tratta dei fondamenti della lettura cristiana dell'Antico (o Primo) Testamento come si sviluppa già nei primissimi decenni cristiani e, ovviamente, delle ineliminabili radici ebraiche del Nuovo Testamento.
Sui rapporti tra cristiani ed ebrei - caratterizzati da una lunghissima storia di vicinanza, contiguità, contrasti, vessazioni - si è poi stesa l'ombra cupa e spaventosa della Shoah, originata dalla criminale ideologia, pagana e anzi esplicitamente anticristiana, del nazionalsocialismo e dei suoi sostenitori, che della persecuzione e dello sterminio degli ebrei europei furono gli unici responsabili, ma in Paesi di tradizione cristiana dove erano presenti alcuni motivi del secolare antigiudaismo religioso. E proprio la tragedia della Shoah impose un ripensamento radicale dei rapporti tra cristianesimo ed ebraismo. Dapprima in ambito protestante tedesco, dove minori erano state le resistenze al totalitarismo hitleriano e dove dunque questo ripensamento era più urgente, e quindi da parte della Chiesa cattolica, che soprattutto dopo il Vaticano ii è la più impegnata nel confronto e nell'amicizia con il mondo ebraico.
La scelta di avviare nuovi rapporti con gli ebrei, maturata nella prima metà del Novecento, deve molto ai gesti del cuore di Giovanni XXIII, alle decisioni (in genere misconosciute) di Paolo VI e soprattutto al pontificato di Giovanni Paolo II, che in questo senso ha compiuto passi decisivi, dettati da una straordinaria passione. Questa linea è stata confermata da Benedetto XVI - che di Wojtyla è stato il consigliere più vicino - sin dall'inizio del pontificato, già quando durante l'omelia nella messa inaugurale salutò i "fratelli del popolo ebraico, cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio". E nella lettera ai vescovi cattolici molto significativo in questo senso è il riferimento, tra le priorità del pontificato, all'esigenza di "rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non a un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr. Giovanni, 13, 1) - in Gesù Cristo crocifisso e risorto".
In questi primi quattro anni di pontificato il confronto autentico e il rafforzamento dei legami con gli ebrei sono stati continuamente e ripetutamente ribaditi e ricercati dal Papa, nei diversi incontri con personalità ed esponenti dell'ebraismo, e più ancora in numerosissimi interventi:  basti per esempio riandare al piccolo corpus dei discorsi durante il viaggio in Francia, dove proprio il rapporto con l'ebraismo costituisce uno dei fili conduttori, o alla novità costituita dal primo intervento di un ebreo durante l'assemblea sinodale sulla Parola di Dio. Vi sono certo difficoltà e ostacoli, non di rado frapposti da chi è ostile a questo avvicinamento. Come si è visto più volte a proposito di Pio XII, sul quale invece si sta stabilizzando un nuovo e più equanime consenso storiografico, che non solo ha demolito la "leggenda nera" ma sta correggendo anche la riduzione del pontificato agli anni tragici della guerra. E come è stato ora confermato dalla burrasca innescata dal negazionismo di uno dei quattro vescovi a cui si è tesa la mano. Ma Benedetto XVI, anche su questo, non indietreggia.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 8 maggio 2009)
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