Fuggire gli idoli
per cercare Dio


Cosa è importante nella vita di ogni essere umano? Che cosa, di conseguenza, mettiamo al primo posto nel nostro cuore? Questa è la domanda che Benedetto XVI ha ripetutamente posto durante la sua visita a Parigi:  celebrando nella grandiosa Esplanade des Invalides, mentre sullo sfondo ondeggiava al vento la bandiera francese al culmine del Grand Palais, davanti a una folla impressionante e festosa di fedeli, tra i quali molti giovani che avevano vissuto una lunga veglia notturna; ma anche incontrando il mondo della cultura nel Collège des Bernardins, e durante i vespri a Notre-Dame. E la risposta dell'uomo che dal 1992 siede tra gli "immortali" dell'Institut de France - dove eccezionalmente gli è stata dedicata una lapide sormontata dallo stemma papale - è stata tanto semplice quanto esigente:  l'unica realtà che conti, in definitiva, è la ricerca di Dio, cioè un itinerario che esige dalla ragione umana di fuggire gli idoli.
Idoli che mettiamo al posto dell'unico vero Dio quando ci rifugiamo nel passato o nel futuro sfuggendo alla realtà della vita presente, quando nel nostro cuore diamo il primo posto alla cupidigia o alla sete di avere, di potere, o persino di sapere, mentre la felicità richiede di rientrare in noi stessi e riflettere, perché - ha sottolineato il Papa, ripetendo un concetto fondamentale della tradizione cristiana autentica a lui molto caro - Dio non chiede mai il sacrificio della ragione e "mai la ragione entra in contraddizione reale  con  la  fede".  Come  Benedetto XVI ha mostrato nel discorso, tra i più belli e importanti del suo pontificato, che ha pronunciato al Collège des Bernardins, ragionando sulle radici della cultura europea.
E ancora una volta il Papa ha sorpreso perché ha parlato sì del rapporto tra fede e ragione, ma centrando il suo discorso sul monachesimo occidentale e sulla cultura monastica, studiata e valorizzata dal grande studioso benedettino Jean Leclercq, il cui nome è tornato più volte sulle labbra del Papa. Proprio i monaci medievali hanno infatti assicurato la sopravvivenza della cultura antica finalizzata alla ricerca di Dio:  quel quaerere Deum che, oltre il provvisorio, vuole raggiungere l'unica realtà essenziale e definitiva, inconoscibile e allo stesso tempo rivelata. Attraverso il confronto con la Scrittura, la cui lettura nel monachesimo, come già nella tradizione rabbinica, coinvolge l'intero essere umano - cioè tutto lo spirito e tutto il corpo - e che come Parola di Dio trasmessa da labbra umane ha bisogno di essere interpretata, non sopportando quindi né letture di tipo fondamentalista né soggettivismi arbitrari.
La tradizione monastica occidentale non è tuttavia caratterizzata soltanto da questa cultura della parola, bensì - ancora una volta in continuità con la tradizione ebraica - anche da una cultura del lavoro fondata su una teologia della creazione estranea al mondo pagano. Come infatti recita la sintesi benedettina dell'ora et labora, un apporto senza il quale lo sviluppo del continente europeo e la sua concezione del mondo sarebbero impensabili. Così il quaerere Deum, il "cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui", resta oggi necessario:  una cultura che restringesse "nell'ambito soggettivo, come non scientifica" la questione di Dio sarebbe infatti "la capitolazione della ragione", mentre "ciò che ha fondato la cultura dell'Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo resta oggi ancora il fondamento di ogni cultura autentica". Proprio perché cercare Dio risponde alla ricerca più profonda, anche inconsapevole, dell'animo umano.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 14 settembre 2008)
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