«L'Osservatore Romano»
e un grande direttore


Raimondo Manzini a vent'anni dalla morte

 

Vent'anni fa moriva Raimondo Manzini. Con lui scompariva un grande giornalista, cristiano appassionato ed esponente di primo piano del mondo cattolico. Per diciotto anni - dal 16 aprile 1960 al 5 gennaio 1978 - aveva diretto «L'Osservatore Romano» in una stagione importante della sua storia e più in generale di quella della Chiesa contemporanea, stagione che lo ha consegnato alla memoria storica del giornale vaticano come il direttore del tempo di Giovanni XXIII e di Paolo VI. Nato a Lodi il 18 febbraio 1901, giovanissimo studente si era appassionato presto al giornalismo al punto che con altri compagni, sul finire della grande guerra, aveva fondato un giornalino, scolastico ma che si stampava, intitolato «L'Avvenire». Come sempre, la realtà supera la fantasia. «Non prevedevo certo - ricordò poi Manzini - che dieci anni dopo sarei stato chiamato a dirigere un quotidiano per grandi che si chiamava L'Avvenire d'Italia e vi avrei scritto per trent'anni».
Entrato infatti nella Compagnia di San Paolo - l'istituto secolare fondato a Milano nel 1920 per impulso del segretario del cardinale arcivescovo Andrea Ferrari, don Giovanni Rossi - appena ventiduenne iniziò a dirigere il settimanale «Il Carroccio» e a ventisette anni non ancora compiuti divenne direttore dello storico quotidiano cattolico bolognese, che guidò con passione ed energia dalla fine del 1927. Il nuovo direttore rettificò subito la linea filofascista assunta improvvidamente dal giornale e riuscì anche nell'impresa di recuperare il crollo delle copie dovuto alla scelta fiancheggiatrice a favore del regime, aumentando la diffusione della testata, tornata moderata e arricchita di firme prestigiose.
Contemperando l'assillante e non di rado frenetico impegno che esige la direzione di un quotidiano con lunghi momenti di preghiera, come poi ricordò un suo giornalista dalla penna felice e lievemente barocca, don Francesco Fuschini: «Passava ore in ginocchio davanti al Santissimo Sacramento esposto nella cappella, alla quale giungeva smorzata la litania furibonda delle rotative. Salivo a volo le scale per la visita all'amico Gesù e al mio direttore. Alto, tirato a sfoglia sottile, occhi in azzurro come quelli delle statue dei santi, e capelli biondi in libera uscita. S'alzava dal banco con lesta premura e si scusava dell'assenza dal tavolo del direttore: Mi dispiace, don Francesco, ma sono salito proprio in questo momento. A me piaceva un mondo quel dialogare tra direttore e Proprietà, Cristo Gesù direttore dei direttori».
Anche se a Fuschini, che lo aveva descritto in termini analoghi, Manzini si dichiarò, in una lettera dell'11 marzo 1931, «vergognoso: oggi i tuoi lettori mi vedono come un angelo sempre in ginocchio davanti al Tabernacolo. Così fosse. Non che io non sia cristiano, cerco d'esserlo; ma l'attivismo acceso di questa età mi fa meno contemplativo, anche se cerco di pregare nella baraonda». Alla «baraonda» giornalistica s'aggiunse durante e dopo la tragedia bellica l'impegno politico: tra i fondatori nel 1943 della Democrazia Cristiana emiliana, Manzini - che nel 1939 aveva ottenuto il permesso di vivere all'esterno dell'istituto paolino per sposarsi con Maria Crocco - fu eletto deputato alla Costituente rimanendo al Parlamento per le prime tre legislature e ricoprendo dal febbraio del 1954 al luglio del 1955 l'incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per la stampa e per l'informazione. Fino all'ultima, decisiva svolta della sua vita, quando Giovanni XXIII lo chiamò a succedere a Giuseppe Dalla Torre, che per quarant'anni, dal 1920, aveva diretto il foglio vaticano.
Manzini firmò il nostro giornale dal 16 aprile 1960, quando da più di un anno era in corso la preparazione del Vaticano II, e diresse «L'Osservatore Romano» sin quasi alla fine del pontificato di Paolo VI, rinnovando in profondità il quotidiano e favorendone la proiezione internazionale con l'infittirsi delle edizioni settimanali. E sotto la sua direzione il giornale, come scrisse nel «congedo», restò «voce fedele e testuale» del Papa, «nel contesto di una informazione sulla vita universale della Chiesa». Confermato autorevolmente dal «saluto riconoscente» pubblicato sotto l'ultimo articolo del direttore. Perché davvero Manzini diresse «L'Osservatore Romano» non tanto con l'autorità del ruolo ma «con la finezza del suo stile cristiano e con la sovrabbondanza di una cordialità che insegnano e conducono fraternamente». Anche per questo la sua lezione non va dimenticata.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 14-15 gennaio 2008)
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