Momento di grazia


Benedetto XVI ha definito la sua visita alla comunità ebraica di Roma - la più antica della diaspora occidentale - un momento di grazia. E davvero è stato così. Lo si è percepito dall'emozione del Papa quando ha reso onore ai deportati della Shoah e alle vittime del terrorismo antiebraico, dalle lacrime di quanti ne hanno sofferto le conseguenze, dall'orgoglio e dalla gioia commossa di anziani ebrei romani che hanno stretto la mano del vescovo della loro città, dai canti possenti che si sono levati nel Tempio maggiore, dalle presenze numerose e significative di rappresentanti giunti da Israele e da  tutto  il  mondo  ebraico,  dagli applausi che hanno interrotto per ben nove  volte  il  discorso di Benedetto XVI.
Sì, l'incontro è stato un ulteriore e importante passo avanti nel cammino che cattolici ed ebrei stanno percorrendo insieme:  ulteriore perché è stato l'ennesimo momento di una storia molto lunga; importante perché è stato coraggioso e franco nel dichiarare tutte le difficoltà. Secoli di contrasti e violenze, diffidenze e curiosità, incontri e amicizia segnano il rapporto tra ebrei e cristiani; e soprattutto da più di mezzo secolo pesa il macigno della Shoah, l'ombra del male.
Preceduta da bagliori polemici, la visita ha invece mostrato come decisa sia la comune volontà di affrontare le questioni aperte nel rapporto tra ebrei e cattolici. Spesso però i contrasti sono il frutto di enfatizzazioni mediatiche. Irresponsabili o strumentali, queste operazioni sono prive di reale consistenza, ma hanno acceso fuochi di paglia rischiosi, se non altro nel presentare all'opinione pubblica un quadro deformato e lontano dalla realtà.
Esempio emblematico è il nodo costituito da Pio xii:  bisogna infatti essere consapevoli che nemmeno dopo l'apertura di tutti gli archivi disponibili vi sarà accordo sul suo atteggiamento di fronte alla Shoah, perché aperto resterà, ovviamente e legittimamente, il campo delle interpretazioni storiche. Ma è importante il clima di rispetto reciproco che si è respirato anche su questo tema, mentre si va allargando e stabilizzando il consenso storiografico sulla scelta lucida e sofferta di carità silenziosa compiuta dal Papa e dalla sua Chiesa nel contesto della seconda guerra mondiale.
Per sciogliere i nodi difficili, la gioia per la strada percorsa e il rispetto tra cattolici ed ebrei sono fondamentali ma non bastano. Bisogna infatti andare avanti, con pazienza e coraggio, cercando di comprendere le rispettive sensibilità per non ferirle e perpetuare in questo modo diffidenze che derivano principalmente dal non conoscersi.
Ciò che unisce ebrei e cattolici è molto di più di quello che li divide, come hanno ricordato i presidenti Pacifici e Gattegna e come hanno sottolineato il rabbino Di Segni e Benedetto XVI:  il rifiuto della violenza e la reciproca solidarietà di fronte alle persecuzioni, la ricerca dell'amicizia con le altre confessioni religiose e soprattutto con l'islam, la protezione della persona umana e della famiglia, la cura per il creato. Ma soprattutto la testimonianza comune del Signore, perché la sua luce illumini tutti i popoli.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 18-19 gennaio 2010)
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