Cento editoriali per un «unicum»

Quando scrive
«L'Osservatore»


Il 19 dicembre viene presentato all'Ambasciata d'Italia presso la Santa Sede il libro Uno sguardo cattolico. 100 editoriali dell'Osservatore Romano (2007-2011), Milano, Vita e Pensiero, 2011, pagine XVI + 270, euro 16. Intervengono l'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, la giornalista Ritanna Armeni, Paolo Mieli, presidente di Rcs Libri, padre Ugo Sartorio, direttore del "Messaggero di sant'Antonio", e Giulio Terzi di Sant'Agata, ministro degli Esteri italiano. Pubblichiamo stralci dell'introduzione al volume scritta dal direttore del nostro giornale.

Aveva ragione Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, quando per definire "L'Osservatore Romano" - in un articolo memorabile e lievemente ironico scritto nel 1961 per il suo centenario - scelse due superlativi: difficilissimo e singolarissimo. Gli aggettivi riflettono infatti la fisionomia particolare del giornale della Santa Sede: non soltanto nella realizzazione quotidiana e nel ruolo davvero unico, ma anche nell'immagine pubblica. Che è quella di una testata tra le più note e influenti al mondo, ma nello stesso tempo anche tra le meno diffuse e conosciute nella sua effettiva realtà.
Il quotidiano costituisce un unicum proprio per il fatto di affiancare un'istituzione religiosa universale, la Chiesa di Roma, con l'ambizione di guardare alla realtà mondiale che è il teatro della vita cristiana oggi. Un giornale, dunque, che non è facile spiegare, a causa di luoghi comuni molto radicati. Nell'immaginario collettivo, anche cattolico, è infatti molto spesso considerato una specie di bollettino ufficiale, o comunque un plumbeo foglio del tutto prevedibile. Insomma, quasi una "Pravda" vaticana, magari scritta in latino perché organo della Curia romana e che per questo si può tranquillamente fare a meno di leggere.
La storia dell'"Osservatore" e la sua attualità sono però ben diverse. Non è molto noto infatti che nel 1861 il quotidiano nacque per iniziativa e con finanziamenti di privati, sia pure appoggiati dal governo di Pio IX, per difendere e spiegare le ragioni del papato, con chiarezza sì ma insieme con moderazione. Ricorrendo ad argomenti da tutti comprensibili e fondandosi sulla fede cristiana, in un "giornale quotidiano politico religioso" che mai è stato, se non parzialmente, organo ufficiale della Santa Sede. Dal 1862 la testata si presenta con due motti, uno per così dire laico e l'altro religioso: Unicuique suum ("A ciascuno il suo", trasparente formulazione del diritto romano) e Non praevalebunt ("Non prevarranno", secondo l'assicurazione evangelica che le forze del male non avranno l'ultima parola).
Poco noto poi è il fatto che laici sono sempre stati i suoi direttori e che la presenza di ecclesiastici è sempre stata piuttosto ridotta, sia pure con firme talvolta eccellenti. Ancora meno noto è che solo dopo il 1885 la Santa Sede ne acquisì direttamente la proprietà, anche per porre fine alla deriva oltranzista del giornale, critico persino di alcune posizioni di Leone XIII, ritenute troppo liberali. E fu molto più tardi, nel 1929, dopo la costituzione del minuscolo Stato vaticano, che "L'Osservatore Romano" entrò nelle sue mura, garantendosi così un'indipendenza anche formale. Da allora l'autorevolezza del quotidiano, già accreditatosi per la linea di sobria imparzialità tenuta soprattutto durante la prima guerra mondiale, s'accrebbe, e questo perché senza alcun dubbio seppe mantenersi libero e critico di fronte ai totalitarismi, davanti alle leggi eugeniste e alle persecuzioni razziali, nelle tenebre del conflitto mondiale. In un momento storico in cui tutto e tutti sembravano piegarsi al fascino e alla prepotenza delle culture che avevano dato origine ai regimi totalitari, la Chiesa di Roma utilizzò il suo giornale come strumento per chiarire le distanze e le condanne, per segnalare pubblicamente la propria diversità.
Furono così gli anni Trenta e Quaranta la stagione più gloriosa del giornale, non a caso avviata durante la vivace temperie impressa anche all'informazione della Santa Sede dal pontificato di Pio XI, ben consapevole dell'importanza della stampa e della radio, al tempo della propaganda totalitaria: al 1931 risalgono infatti le prime trasmissioni dell'emittente vaticana, il cui progetto era stato affidato con preveggenza da Papa Ratti a Marconi già sei anni prima. E in Italia, nel dibattito all'Assemblea Costituente, anche da parte laica venne riconosciuta con gratitudine l'importante funzione svolta dal quotidiano vaticano, sottratto alla soffocante cappa imposta dal fascismo, "quando - ricordò Montini - la stampa italiana era imbavagliata da una spietata censura e imbevuta di materiale artefatto". Venne poi la guerra fredda, con le persecuzioni spietate dei cattolici nei Paesi comunisti non solo europei e l'affermarsi di durissime contrapposizioni politiche.
Nemmeno allora mancò di farsi sentire con vigore il giornale, ormai riconosciuto tra le grandi testate internazionali.
A smentire i luoghi comuni che immaginano questo quotidiano come un paludato bollettino ufficiale della Curia romana sta, come si è accennato, la sua storia. "L'Osservatore" ha certo avuto sin dall'inizio, e ovviamente mantiene, caratteristiche del tutto speciali. Unico giornale vaticano non a torto viene considerato espressione autorevole della Santa Sede. Anche se lo stesso Montini sottolineava che si tratta di una realtà "delicata e complessa, per il fatto che i lembi della sacra stola arrivano spesso al di là dei confini ufficiali; o si crede che arrivino; e allora sorge, ad ogni passo, la questione, o il dubbio sul peso da dare alle notizie e agli articoli dell'illustre e venerabile quotidiano".
Su questa singolarità si fonda l'importanza del quotidiano, che non gli deriva ovviamente dalle dimensioni - piccolo agli occhi del mondo lo ha definito senza reticenze, proprio nel giorno del centocinquantesimo anniversario, il segretario di Stato di Benedetto XVI, il cardinale Tarcisio Bertone - né dalla diffusione, peraltro molto aumentata soprattutto grazie alla presenza in Rete e ad alcuni abbinamenti (in Spagna, Italia, Portogallo), ma che da sempre rappresenta il punctum dolens. Il quotidiano interessa dunque in primo luogo per il punto di vista unico che costituisce e rappresenta, ma anche per la larga apertura alle questioni internazionali, che segue con logiche diverse da quelle degli altri media, spesso grazie a fonti privilegiate o addirittura uniche.
Nel centocinquantesimo anniversario del giornale (che uscì per la prima volta con la data del 1° luglio 1861), questa scelta di cento editoriali pubblicati negli ultimi quattro anni - da quando, cioè, con il numero del 28 ottobre 2007 ha avuto inizio l'attuale rinnovamento del quotidiano - ha un solo scopo: presentare "L'Osservatore Romano" e il suo sguardo cattolico, espressione cara a Romano Guardini.
Poco dopo il centenario del quotidiano, fu Montini - nel 1963 divenuto Papa con il nome di Paolo VI - ad avviarne un primo rinnovamento, in qualche modo invocato da un celebre romanzo d'ambiente vaticano di Morris West. Proprio in quell'anno apparve infatti The Shoes of the Fisherman, che un quindicennio prima dell'inizio del pontificato di Giovanni Paolo II racconta la storia dell'elezione di un Papa slavo, Kiril I: "Appena possibile bisogna che io mi occupi dell'Osservatore: se la mia voce dev'essere udita nel mondo, è bene che gli giunga nei suoi toni autentici", scrive in un memoriale il nuovo Pontefice, appena liberato dalla prigionia sovietica ed evidentemente non tanto soddisfatto del suo quotidiano, sul quale dimostra però di avere idee piuttosto chiare. E se sul giornale il romanzo non aggiunge altro, nel mezzo secolo trascorso da quella efficace annotazione "L'Osservatore Romano", che resta difficilissimo e singolarissimo, si è forse avvicinato al desiderio di quel Papa, immaginario ma non così tanto.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 19-20 dicembre 2011)
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