Da Leone XIII a Benedetto XVI passando per Paolo VI e Giovanni Paolo II

Se l'intervistato è il Papa


Pubblichiamo integralmente un articolo del nostro direttore che compare sul numero della rivista "Vita e pensiero" in uscita il 19 gennaio 2011.

Il nuovo libro di Benedetto XVI, intervistato dal giornalista tedesco Peter Seewald, ha suscitato, com'era del resto facilmente prevedibile, molto interesse nei media internazionali e, soprattutto, è un successo editoriale nella decina di edizioni in diverse lingue in cui è stato pubblicato, mentre altrettante sono in preparazione. Non è infatti frequente che un Papa conceda interviste e, soprattutto, anche in questa occasione Joseph Ratzinger si conferma un comunicatore di primissimo ordine. Per di più, senza utilizzare improbabili strategie che, non di rado in questi ultimi tempi, commentatori in genere poco benevoli si premurano di consigliare agli organismi della Santa Sede, se non addirittura allo stesso successore di Pietro. Che riesce invece efficacissimo solo con l'essere se stesso, semplice e trasparente, in questa lunga intervista, sorprendente solo per chi non lo conosce, così come nei discorsi e in molti altri testi, in particolare nelle omelie.
Non è certo la prima volta che un Papa utilizza il genere letterario dell'intervista. All'inizio sta il lontano precedente di quella a Leone XIII sull'antisemitismo, su cui ha scritto Giovanni Miccoli nei saggi in onore di Giuseppe Alberigo raccolti con il titolo Cristianesimo nella storia (1996). Pubblicato in prima pagina su "Le Figaro" del 4 agosto 1892, il clamoroso articolo era di Séverine, pseudonimo di Caroline Rémy.
Firma tra le più conosciute del giornalismo francese, si era presentata al cardinale segretario di Stato, Mariano Rampolla del Tindaro, in una lettera del 9 luglio, come "una donna che era stata cristiana e se ne ricorda, per amare i piccoli e difendere i deboli" e come "una socialista che, se non è in stato di grazia, ha serbato intatto, nel suo cuore ferito, il rispetto profondo della fede, la venerazione delle vecchiaie auguste e delle sovranità prigioniere". La richiesta fu subito accolta e l'intervista, che durò settanta minuti, ebbe luogo domenica 31 luglio. Pur rivista dal segretario di Stato, non soddisfece la Santa Sede e sollevò una tempesta mediatica, ma più sul piano politico e diplomatico che sull'oggetto della singolare conversazione tra il Pontefice ottantaduenne e l'ardente giornalista francese.
Totalmente diverso fu l'incontro di Paolo VI, il 24 settembre 1965, con Alberto Cavallari, che pubblicò il colloquio sul "Corriere della Sera" del 3 ottobre, aprendo una serie di articoli poi raccolti nel libro Il Vaticano che cambia (1966). Con un atteggiamento che al giornalista apparve "un preciso rifiuto al classico monologo dei Papi", subito emergono l'ironia e l'acutezza tipiche di Montini:  "Vedevo un uomo disteso, spontaneo, poco somigliante al Papa scarno, teso, oppure introverso, oppure nervoso, oppure diplomatico, che solitamente si descrive. "Ci fa piacere, sa, parlare del Vaticano" ha detto subito il Papa affabilmente, con espressione arguta. "Oggi molti cercano di capirci e di studiarci. Ci sono tanti libri sulla Santa Sede e il Concilio. E alcuni sono anche ben fatti, vede. Ma molti assicurano che la Chiesa pensa certe cose senza aver mai chiesto alla Chiesa cosa pensa. Mentre, dopotutto, anche il nostro parere dovrebbe contare qualcosa in tema di religione". Qui il Papa ha fatto una pausa, una parentesi divertita. Poi ha continuato spegnendo il sorriso:  "Ma ci rendiamo conto che non è facile intendere ciò che viene fatto e viene discusso nel mondo della Chiesa. Anche il Papa, sa, certe volte fatica per capire il mondo d'oggi". Dopo questo preambolo senza formalità, così francamente umano, Paolo VI ha toccato gli argomenti più importanti del suo pontificato".
Ma la vera novità furono i Dialogues avec Paul vi (1967) di Jean Guitton, che si aprivano con l'evocazione di quelli platonici e il ricordo - "nella mia memoria tutto è contemporaneo" scrive il pensatore francese - del primo incontro, l'8 settembre 1950, tra l'intellettuale e l'allora sostituto della Segreteria di Stato. Proprio quell'anno il filosofo cattolico aveva pubblicato un libro sulla Madonna, "indirizzato soprattutto ai negatori, ai razionalisti" e "dedicato ai nostri fratelli protestanti", ma non accolto favorevolmente da "certi ambienti romani" e biasimato dal quotidiano vaticano. E il commento di Montini esprime bene anche lo scopo dei Dialogues (e in definitiva quello di questo modo di comunicare, nuovo ed efficace, dei successori di Pietro):  "Il suo libro sulla Vergine mi è piaciuto molto. Oggi è la Vergine che ci riavvicina. Dopo le pagine di Newman, nella famosa lettera al dottor Pusey, credo di non aver letto sulla Vergine pagine tanto soddisfacenti. Bisogna sapere essere antichi e moderni, parlare secondo la tradizione ma anche conformemente alla nostra sensibilità. Cosa serve dire quello che è vero, se gli uomini del nostro tempo non ci capiscono?". Sulle orme di Paolo VI si mosse il suo secondo successore, grazie a due giornalisti e scrittori convertiti (un francese  e  un italiano) e a due filosofi polacchi. Furono così pubblicati "N'ayez pas peur!"1 (1982) di André Frossard - che aveva intervistato Giovanni Paolo II poche settimane dopo l'attentato del 13 maggio 1981 - e Varcare la soglia della speranza (1994), dove Vittorio Messori raccolse i testi che il Papa aveva personalmente scritto in polacco per rispondere a una lunga serie di domande.
Queste erano state concepite per un'intervista televisiva di un'ora in occasione del quindicesimo anniversario del pontificato (16 ottobre 1993), affidata alla regia di Pupi Avati, ma che non si poté realizzare. A quello stesso anno risalgono infine gli incontri con Józef Tischner e Krzysztof Michalski, poi confluiti nel volume Memoria e identità. Conversazioni a cavallo dei millenni (2005) pubblicato in traduzione italiana poche settimane prima della morte del Papa e che si conclude con un incontro, a cui aveva partecipato anche il suo segretario particolare, Stanislaw Dziwisz, sull'attentato:  "Penso - disse il Pontefice - che esso sia stata una delle ultime convulsioni delle ideologie della prepotenza, scatenatesi nel xx secolo. La sopraffazione fu dal fascismo e dal nazismo, così come dal comunismo. La sopraffazione motivata con argomenti simili si è sviluppata anche qui in Italia; le Brigate Rosse uccidevano uomini innocenti e onesti".
La scelta del secondo intervistatore di Giovanni Paolo II fu probabilmente dovuta al clamoroso successo di un altro suo libro, Rapporto sulla fede (1985), tradotto in tredici lingue e dove Messori aveva raccolto quanto gli aveva detto nell'agosto 1984 a Bressanone il cardinale Joseph Ratzinger, che il 25 novembre 1981 il Papa aveva chiamato a Roma come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'antico Sant'Uffizio. Nemmeno il raffinato teologo - nominato arcivescovo di Monaco e Frisinga e creato cardinale da Paolo VI a cinquant'anni, nel 1977 - era però nuovo ai bestseller:  la sua Einführung in das Christentum ("Introduzione al cristianesimo", 1968), tratta da una serie di lezioni sul Simbolo apostolico tenute nel 1967 all'Università di Tubinga, in pochi mesi aveva infatti venduto oltre cinquantamila copie, con traduzioni in ben ventitré lingue.
E proprio il genere letterario dell'intervista si addice a Ratzinger, intellettuale da sempre abituato a confrontarsi nell'ambiente universitario e teologo che nelle sue opere parla a tutti, grazie a "un linguaggio limpido e chiaro, e quindi comprensibile anche ai non addetti ai lavori, i quali vengono trascinati nella lettura perché scoprono risposte a domande inevase da sempre, o che avvertivano confusamente, senza trovare la lucidità per porsele", ha spiegato Lucetta Scaraffia nell'Invito alla lettura (2010) scritto con Gerhard Müller e Rudolf Voderholzer per illustrare l'edizione italiana dell'opera omnia.
A maggior ragione nelle interviste. Così, dopo quella a Messori uscita vent'anni dopo la conclusione del concilio Vaticano ii, è stata la volta delle due concesse dal cardinale a Seewald:  la prima, in inverno a Roma, su cristianesimo e Chiesa cattolica nel xxi secolo, pubblicata nel volume Salz der Erde ("Sale della terra", 1996), tradotto in diciannove lingue, e la seconda in Gott und die Welt ("Dio e il mondo", 2000), su fede e vita nel mondo di oggi, realizzata tra il 7 e l'11 febbraio a Montecassino e tradotta in tredici lingue.
Eletto il 19 aprile 2005 in meno di un giorno nel conclave più numeroso mai tenutosi, da quasi due anni Ratzinger aveva iniziato nel 2003 a scrivere un'opera alla quale tiene moltissimo e alla quale ha continuato a lavorare in ogni momento libero:  il Gesù di Nazaret, il cui primo volume - significativamente firmato con il suo nome e con quello assunto al momento dell'elezione - è stato pubblicato nel 2007 e ora seguito da un secondo, già ultimato e ormai imminente. Testo che non ha precedenti nella storia del papato, il libro è ovviamente più vicino ai titoli tipici della bibliografia del teologo, ma nello stesso tempo, con coerenza, assume in pieno la sfida posta dalla scelta innovativa di parlare a tutti.
L'ultimo  libro  di  Benedetto  XVI, Licht der Welt ("Luce del mondo"), è dunque la terza intervista concessa da Joseph Ratzinger a Seewald, tra il 26 e il 31 luglio a Castel Gandolfo, dove il Papa ha ogni giorno incontrato il giornalista suo conterraneo per rispondere con franchezza e semplicità a tutte le domande postegli, nessuna esclusa. E pochissime sono state poi le correzioni che l'intervistato ha apposto al testo tedesco, per precisare qua e là il suo pensiero sui temi trattati, suddivisi in tre parti (i segni dei tempi, il pontificato, le prospettive che si aprono):  la svolta radicale e non ricercata nell'ultimo tratto della sua vita, il terribile scandalo degli abusi sessuali su minori commessi da ecclesiastici, la crisi globale economica e ambientale, la dittatura pervasiva del relativismo, le spaventose realtà causate nel mondo dal diffondersi della droga e del turismo sessuale, l'irreversibilità dell'impegno ecumenico assunto dalla Chiesa cattolica, il suo rapporto unico con l'ebraismo, la ricerca del confronto e dell'amicizia con l'islam e le altre religioni, i viaggi, la sessualità, i problemi del governo, le realtà ultime, dimenticate ma che restano il destino finale di ogni essere umano e del mondo.
Innovativa  come  quelle  di  Leo- ne XIII, e soprattutto di Paolo VI, l'intervista di Benedetto XVI, allo stesso modo delle due precedenti di Seewald al cardinale Ratzinger, colpisce soprattutto per il tono di fiducia e di apertura del Papa, per il suo linguaggio chiaro che vuole farsi capire da tutti, non solo dai cattolici, e a tutti tende la mano:  "Io penso che Dio, scegliendo come Papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo momento dell'approfondimento e dello sforzo per l'unione tra fede e ragione". E porre, con mitezza, ciò che davvero gli sta più a cuore:  la questione di Dio. Affrontando - come scrisse Cavallari di Paolo VI - anche i temi più difficili e più critici, "da uomo del nostro tempo, che non intende eludere nulla, scopertamente deciso a una sincerità che rifiuta i rapporti facili". Per servire la verità.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 20 gennaio 2011)
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