La questione di Dio


Nel terzo concistoro per la creazione di nuovi cardinali Benedetto XVI ha deciso di onorare con la porpora alcuni dei suoi collaboratori nella Curia romana e altri vescovi "scelti dalle diverse parti del mondo", che da oggi sono così ancora più vicini al successore di Pietro, nel servizio unico e insostituibile che egli rende alla comunione cattolica. Secondo una dimensione collegiale che non è certo una novità nella Chiesa di Roma, ma che si avverte con più evidenza nelle riunioni del Collegio cardinalizio - come quella che ha aperto con la preghiera e la riflessione il concistoro odierno - e, negli ultimi decenni, nelle molte assemblee (ordinarie, straordinarie, speciali) del Sinodo dei vescovi.
Il mandato affidato dal Signore Gesù, Dominus Iesus, al primo degli apostoli è quello - ha detto il suo attuale successore - di "riunire i popoli con la sollecitudine della carità di Cristo". In una dimensione universale, e dunque propriamente cattolica, secondo una logica di governo che certo non è quella del mondo. E che di conseguenza il mondo spesso non capisce, pretendendo di rappresentare la Chiesa secondo schemi e stereotipi, in genere di scarsissimo aiuto a comprenderne la vera natura. Anche se persistono colpe, imperfezioni e mancanze, inevitabilmente e fatalmente legate a ogni essere umano, e perciò anche a chi della Chiesa fa parte.
Così l'esercizio dell'autorità secondo la parola di Cristo - la "mentalità di Dio" ha detto il Papa - deve guardare alla via percorsa dal Maestro, che significa per chi lo ha incontrato nella sua vita sapersi abbandonare alla provvidenza di Dio, secondo scelte che non sono "mai frutto di un proprio progetto o di una propria ambizione" e che comportano invece la logica della Croce. Questo, tra l'altro, vuole significare il colore della porpora, espressiva della disponibilità a servire il Signore e la sua Chiesa sino al martirio di sangue (usque ad effusionem sanguinis), in comunione con il successore di Pietro.
E la posta in gioco è per tutti davvero alta, ben al di sopra di interpretazioni politiche o strumentali. Benedetto XVI lo ha spiegato con semplicità e chiarezza, la scorsa estate, a Peter Seewald in una lunga intervista, ora pubblicata in un libro che fin dal titolo - Luce del mondo - conferma come lo sguardo di Joseph Ratzinger sia da sempre rivolto a Cristo, l'unico che illumina "il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi", recita il suggestivo sottotitolo. A confidarsi con intellettuali, scrittori e giornalisti erano stati già Paolo VI e poi, più volte, Giovanni Paolo II. E altrettanto aveva fatto il cardinale Joseph Ratzinger in ben tre occasioni, suscitando un notevole interesse editoriale e premiando una scelta di comunicazione efficace e adatta alla modernità, che Benedetto XVI ha poi innovato in modo radicale con l'opera dedicata a Gesù di Nazaret.
Non è difficile prevedere una larga diffusione anche per questo libro, nel quale il Papa si presenta senza alcun infingimento e senza ricorrere a particolari strategie comunicative, tanto care invece a molti commentatori. E il merito è tutto di Benedetto XVI che sa porre, con parole nuove e senza sfuggire ad alcuna domanda, soprattutto la questione di Dio. Colui che in Cristo - come sottolinea con un linguaggio biblico nell'ultima risposta al suo intervistatore - è "venuto perché possiamo conoscere la verità. Perché possiamo toccare Dio. Perché la porta sia aperta. Perché troviamo la vita, la vita vera, che non è più sottomessa alla morte".
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g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 21 novembre 2010)
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