A colloquio con l'arcivescovo Filoni, sostituto della Segreteria di Stato,
ad una settimana dal viaggio del Papa in Puglia

Nel cuore di un popolo
pacifico e accogliente


di MARIO PONZI - GIOVANNI MARIA VIAN

Pace non vuol dire pacifismo senza radici. La pace di cui parla la Chiesa è quella che si radica nel cuore, nella famiglia, in tutto ciò che fa parte della convivenza umana, in tutto ciò che si sperimenta nella quotidianità. Anche l'accoglienza dello straniero in difficoltà nasce da un moto spontaneo del cuore di chi ha vissuto l'esperienza dell'emigrazione. Una settimana dopo la visita di Benedetto XVI a Santa Maria di Leuca e a Brindisi - terre di frontiera protese verso il Vicino e Medio Oriente - l'arcivescovo Fernando Filoni, Sostituto della segreteria di Stato, salentino, tornato nella sua terra d'origine con il Papa, in un'intervista a tre con chi scrive e con il direttore del nostro giornale, riflette su alcune tematiche affrontate da Benedetto XVI in Puglia.

Il viaggio in Puglia ha suscitato nella popolazione un entusiasmo che ha stupito anche i più scettici osservatori. Secondo lei quali sono le motivazioni alla base di tante gioiose manifestazioni?

Per comprendere bene i motivi di quella gioia che tutti abbiamo potuto costatare, occorre fare prima una riflessione. Nei viaggi che sta compiendo, non solo in Italia ma anche all'estero, il Papa privilegia l'impronta mariana:  è come se delineasse un tracciato di fili dorati intrecciati tra i santuari più cari alla devozione popolare, a livello locale, nazionale e internazionale. Così è stato nel suo recente viaggio in Liguria, così in questo in Puglia e così sarà nel settembre prossimo a Cagliari, dove pregherà dinanzi alla Madonna di Bonaria, e poi a Lourdes, città mariana per eccellenza, dove quest'anno si celebra il centocinquantesimo anniversario delle apparizioni a santa Bernardetta. Se si considera questa spiritualità mariana, così spiccata in Benedetto XVI, si comprende il grande entusiasmo della gente. Brindisi era la meta della sua visita, ma il Papa ha voluto prima sostare nel santuario di Santa Maria di Leuca. E nell'Angelus a Brindisi, ha voluto evocare spiritualmente tutti i piccoli santuari mariani che costellano le contrade del Salento, gemme preziose al pari delle tante edicole mariane, diffuse un po' ovunque. Benedetto XVI ha toccato le corde dello spirito di questa popolazione devota a Maria, ed è entrato nel cuore della sua fede popolare.

I pugliesi si sono però mostrati pronti a cogliere il segno.

Ecco un aspetto della visita che non va trascurato:  si intuisce infatti quale lavoro di preparazione sia stato compiuto. Sia nella diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca sia nell'arcidiocesi di Brindisi-Ostuni la gente è stata preparata molto bene. So che i vescovi avevano iniziato da mesi a coinvolgere le parrocchie e i movimenti in questo impegno. Per esempio, nella diocesi di Ugento-S.Maria di Leuca l'immagine della Madonna de finibus terrae ha compiuto un vero e proprio pellegrinaggio in tutte le parrocchie della diocesi. Si sono poi succeduti convegni e incontri tematici in diversi ambienti. Credo che proprio grazie al contributo di tutti, sia stato possibile vivere la visita del Papa non come un accadimento occasionale, momentaneo, bensì come un evento al quale ci si è accostati con un'adeguata preparazione morale e spirituale. Accogliere il Successore dell'apostolo Pietro, il vicario di Cristo, è stato per tutti un grande onore, e sono certo che il suo passaggio costituisce una tappa fondamentale nel cammino di queste comunità, e segnerà un impulso nella vita spirituale, morale e nella cultura delle genti salentine.

Da chi è venuto e, oltre al caso specifico, da chi viene l'impulso a preparare così meticolosamente l'incontro della cittadinanza con il Papa?

Principalmente sono i vescovi locali a volerlo. Si rendono conto di quale straordinaria possibilità sia per le loro diocesi la visita del Papa. La percepiscono come un beneficio per tutta la loro gente e dunque colgono l'opportunità per farne uno strumento di evangelizzazione sin dal momento in cui ne danno pubblicamente l'annuncio. Proprio un vescovo pugliese mi ha detto di recente:  "I viaggi apostolici sono uno scossone enorme per la nostra gente. Un beneficio come una pioggia che ritorna salutare su tutta la comunità".

Cosa rimane poi di questi momenti così intensamente vissuti?

Rimane il ricordo dei vari momenti vissuti con il Papa; rimangono le sue parole, il suo insegnamento che tiene conto della situazione della gente locale. Avviene così in ogni visita pontificia:  al periodo della preparazione, che si sviluppa come abbiamo visto, segue il momento dell'incontro e dell'ascolto. Ora, a visita conclusa, inizia il tempo della riflessione, della rilettura di quanto il Papa ha detto per tradurlo nella quotidianità della Chiesa. Per esempio, l'invito a "ripartire da Cristo" sarà certamente di stimolo per i religiosi, per le religiose, per le istituzioni laicali, e soprattutto per i giovani per un autentico rinnovamento spirituale, che influisca nell'insieme della società.

Uno dei motivi ricorrenti nei discorsi del Papa in Puglia è stato quello della solidarietà in una Chiesa che vive la compassione senza pietismo e si propone come elemento di comunione delle diversità. Un messaggio dunque forte in un contesto storicamente accogliente. Quali significati assume oggi per l'intera comunità civile italiana questo messaggio?

Ho avuto modo di parlare qualche momento con il Papa sul fatto che la Puglia, e il Salento in modo speciale, è stata, per molti anni, terra di emigrazione. Ricordo personalmente molto bene quel periodo:  negli anni Cinquanta e Sessanta abbiamo assistito a un grande movimento migratorio, soprattutto verso l'Europa centrale, e la Germania era una delle mete ricorrenti. La gente ha sopportato il sacrificio delle famiglie costrette a dividersi, la difficoltà di lavorare in un Paese straniero, il confronto con un'accoglienza a volte buona e a volte meno buona, superando anche umiliazioni. Tuttavia ha imparato ad adattarsi alle difficoltà, ad andare oltre e molte volte è riuscita a tornare a casa portando con sé non solo un bagaglio di esperienze personali, ma anche di ricchezze materiali. Va detto dunque che la gente da questa migrazione forzata ha saputo anche trarre grandi benefici:  non a caso in quegli anni si è registrato un boom economico. Resta il fatto che la Puglia è stata terra di emigrazione e la gente sa bene quante e quali sofferenze deve sopportare il migrante. La generazione di mezzo, quella dei figli degli emigrati, sa quanti sacrifici hanno dovuto affrontare i genitori per la loro crescita. E questa coscienza si manifesta proprio nel momento in cui ci si trova davanti a chi chiede accoglienza. Proprio da questa consapevolezza deriva il grande senso di accoglienza della popolazione del Salento, nonostante debba essa stessa quotidianamente continuare a confrontarsi con gravi problemi, quali la disoccupazione, la povertà e l'emarginazione.

È un discorso che può essere riferito anche al resto dell'Italia?

Io credo che il fenomeno dell'emigrazione non sia un tratto esclusivo di alcune regioni o di una parte dell'Italia, ma abbia riguardato tutto il Paese anche se, com'è ovvio, con caratteristiche diverse da tenere ben presenti. Nella sua visita a Genova, per esempio, il Papa ha ricordato le migliaia di persone partite dal porto genovese per andare in cerca di lavoro oltreoceano. Tutti gli altri porti italiani, da Trieste, a Bari, a Taranto, Palermo, Napoli e così via, hanno vissuto e quindi conoscono bene le stesse esperienze di gente che emigra e di gente che chiede accoglienza. Dunque, in tutto il Paese si dovrebbe respirare un clima di attenzione verso queste persone, di sensibilità e di condivisione nei loro confronti. Mi pare che la solidarietà sia una ricchezza, al di là del fatto che, qualche volta, possano manifestarsi alcune reazioni legate, credo, più a situazioni contingenti che a uno spirito di non accoglienza.

Un altro filo conduttore dei discorsi del Papa in Puglia è stato la pace. Dal Salento il Papa ha rivolto lo sguardo ai popoli del Mediterraneo e soprattutto a quelli del Vicino e del Medio oriente. Secondo lei, che ha avuto esperienza diretta del dramma di quelle popolazioni, come può la comunità internazionale rispondere a questo appello?

La pace nasce nel cuore, in uno spirito ben formato. Quando la Chiesa parla della pace, non parla di un vago pacifismo spesso senza radici. La pace di cui parla la Chiesa è innanzitutto dono di Dio e impegno dell'uomo a costruirla nel proprio cuore, nella famiglia, nella società e in tutto ciò che fa parte della convivenza umana. Quando questo spirito si estende, la pace si traduce in solidale convivenza nazionale e internazionale. Io credo che il Papa, toccando in questa occasione l'argomento della pace, abbia voluto farlo, proprio da un luogo dove la gente ha contribuito significativamente a costruire la pace. Il Salento per di più è una delle zone maggiormente interessate dal passaggio dei contingenti che partono per intervenire in situazioni difficili createsi al di là del mare, sull'altra sponda del Mediterraneo, dove portano soprattutto aiuti umanitari alle popolazioni martoriate dalla guerra. Non a caso il Papa ha ricordato che Brindisi è divenuta un centro delle Nazioni Unite per la distribuzione degli aiuti umanitari. La gente di Puglia si mostra a questo riguardo particolarmente solidale:  molte diocesi hanno contribuito fattivamente alla costruzione di ospedali, di scuole e di quanto fosse necessario a quelle popolazioni. E queste non sono forse concrete opere di pace?
È naturale che quest'impegno solidale in nome della pace si riflette positivamente tra le popolazioni dove tali interventi vengono effettuati. Quando, ad esempio, la gente del Medio Oriente sa dell'interessamento degli altri e percepisce una certa sensibilità nei suoi confronti non può che riaccendere nel proprio animo la speranza. Questo avviene anche e soprattutto quando sente i numerosi appelli che il Papa lancia di volta in volta per la pace, appelli che, per quanto ci è dato sapere, trovano grande risonanza tra le locali popolazioni. A questo proposito, ci giungono frequentemente lettere di ringraziamento e ciò sta a significare che, o attraverso i loro pastori o attraverso le istituzioni pubbliche, quei popoli sanno che il Papa non si stanca di richiamare costantemente la necessità di riportare la pace nei Paesi travagliati da conflitti e guerre. In particolare, in Iraq, in Afghanistan, in Palestina, nel Darfur.

Tra meno di un mese il Papa sarà a Sydney per la Giornata mondiale della gioventù. In un certo senso, l'incontro con i giovani pugliesi è stato un prologo del grande raduno che si svolgerà in terra australiana. Che cosa ci si può attendere da questo appuntamento?

In realtà, un prologo, e una significativa verifica si erano già avuti a Loreto dove il Papa aveva incontrato nel settembre scorso i giovani italiani:  è stata quella una grande e bella esperienza che ha mostrato l'attenzione del Papa per i giovani:  ogni volta che incontra le nuove generazioni Benedetto XVI continua a ripetere "arrivederci", mostrando l'attenzione e l'affetto che nutre per loro. Quei giovani che potranno andare in Australia certamente lo incontreranno nuovamente lì; quelli che non potranno andare si uniranno a lui idealmente attraverso le varie celebrazioni programmate qui in Italia, in quegli stessi giorni. Vorrei poi comunicare una notizia che mi è giunta dall'America centrale dove si è tenuto recentemente un incontro al quale hanno partecipato trentamila giovani che non potranno recarsi a Sydney.

Sicuramente è tornato altre volte nella sua terra da quando ne è partito. Ma che effetto le ha fatto tornare in questa circostanza, cioè con il Papa?

Non ho mai abbandonato la mia terra. Ogni anno - anche quando ero a Baghdad e mi era consentito farlo - sono tornato per qualche giorno; dunque non ho perso il legame con le mie origini. Ma certo questa volta ho fatto un'esperienza unica. Intanto quando ero giovane non avrei mai neppure lontanamente potuto pensare che un giorno sarei tornato insieme al Papa e che sarei stato testimone della gioia della mia gente per questa visita. È stata un'esperienza unica, che forse capita nella vita una sola volta e che si conserva come un tesoro per sempre.



(©L'Osservatore Romano 22 giugno 2008)
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