L'unico assoluto
in un mondo provvisorio


C'è già tutto Ratzinger in questo piccolo libro, tanto prezioso quanto poco conosciuto, che risale alla sua stagione giovanile. Agli inizi degli anni Sessanta il teologo, che da poco era ordinario di teologia fondamentale all'università di Bonn, ne aveva infatti anticipato le linee fondamentali in due sostanziosi articoli, poi rielaborati nel volume pubblicato un decennio più tardi e quasi subito tradotto in spagnolo, italiano e portoghese. Al suo centro è il problema della politica, affrontato con il metodo che caratterizza l'autore sin dalla sua formazione, e cioè con uno sguardo storico e teologico rivolto con attenzione alla tradizione cristiana, ripensata con creatività e cautela.
Secondo un atteggiamento le cui caratteristiche balenano nei tratti del biblista Friedrich Stummer, specialista dell'Antico Testamento, quei tratti che mezzo secolo più tardi il cardinale Ratzinger rievocherà nei ricordi autobiografici come quelli di "un uomo silenzioso e riservato, la cui forza stava nella serietà del suo lavoro filologico, mentre solo con molta cautela arrivava ad accennare a delle linee teologiche. Io, però, stimavo molto proprio questo stile cauto".
In questo caso, l'interesse del giovane studioso è rivolto esclusivamente al mondo antico e ai Padri della Chiesa, rappresentati qui da due nomi importanti e molto significativi: Origene e Agostino. Appena trentenne, nell'affrontare l'argomento scelto il giovane Ratzinger dimostra una non comune consuetudine con le fonti antiche e, al tempo stesso, una sensibilità acuta nei confronti della cultura contemporanea. Attraverso lo studio della patristica viene così impostata in modo originale la ricerca di un tema che, a partire della seconda metà degli anni Sessanta, diventa di attualità con la teologia politica, come avverte l'autore nella premessa e come indica bene il sottotitolo della prima traduzione del libretto: Aportaciones para una teología política. In un dibattito che nel periodo immediatamente successivo al Vaticano II mostra sviluppi e accenti nuovi, ma le cui linee profonde erano state preparate tra le due guerre soprattutto dal dibattito ideale tra Schmitt e Peterson (non per caso, il nome di quest'ultimo ricorre più volte nelle note).
Fortissimo è l'interesse per il mondo e per la cultura dell'antichità come contesto del primo cristianesimo da parte del giovane Ratzinger, già liceale entusiasta dei classici latini e greci - nei primi mesi dopo la guerra, il seminarista diciottenne imprigionato dagli americani aveva resistito all'avvilimento provando a comporre su un grosso quaderno esametri greci - e poi per anni lettore appassionato dei Padri, nelle edizioni critiche e nello spirito della loro riscoperta teologica e storica, già allora vivace in Germania e Francia. E i frutti di questa formazione rigorosa e impegnativa, sfociata nella tesi di dottorato su Agostino e poi in quella tormentatissima di abilitazione alla docenza su Bonaventura, sono già ben maturi nel breve studio su "umanità e dimensione politica nella visione della Chiesa primitiva" (Menschheit und Staatenbau in der Sicht der frühen Kirche) che è all'origine di questo libro, nel quale una lettura attenta ritrova riflessioni e temi che si fanno ricorrenti nel Ratzinger della maturità (e ora in Benedetto XVI) con una coerenza davvero impressionante.
Tratteggiata la teologia politica del mondo grecoromano, con l'idea diffusa della corrispondenza nei regni umani della monarchia divina, ed evocata l'opposizione filosofica ai diversi ordinamenti politici in nome del cosmopolitismo (che più tardi offrirà agganci a quella cristiana), Ratzinger sottolinea con nettezza come i limiti di ogni visione politica, anche teologica, siano segnati dalle Scritture sacre ebraiche e poi cristiane - delle quali propone senza esitare la lettura canonica, che le abbraccia nell'insieme trasmesso dalla tradizione della Chiesa e dove le singole parti si richiamano e si integrano l'una con l'altra - e dalla fede biblica.
Da qui scaturisce anche l'opposizione a ogni assolutizzazione politica del cristianesimo, che nel mondo antico si presenta come "entità rivoluzionaria", sia pure temperata.
Di fronte a questo si erge inquietante lo gnosticismo, che per secoli seguirà il cristianesimo "come un'ombra maligna", da esso radicalmente diverso nell'opporsi al cosmo e al suo creatore e dunque segnato da una anarchia di fondo. Ratzinger - che risulta del tutto al corrente del dibattito scientifico sulle origini dello gnosticismo e rileva, con punte di raffinata attenzione filologica, la convinzione di intellettuali pagani come Celso e Plotino che lo identificavano con la fede cristiana - dà del fenomeno gnostico una lettura storica e teologica che lo vede, da sempre, schierato "dalla parte del serpente".
Questa descrizione ratzingeriana richiama quella dei grandi avversari antichi dello gnosticismo, rappresentato come una "tonalità d'animo le cui energie da lungo tempo s'erano andate accumulando a far gorgo", che escono allo scoperto e dilagano non per caso all'apparire del cristianesimo e che, appunto diabolicamente, lo accompagneranno nel corso della storia.
Come si è accennato, Ratzinger sottolinea il fatto che l'opposizione filosofica agli ordinamenti statali, di origine soprattutto stoica, offre agganci a quella dei cristiani: ma "l'ideale apolitico e individualistico cosmopolita del cittadino del mondo" è superato dalla venuta di Cristo, che è "mistero di unità" e anima quella "fraternità cristiana" a cui il giovane teologo dedica proprio nello stesso periodo la prima pubblicazione monografica importante (Die christliche Brüderlichkeit) dopo le due tesi su Agostino e su Bonaventura. In ambito ebraico e cristiano, la riflessione si sposta sulle nazioni (e sui loro angeli, o demoni), nate dalla dispersione di Babele, e proprio sul fattore nazionale s'incentra uno dei punti principali della polemica di Origene contro Celso.
Analogamente, un passo difficile del De principiis fonda "la metafisica teologica della nazione" elaborata dal grande intellettuale cristiano alessandrino, che sottolinea l'irriducibilità di fondo - per ragioni escatologiche - della rivoluzione cristiana nei confronti del mondo, e dunque anche di ogni sistema politico. Ancora più a fondo va la riflessione di Agostino sulla teologia politica, svolta in particolare nel De civitate Dei. Quest'opera davvero epocale, occasionata dagli echi dell'inaudito sacco di Roma, risente ovviamente di una situazione del tutto nuova, dopo la svolta costantiniana e l'elaborazione di Eusebio di Cesarea (a proposito delle quali i cenni di Ratzinger tengono conto più della dimensione teologica che di quella storica, pure non trascurata, anzi avvertita con finezza).
Il giovane teologo nota subito che il prediletto vescovo di Ippona ribadisce la fede cristiana nel rapporto tra Dio e mondo: così, di fronte al monismo stoico sostiene l'assoluta alterità di Dio creatore, e di fronte all'insistenza platonica sulla trascendenza divina afferma la fede nell'incarnazione di Cristo: per Agostino, insomma, "il Dio creatore - sintetizza Ratzinger - è pure il Dio della storia". Proprio per questo ogni costruzione umana è relativa, cioè perché sempre resterà umana: con le parole del grande intellettuale africano, "cosa sono tutti gli uomini, se non uomini?".
A differenza di Origene, però, Agostino insiste maggiormente sulla presenza permanente nella Chiesa dell'unità delle nazioni preannunciata a Pentecoste e che invece per l'alessandrino è soprattutto un segno escatologico: "Già il corpo di Cristo parla tutte le lingue, e quelle che non parla le parlerà". Rispetto poi al rapporto con gli ordinamenti politici che restano mondani, il realismo della dottrina agostiniana non propone né una "ecclesializzazione" (Verkirchlichung) dello Stato né una "statalizzazione" (Verstaatlichung) della Chiesa. L'aspirazione, condivisa da Ratzinger, è ben diversa: e cioè quella di "rendere presente la nuova forza della fede" in questo mondo provvisorio. E il cristianesimo ne relativizza tutte le realtà, compresa naturalmente quella politica, perché guarda all'unico assoluto.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 23 gennaio 2011)
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