Dolore e speranza


Speranza è la parola chiave della visita di Benedetto XVI in Messico, una visita rivolta intenzionalmente a tutta l'America latina e ai Caraibi, seconda meta - con l'attesissima tappa cubana - di questo lungo itinerario papale. Sullo sfondo del bicentenario dell'indipendenza, nelle parole del Pontefice è così più volte risuonato il richiamo a quella missione continentale avviata ad Aparecida dall'ultima conferenza generale dell'episcopato latinoamericano. Per uno scopo, che s'intreccerà con il prossimo anno della fede: radicare in un'immensa area del mondo, in prevalenza cattolica, la necessità di annunciare di nuovo il Vangelo per superare la tentazione, insidiosa e sempre presente nella comunità cristiana, di una fede superficiale e abitudinaria.
Nell'omelia e nelle parole prima dell'Angelus pronunciate sotto lo sguardo della statua di Cristo Re eretta sul monte Cubilete, centro non solo geografico del Messico, Benedetto XVI ha parlato di speranza, inserita dentro i problemi del Paese e di molte parti del continente: facendo eco all'incisivo saluto dell'arcivescovo di León - monsignor José Guadalupe Martín Rábago ha tra l'altro descritto un cambiamento culturale e morale devastante - il Papa ha così denunciato le divisioni subite da molte famiglie forzate a emigrare e le sofferenze di molte altre a causa di povertà, corruzione, violenza, narcotraffico e criminalità.
In questo tempo segnato dal dolore e dalla speranza, Benedetto XVI ha commentato il brano evangelico - ascoltato, durante una messa esemplare, da mezzo milione di fedeli che riempivano l'immenso parco del bicentenario - nel quale Giovanni riferisce la richiesta dei greci di vedere Gesù e la sua risposta, che dichiara la sua glorificazione sulla croce. È lo stesso messaggio espresso dalla regalità di Cristo, come indicano la corona regale e quella di spine della statua del Cubilete, che Giovanni Paolo II non poté mai visitare nei suoi cinque viaggi in Messico: il regno dell'unico Signore non si fonda infatti sulla forza, ma sull'amore di Dio, che conquista i cuori ed esige il rispetto, la difesa e la promozione della vita umana, la crescita della fraternità e il superamento della vendetta e dell'odio.
E la speranza è fondata sulla venuta di Cristo, rifiutato e messo a morte ma che proprio attraverso la sua passione ha realizzato la salvezza. Il male non può impedire la volontà divina di salvare l'uomo né avrà l'ultima parola nella storia, ha ribadito Benedetto XVI nell'omelia durante la preghiera dei vespri insieme ai rappresentanti degli episcopati del continente e a loro, in continuità con i suoi predecessori, ha confermato la vicinanza del successore dell'apostolo Pietro.
Con la visita in Messico il Papa ha saputo toccare il cuore dei messicani, mostrando con semplicità il suo affetto alle moltissime persone che hanno aspettato ore per vederlo anche solo un momento e soffermandosi soprattutto con i più deboli e i più piccoli: dai familiari delle vittime della violenza ai malati e ai bambini. A questi "piccoli amici" ha voluto dedicare un incontro, durante il quale ha ripetuto l'essenza del Vangelo: Dio vuole che siamo felici, e se lasciamo che cambi i nostri cuori allora davvero potremo cambiare il mondo.

g.m.v.



(©L'Osservatore Romano 26-27 marzo 2012)
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