Un colloquio al Laterano fra ricordi, bilanci e impegni per il futuro

Fede, cultura e secolarizzazione
La nuova missione del cardinale Ruini


di MARCO BELLIZI - GIOVANNI MARIA VIAN

Lo splendido Laterano in fondo gli è sempre stato stretto. Per lui, abituato alla generosa campagna emiliana e allo sguardo che, nella pianura, si perde nell'orizzonte, i pochi alberi di via Merulana, soffocati dai palazzoni di Monti, sono quasi una provocazione. Per questo il cardinale Camillo Ruini, vicario di Roma dal 17 gennaio 1991 al 27 giugno 2008, è contento del suo nuovo appartamento, quello che andrà a occupare all'ultimo piano del Seminario minore, a ridosso delle mura vaticane. "C'è un'enorme terrazza", confida seduto nel salone di quella che è stata la sua casa per diciassette anni. "Ah, e anche un parco, non grande, ma, insomma, un bel parco", aggiunge con fanciullesco entusiasmo. Un parco dove passeggiare fra gli alberi, finalmente, e meditare sui prossimi impegni che lo attendono. Perché il cardinale Ruini, terminato il suo incarico da vicario di Roma, ha già molte idee per il futuro, per quel "Progetto culturale" che è stata una sua creazione. Uno dei tanti servizi che il porporato - come ha sottolineato Benedetto XVI - ha reso alla Chiesa, come studioso e docente di teologia, come segretario generale e poi presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Come vicario del Papa per Roma. In attesa del trasloco, già il 30 giugno, fra decine di scatoloni pieni di libri e le dodici collezioni ultratrentennali di riviste a cui è abbonato, nel salone della sua abitazione lateranense ancora per qualche ora risparmiato dall'imballaggio, il cardinale Ruini incontra chi scrive e il direttore del nostro giornale, per un colloquio sugli anni trascorsi da vicario di Roma, sui ricordi di molti anni e, naturalmente, sulle sfide che ancora lo attendono. Nelle quali sarà come sempre assistito dalla segretaria ma non da un segretario ("perché ora è uno spreco sacrificare un prete solo per me"). Incontrerà soprattutto persone, in quella che sarà ora la sua attività principale, spenderà il credito acquisito per spiegare ancora che la fede e la cultura devono camminare insieme.

Eminenza, la sua è stata una lunga esperienza da vicario. Ripercorrendo con la memoria questi anni, può identificare qualche pietra miliare di questo lungo e significativo percorso?

La prima pietra miliare era, diciamo così, già in atto quando sono arrivato ed è stata completata dopo due anni dalla mia presenza. E cioè il sinodo diocesano, voluto da Papa Wojtyla e portato avanti dal cardinale Poletti. La seconda, poco tempo dopo, la missione cittadina, un fatto veramente molto importante ma anche un modello, un'esemplarità tradotta in atto perché è stata in qualche modo ripresa in altre città:  in centocinquanta diocesi italiane e già in cinque capitali europee, l'ultima in ordine di tempo Budapest, prima Parigi, vienna, Lisbona e Bruxelles, oltre che in America Latina. Sia pure con modalità diverse, perché quello che si è fatto qui non è possibile farlo in altre diocesi:  qui la missione è stata condotta tutta con forze locali, i missionari erano i sacerdoti e le parrocchie, 2.000 religiose e soprattutto 14.000 laici, dei movimenti, delle comunità. Un "popolo di Dio in missione":  questo era il concetto teologico. La missione fu annunciata nel 1995 per poi terminare nel 1999; ma in realtà nel 1996-1997 c'è stata la preparazione, nel 1997-1998 la missione alle famiglie, nel 1998-1999 la missione presso i luoghi di lavoro, le scuole, gli ospedali.

Si può dire che il modello sia stato quello della missione a Milano di Montini?

Assomiglia. Non è ricalcata, è stata ripensata in un'ottica che è successiva al Concilio Vaticano II, però in effetti assomiglia. Tuttavia, mentre Montini chiamò da fuori molti missionari noi non abbiamo chiamato nessuno. Uno degli elementi fondamentali della missione di Roma è stata la preparazione fatta sul terreno a un tale numero di testimoni. 14.000 laici sono tanti, anche se questo è stato un tesoro che purtroppo non si è riusciti a conservare del tutto. Allora fu considerato come un grande evento. Lo spirito originario tuttavia, ancora valido, non era quello semplicemente di un "evento" ma l'inizio di una missionarietà permanente:  questo era l'obbiettivo. Obbiettivo che è stato conseguito solo in parte. Poi, fra le pietre miliari, chiaramente l'Anno Santo. E nell'ultimo periodo, con Benedetto XVI, gli anni pastorali tematici:  sulla famiglia, poi sull'educazione con, ogni anno, il discorso programmatico del Papa stesso al convegno diocesano. Infine, gli altri aspetti salienti sono secondo me le ordinazioni. L'aver ordinato 26-27 sacerdoti in media ogni anno, vale a dire 484 sacerdoti. Più della metà del clero romano è stato ordinato negli ultimi diciotto anni. E abbiamo costruito 57 nuove parrocchie. È un dato che fa colpo ma non è molto diverso da quello ottenuto sotto il vicariato del cardinale Poletti. E grosso modo, dagli inizi del Novecento l'andamento è sempre stato questo. Ora ci sono 336 parrocchie. Ce n'erano 35 all'inizio del secolo scorso; del resto la Roma umbertina aveva 300.000 abitanti. Un altro aspetto che mi piace ricordare è poi l'impegno di continuare la strada avviata dal cardinale Poletti per rafforzare il senso di appartenenza alla diocesi. La prima intuizione fu di Giovanni xxIIi - il quale era molto attento alla diocesi - che volle portare tutto qui al Laterano, con un po' il concetto della civitas Lateranensis.

Anche  in  virtù  di  questo  incarico  lei ha  avuto  stretti  rapporti  con  Giovanni Paolo II, così come li ha con Benedetto XVI. C'è qualcosa, nel magistero o nella personalità di Giovanni Paolo II, che ritiene non sia stato ancora sufficientemente messo in evidenza?

Posso dire questo, molto, molto modestamente:  che mi ha sempre colpito la sua capacità di unire la fede con il senso della storia, di capire la storia con il senso della fede e anche di intervenire nel divenire storico alla luce della fede. Parlando con lui vedevo questa sua grande attenzione ai macrofenomeni storici. La Centesimus annus è l'espressione di questo approccio. Ciò è tipico in Giovanni Paolo II. Un teologo della storia, ma non un teologo teoretico, piuttosto un teologo della storia in atto, sapeva leggere le vicende storiche alla luce dell'Incarnazione. Ricordo che all'epoca dell'assunzione del mio incarico di segretario della Cei il Papa era preoccupato per l'Italia. Le sue preoccupazioni non vertevano sulla politica, come molti pensano, ma sulla linea e sugli orientamenti della Chiesa. Egli pensava, come me del resto, che la Chiesa italiana fosse troppo influenzata dall'idea della secolarizzazione, vedendola come un dato irreversibile, al quale la pastorale doveva in qualche modo adeguarsi. Invece Giovanni Paolo II voleva reagire e tante volte mi ha detto personalmente che la secolarizzazione non era affatto il futuro, era una passaggio transeunte. Era convinto che la secolarizzazione non fosse una chiave in grado di aprire l'avvenire, mentre il futuro lo apre una proposta piena della fede. È quanto dice la Redemptor hominis, Cristo redentore dell'uomo, il cristocentrismo e l'unione con l'antropocentrismo; basta insomma leggere le prime due encicliche, la Redemptor hominis e la Dives in misericordia.

E cosa invece di Benedetto XVI l'ha sorpresa, nonostante la sua conoscenza di vecchia data con Joseph Ratzinger?

Io lo conosco in effetti dal 1971. Ma, intendiamoci, nel 1971 egli era professore a Ratisbona, io lo invitai a tenere una conferenza a Reggio Emilia e una lezione in seminario. Venne e passammo una giornata insieme. Lo accompagnai a Canossa. Era interessatissimo a vedere Canossa, che è lì vicino, a pochi chilometri da Reggio Emilia. Lo accompagnai con la macchina. Ricordo che c'era poco, qualche rudere, non c'era nessuna valorizzazione di un luogo pur così importante. Il cardinale Ratzinger poi l'ho rivisto quando sono venuto qui, nel 1986, quindici anni dopo. Da allora abbiamo avuto contatti, anche se non molto frequenti.

Quindi lei è romano da ventidue anni...

Sì, da ventidue. Più otto da studente. Trent'anni. Ventinove anni a Reggio, trenta a Roma e diciotto a Sassuolo. Comunque, tornando al Papa, avevo già notato che era una persona molto fine, dai tratti gentili, un vero signore. Quello che mi ha colpito , diventando più frequenti i contatti in questi anni, è il suo grandissimo rispetto, l'attenzione e la considerazione per le persone. Mi è sembrato un tratto decisivo della sua personalità. Egli è molto delicato sotto questo aspetto. La sua teologia, invece, la conoscevo già molto bene, me ne ero servito come insegnante e poi per le mie prolusioni.

Cosa ricorda del suo periodo da studente a Roma?

Ho studiato a Roma dal 1949 al 1957, in epoca anteriore al concilio, caratterizzata dall'enciclica Humani generis.

I tempi della condanna ai comunisti...

Sì, i tempi della condanna ai comunisti, ma alla Gregoriana c'era un clima più internazionale, dei comunisti italiani ci si occupava poco. Poteva interessare me, che sono emiliano (ride, n.d.r.), ma non loro. Comunque mi interessò molto l'Humani generis e la Gregoriana si concentrò molto sulla difesa di quell'enciclica. C'erano personalità molto diverse ma tutti erano impegnati nel difendere il Papa e il suo primato. Alla Gregoriana erano molto "romani":  questo mi ha segnato e ne sono grato.

Lei ha partecipato anche all'elezione di Benedetto XVI. Cosa desidera ricordare di quelle giornate così particolari, dalla morte di Giovanni Paolo II all'elezione, appunto, del cardinale Ratzinger?

Ho partecipato solo all'ultimo conclave, perciò non conosco i precedenti. Però di questo mi ha colpito il forte clima spirituale, dominato dall'esperienza della malattia, della morte e dei funerali di Giovanni Paolo II, del suo trapasso. Questo clima secondo me ha impregnato già il preconclave e poi il conclave, generando uno spirito di fede e di raccoglimento che era molto idoneo all'elezione del nuovo Papa. Direi che questo clima ha caratterizzato il conclave:  questo sentire comune. Era un clima propizio a una convergenza verso l'unità. Inoltre il cardinale Ratzinger era profondamente collegato a questo clima, per l'omelia funebre, per i testi della via crucis, testi molto forti, e certamente anche per quanto detto nella messa pro eligendo Pontifice. Forse è così in tutti i conclavi, ma in quel conclave particolarmente, anche per quello che era accaduto, c'era in tutti un clima di grande coinvolgimento spirituale.
Solo due cardinali avevano partecipato ad altri conclavi. Uno era il cardinale Baum. L'altro proprio il cardinale Ratzinger, creato da Paolo VI...
È vero. Gli altri creati da Paolo VI erano ultraottantenni.

Per i cattolici emergenza educativa significa soprattutto educazione alla fede. Lei è stato fra l'altro, oltre che studioso di teologia, anche docente. Cosa vuol dire oggi formare nuovi preti, con quali difficoltà soprattutto ci si deve saper confrontare?

Credo che oggi la formazione del sacerdote debba andare di pari passo con la formazione del cristiano e dell'uomo. Non possiamo dare per scontato che chi entra in seminario, anche se ha trent'anni, sia un cristiano, e un uomo, formato. Al tempo stesso bisogna tenere presente che quelli che entrano adesso sono figli dei nostri anni, con gli aspetti positivi e negativi. Fra i primi, per esempio, l'apertura mentale e anche una sete di autenticità, che c'è, esiste. Fra i secondi la difficoltà, che tutti conosciamo, ad assumere decisioni definitive e anche il timore degli ostacoli che è tipico del mondo giovanile oggi, il timore di fallire la prova. Insomma, nella sostanza, sia che siano giovani, sia che siano adulti - perché oggi, rispetto a 30 anni fa, bisogna sottolineare che chi entra in seminario è spesso un adulto, ed educare un adulto è una cosa particolare - i preti, i sacerdoti sono sempre uomini chiamati a configurarsi a Cristo. Questo significa, come ha detto il Papa a Colonia, in qualche modo "innamorarsi di Lui":  non c'è alla fine autentica esistenza sacerdotale senza questo rapporto personale con Cristo. Questo rapporto si può facilitare, aiutare a farlo crescere, ma è una cosa che non è in potere nostro.

Dovrebbe essere la stessa cosa per ogni cristiano...

Certo, e spesso i laici battono i preti in questo. Ma nei preti, guai se manca. La loro vita diventa difficile. Chi non ha più questo centro di equilibrio è tentato di compensare in qualche modo:  può essere con la carriera, con un amore illecito, con il denaro, con tante cose; anche con l'affermazione di sé.

Lei ha dato il via al Progetto culturale in Italia, inizialmente poco compreso, e del quale continuerà a occuparsi anche nei prossimi anni. Qual è il suo bilancio e come e in quali luoghi agire in futuro?

Ci sono state delle ombre e delle luci. Le ombre sono principalmente i malintesi. Uno è il malinteso direi politicistico:  cioè il Progetto culturale come alternativa, come via d'uscita, all'unità politica dei cattolici, un malinteso che ha pesato molto. Oppure l'altro malinteso:  il Progetto culturale come qualcosa di elitario, per gli uomini cioè di grande cultura, e di alternativo rispetto alla carità, rispetto all'attenzione alla gente comune. Questi vari equivoci hanno pesato negativamente. Quanto alle luci, ci sono direi la sensibilità e la consapevolezza, che piano piano sono cresciute. Prima non c'era forse sufficiente attenzione per questo aspetto nella pastorale della Chiesa. È cresciuta cioè la consapevolezza che il rapporto tra fede e cultura è un aspetto non eludibile dell'evangelizzazione:  quello che diceva Paolo VI nella EvangelII nuntiandi. Poi c'è un altro elemento:  è cresciuta nella popolazione italiana e anche nelle élites culturali la consapevolezza che il cristianesimo può essere una risorsa molto importante, per il Paese e per la vita di oggi. E che l'esperienza cristiana ha qualcosa da comunicare sui nodi di fondo del tempo che viviamo, non soltanto sulla bioetica. Dagli sviluppi storici degli ultimi 15-20 anni è venuto dunque un aiuto al Progetto culturale, alle sue finalità, ai suoi scopi. Per il futuro bisogna agire dai luoghi più interni ai luoghi più esterni, dalla Chiesa, dalla vita vissuta e dalla pastorale quotidiana fino alla ricerca intellettuale e scientifica e all'attività legislativa. Come la cultura è un concetto pervasivo, così anche se si vuole fare un'azione culturale seria bisogna tenere presenti tanti registri. Anche all'estero questa problematica è sempre più condivisa, in Europa ma anche fuori. Gli episcopati stessi si rendono conto che senza uno sforzo per incidere sulla cultura si cammina su un tapis roulant che va in senso opposto. Ciò non toglie che la sfida sia molto difficile.

Eminenza, nella sua esperienza pastorale, e al vertice di un organismo così importante come la Conferenza episcopale italiana, ha avuto modo di incontrare molte persone e molte cosiddette personalità. Nella sua privata galleria di volti e ricordi, quale le ritorna più spesso in mente?

La mia può sembrare una risposta scontata. Ma certamente la personalità che ha inciso di più su di me è stato Giovanni Paolo II. Non c'è dubbio. E vorrei ricordare che il mio rapporto con lui è stato molto mediato dall'attuale arcivescovo di Cracovia, il cardinale Stanislaw Dziwisz. Non potevo andare dal Papa a parlare ogni momento, evidentemente. Mi ha sempre colpito come don Stanislao fosse veramente l'uomo e il sacerdote che sapeva immedesimarsi completamente nel suo compito, che era quello di fare il segretario, comprendendo fino in fondo che quella era la sua missione. In ciò era facilitato dal fatto di condividere la vita di Karol Wojtyla, come poi egli ha espresso bene nel libro Una vita con Karol. Mi è servito molto leggere quel libro per capire di più, non solo il Papa, ma anche don Stanislaw.



(©L'Osservatore Romano 28 giugno 2008)
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