Monsignor Fortino racconta com'è nato lo scambio di visite per le feste dei patroni delle due Chiese

Nelle relazioni con gli ortodossi
lo straordinario è divenuto normale

C'era anche lui il 30 novembre 1969 al Fanar nella delegazione che diede il via allo scambio regolare e ininterrotto di visite tra Costantinopoli e Roma per le feste patronali di sant'Andrea e dei santi Pietro e Paolo. Monsignor Eleuterio Francesco Fortino, sotto-segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, è "anima" e "archivio" della causa ecumenica. In questa intervista a "L'Osservatore Romano" racconta la genesi degli scambi di visite e quali sono i contenuti fondamentali. "Parlare di queste visite annuali - spiega - è utile per ricordare alcuni precedenti storici e per verificare come si inseriscono nel dialogo ecumenico. Innanzitutto bisogna ricordare lo scambio regolare di delegazioni ufficiali per le feste patronali avviene soltanto con il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli". Ad esprimere tutto questo, dice, c'è l'icona che Atenagora I donò a Paolo VI nel 1967 e che si trova nella nuova sede del Pontificio Consiglio per l'Unità:  vi è raffigurato l'abbraccio tra i fratelli Pietro e Andrea.

Come nasce lo scambio di visite per le feste patronali di Roma e Costantinopoli?

L'origine è un po' lontana ma interessante. Storico è stato l'incontro a Gerusalemme, nel gennaio 1964, tra Paolo VI e Atenagora I. La parola e l'abbraccio di pace presero il posto del silenzio secolare. Nel 1965 Roma e Costantinopoli tolsero di mezzo il ricordo delle antiche scomuniche del 1054. Poi nel 1967 qui a Roma si è celebrato l'anno della fede, nel XIX centenario del martirio di Pietro e Paolo. Il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli inviò una delegazione composta da due metropoliti, un archimandrita e un diacono. In quello stesso anno, a luglio, Paolo VI si recò dal Patriarca Atenagora I che gli restituì la visita in ottobre.
Nell'aprile 1969, morto il cardinale Bea l'anno prima, il cardinale Willebrands divenne presidente dell'allora Segretariato per l'unione dei cristiani. Per la festa di sant'Andrea del 1969 egli pensò di fare la sua prima visita, proprio nella veste di presidente del Segretariato, al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli. Quelle grandi circostanze, tra il 1967 e il 1969, si misero dunque naturalmente in collegamento, ma non erano state coordinate. Hanno dato origine ad una nuova testimonianza di fraternità ecclesiale tra Roma e Costantinopoli.

Come andò quella prima visita del 1969?

Andò benissimo. Lo scopo era partecipare alla celebrazione ortodossa della festa patronale e fare il punto delle relazioni per dare un nuovo impulso allo sforzo comune. Nella delegazione c'erano il cardinale Willebrands, il segretario Hamer, il sotto-segretario Duprey e c'ero anche io come membro della sezione orientale del Segretariato. Tutto lo sviluppo degli scambi di visite per le feste patronali nasce proprio da lì. In quella circostanza, infatti, ci si chiese come fare per stabilire uno scambio regolare di visite per le feste patronali. E nel giugno successivo il Patriarcato di Costantinopoli mandò una delegazione a Roma per la festa dei santi Pietro e Paolo. Da allora, ogni 30 novembre, per sant'Andrea, una delegazione della Santa Sede va al Patriarcato ecumenico e ogni 29 giugno, per i santi Pietro e Paolo, una delegazione di Costantinopoli viene a Roma.

Che cosa significa in concreto questo scambio?

Questo scambio da allora è avvenuto in modo ininterrotto e si è mostrato fecondo. Oltretutto questa iniziativa è stata accentuata anche da fatti importanti. Innanzitutto sono state firmate Dichiarazioni comuni che segnalano evoluzioni, problematiche incontrate e auspici per il superamento di situazioni che ancora impediscono la piena comunione. Ad esempio, la prima visita ecumenica di Giovanni Paolo II, per sant'Andrea del 1979, fu proprio al Patriarcato di Costantinopoli. Fu l'occasione per annunciare l'inizio del dialogo teologico ufficiale attraverso la formazione di una commissione mista internazionale per il dialogo tra cattolici e ortodossi. Un dialogo che ovviamente non è soltanto con Costantinopoli, ma tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme:  vuol dire che comprende tutte le Chiese autocefale. Negli anni questa iniziativa per le feste patronali è stata avvalorata anche dalle visite di Bartolomeo I a Roma per i santi Pietro e Paolo nel 1995 e nel 2004 e dalla visita di Benedetto XVI, lo scorso anno, per sant'Andrea. Ma anche quando non avviene l'incontro tra il Papa e il Patriarca, è importante rilevare che lo scambio di visite vede sempre, dalle due parti, la partecipazione di una delegazione ufficiale.

Quali sono le caratteristiche di questi incontri?

Sono tre le caratteristiche importanti:  preghiera, incontro personale e conversazioni. Innanzitutto ogni visita prevede la preghiera in una circostanza di festa. È una forte sottolineatura dell'aspetto spirituale, liturgico, delle relazioni ecumeniche. La preghiera deve avere il primato nelle nostre relazioni e in questa circostanza delle feste patronali è chiaramente espressa, è dominante. È stato un fatto molto importante, ad esempio, che il Papa e il Patriarca abbiano proclamato insieme il simbolo di fede niceno-costantinopolitano nella lingua greca.

Il primo aspetto è la preghiera. E gli altri due?

Sì, il primo aspetto resta la preghiera. Il secondo elemento è l'incontro personale tra il Papa e il Patriarca e tra i componenti delle delegazioni. Se guardiamo all'intera storia delle nostre relazioni, notiamo un'assenza di questi incontri nel passato. Non è mai un fatto solo di cortesia, conviviale, ma un incontro personale dove i due Capi delle Chiese parlano come pastori. Quindi è un incontro profondo. E lo stesso vale quando avviene a livello di delegazioni ufficiali.

Dunque è importante la dimensione personale.

Oltre alla parte ufficiale delle visite c'è questo aspetto del tutto personale che nelle relazioni ecumeniche è fondamentale:  si creano conoscenza, rispetto, fiducia, desiderio di proseguire il dialogo.

La terza caratteristica sono le conversazioni.

Sì, nel pomeriggio di giovedì 29 la delegazione della Santa Sede ha una serie di incontri con la commissione per le relazioni inter-cristiane del Patriarcato. Dalla mia esperienza risulta che tre sono gli elementi principali delle conversazioni:  si fa una valutazione di ciò che si è fatto nell'ultimo anno, si discute se sono emerse difficoltà e si fa una programmazione per il futuro. Questo momento di conversazione e di discussione è molto creativo nel suo iter. E anche se sorgono difficoltà è la sede giusta per affrontarle.

E di che cosa si parla in questa visita:  quali sono le valutazioni sull'ultimo anno?

Anche quest'anno ci sono molte cose da valutare ma certamente è una situazione molto positiva. L'anno scorso il Papa si è recato al Patriarcato. Con Bartolomeo I ha firmato una Dichiarazione comune con valutazioni e impegni. E dopo un anno molte cose sono state fatte.

La più importante?

Un anno fa si auspicava, anche nella Dichiarazione comune, che finalmente si riavviasse con nuovo vigore il dialogo teologico. Adesso il dialogo c'è stato. A Ravenna, dall'8 al 15 ottobre, la X sessione plenaria della commissione mista del dialogo teologico (annunciata, come detto, nel 1979 da Giovanni Paolo II e Dimitrios I) ha completato lo studio iniziato l'anno prima. Il documento finale, approvato da tutti i presenti, è importante perché cattolici e ortodossi si accordano su una piattaforma teologica, ecclesiologica, comune su cui fondare la discussione sul primato del Vescovo di Roma.

Può spiegarci qual è il punto centrale?

Il fatto di aver constatato insieme che nella storia della Chiesa a tre livelli - locale (diocesi), regionale (metropolia, patriarcato) e universale - c'è un primo, un pròtos, uno che ha una funzione particolare, rispettivamente il vescovo nella diocesi, il patriarca nel patriarcato e il Vescovo di Roma come pròtos a livello universale.

Quali i prossimi passi?

Certo lo studio non è finito. È importante questa piattaforma comune ma adesso, si dice nel documento, bisogna studiare le prerogative del pròtos a livello universale. È sulla questione della figura e del ruolo speciale del Vescovo di Roma che ora verteranno le nuove fasi del dialogo. La prossima sessione plenari avrà luogo nell'ottobre 2009. Il tema sarà una continuazione di quello concluso a Ravenna:  "Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione ecclesiale nel primo millennio".

Ravenna, dunque, è stato un incontro positivo?

Sì, molto positivo. Anche se non tutto è andato bene. C'è stato il noto problema ortodosso del dissenso a proposito della Chiesa "autonoma" di Estonia come membro del dialogo. Il Patriarcato di Mosca non riconosce lo "status" di autonomia di quella Chiesa e ha scelto di ritirarsi dalla riunione. È una questione da chiarire nel mondo ortodosso ma che porta disturbo al dialogo e tristezza perché si vorrebbe la maggiore armonia possibile tra tutti. È importante che il dialogo sia tra Chiesa cattolica e tutte le Chiese ortodosse.

Ormai è "normale" che il Papa e il Patriarca di Costantinopoli si incontrino (due volte nell'ultimo anno, al Fanar e a Napoli) e che si consideri acquisito lo scambio di delegazioni.

È vero e lo è ancora di più se si guarda alla storia. Ricordo, ad esempio, la prima visita compiuta qui a Roma dal Patriarca Atenagora I nell'ottobre 1967:  anche solo guardando i mass media si aveva l'impressione di un evento epocale. Adesso l'incontro tra il Papa e il Patriarca di Costantinopoli è un fatto normale, come si è visto anche di recente a Napoli. In campo ecumenico lo straordinario è davvero divenuto un fatto normale. (g.p.m.)



(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2007)
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