Intervista ad Antonio Spadaro a cinquant'anni dalla pubblicazione di «On the road»

Cristo, l'unica risposta di Jack Kerouac

Elena Buia Rutt


L'inquieta ricerca spirituale di Kerouac, il suo corpo a corpo con il terribile enigma della vita sono stati recentemente indagati da Antonio Spadaro, dalle colonne de "La Civiltà Cattolica". Addentrandosi nelle pagine dei diari di Kerouac, recentemente pubblicati da Mondadori col titolo Un mondo battuto dal vento, Spadaro smonta i falsi stereotipi che sullo scrittore si sono accumulati nel tempo e sottolinea come tutta la sua opera sia pervasa da una profonda sensibilità cattolica; una sensibilità viva, pulsante e inequivocabilmente presente alle radici della sua ispirazione.

Jack Kerouac, in una sua autopresentazione, scriveva di essere "non un "beat", ma uno strano solitario pazzo mistico cattolico". Quali sono le ragioni per cui questo lato spirituale dell'autore di Sulla strada, in Italia è stato ignorato dalla critica?

In Italia la critica ha restituito un'interpretazione parziale di Kerouac, quella ribelle e trasgressiva, relegando il suo cristianesimo a puro e semplice bigottismo. Sicuramente Kerouac stesso - le cui radici familiari, ricordiamolo, erano cattoliche - mal sopportava una religione intesa come moralismo e visse la sua spiritualità in forme inusuali, selvagge, ma a volte anche ortodosse. I personaggi dei suoi libri sono una parata di fuorilegge divini, angeli solitari, santi folli, profeti sotterranei. E in Italia, appunto, si è verificata una sorta di censura del cristianesimo di Kerouac a favore di posizioni orientaleggianti, vissute da Kerouac ma poi decisamente superate.

Qual è la caratteristica più immediatamente evidente della religiosità di Kerouac?

Lo slancio vitale, il sì alla vita. Certamente il suo cattolicesimo era debole, mal evoluto, forse infantile e fin troppo tormentato e dialettico:  ma i desideri di amore, salvezza, pienezza ed eternità informavano tutte le sue tensioni vitali. Dall'infanzia sino alla morte, però, Kerouac scrisse lettere a Dio, preghiere rivolte a Gesù, poesie dedicate a san Paolo e invocazioni per la propria salvezza.

Kerouac morirà alcolizzato a soli quarantasette anni. Come si coniugano gli aspetti "spirituali" con una corporeità vissuta all'estremo, in modo autodistruttivo?

Il senso della parabola di Kerouac si riassume tenendo insieme, per quanto in maniera sempre instabile, due poli:  una radice che desidera senza sosta accedere a tutti i nutrimenti terrestri e una forte tensione a ciò che è soul, eternity, salvation (anima, eternità, salvezza):  tutte parole sue. Insomma una tensione dialettica tra "carne" ed "infinito". Lo slancio vitale, il desiderio incontenibile di vita, che sono proprio alla base della spiritualità dello scrittore, lo porteranno a subire la realtà più che a sperimentarne mollemente i piaceri in modo estetizzante. La sua non sarà mai una trasgressività fine a se stessa. Anche in questo caso, come si può notare, c'è stata un'interpretazione strumentale da parte della critica.

Quindi, alla luce delle parole stesse dell'autore, che vuol dire la parola beat, associata al nome di Kerouac?

Sappiamo che fu proprio Kerouac a coniare il termine beat-generation, parola che individua un fenomeno generazionale di cui fu capostipite e padre. Di per sé il termine beat ha molti significati:  è la prima parte della parola beatitude, ma beaten significa anche abbattuto, scoraggiato, alla deriva. Il beat individua uno stile di vita senza regole e inquieto, dominato dall'incertezza, dall'ansia e da una certa tensione sempre insoddisfatta, che in seguito ha portato ad atteggiamenti ribellistici e contestatari connotati politicamente. Da qui un altro fraintendimento, più o meno intenzionale:  la parola beat ha invece per Kerouac radici religiose, legata appunto alla parola beatitudine.

La spasmodica ricerca di verità di Kerouac, questo suo vivere nella domanda approderà prima o poi a una risposta?

Per Kerouac affrontare il mistero ultimo della vita è l'unica attività importante a questo mondo; una questione seria che richiede una vera e propria resa dei conti. La persona di Gesù, con tutta la spinta ideale, si innesta, per lo scrittore, in questo terreno di domande. Cristo è, usando le stesse parole di Kerouac, the only soul, l'unica anima a cui far riferimento e the only answer, l'unica risposta ai dilemmi, agli impulsi interiori, al desiderio di vita. Si può leggere in questo affidamento un atteggiamento umile, che sarà invece in seguito storpiato in forme vagamente ribellistiche dai suoi emulatori.

Cosa significa scrivere per Kerouac?

Se vivere vuol dire per Kerouac esporsi alle powerful things, al mondo e alla realtà che ha una potenza di apertura alla vita, scrivere è, come lui stesso dice "un'esplosione di interesse". Scrivere significa esplorare i confini dell'eternità e, in qualche modo, impegnarsi nella propria personale salvezza attraverso le opere. La letteratura, come accade per tutti i grandi scrittori, qui non è un gioco, intrattenimento ludico o anche di puro gusto. Ha a che fare con la salvezza, in un modo o nell'altro. Assorbe le radicali tensioni vitali e diventa un dono ricevuto, una chiamata rispetto a cui esprimere profonda gratitudine. Nel 1950, al termine della composizione del suo primo romanzo, La città e le metropoli, Kerouac scrisse nei suoi diari - che il lettore italiano farebbe bene, se può, a leggere in originale perché la versione mondadoriana è purtroppo a tratti penalizzante - un ultimo "salmo" di intensità straordinaria, che ben riassume in forma decisamente orante la sua sensibilità di scrittore:  "Grazie, Signore, Dio degli eserciti, Angelo dell'universo, Re della luce e Creatore delle tenebre per le Tue vie, le quali, se non fossero percorse, trasformerebbero gli uomini in ottusi danzatori nella carne senza dolore, mente senza anima, dito senza nervo e piede senza polvere [...] Mantieni la mia carne nella Tua eternità" (dai Diari).



(©L'Osservatore Romano 17-18 dicembre 2007)
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