A colloquio con Romano Penna

Alle origini della nostra contemporaneità

Nicola Gori


Non "un semplice anniversario" ma un'occasione per riscoprire "una straordinaria figura delle origini cristiane, che ha avuto un ruolo fondamentale nella storia della Chiesa e che ha sempre qualcosa di nuovo da dire agli uomini e alle donne di ogni tempo". È questo il significato dell'anno paolino secondo Romano Penna, docente di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense e docente invitato alla Pontificia Università Gregoriana. Tra i massimi studiosi della figura dell'apostolo delle genti, Penna evidenzia in questa intervista a "L'Osservatore Romano" alcuni tra gli aspetti più attuali del messaggio paolino.

Che cosa può offrire il pensiero di san Paolo all'umanità e alla Chiesa del nostro tempo?

Attraverso Paolo il cristiano può ritrovare la dimensione della contemporaneità con le sue origini. Io vedo l'attualità dell'apostolo anzitutto nella sua adesione totale a Gesù Cristo. Che non è un fatto scontato, perché secondo Paolo aderire a Cristo significa rinunciare ad altre cose:  nel caso specifico, rinunciare all'affermazione di sé di fronte a Dio. Questo è il dato fondamentale, che anche Lutero a suo tempo ha riscoperto e riaffermato in termini molto forti e polemici. Rinunciare all'affermazione di sé significa fare spazio alla grazia, significa rinunciare ad ogni presunzione, ad ogni pretesa, e affermare la propria umiltà di fronte a Dio.
Un secondo dato è quello della comunione ecclesiale. Il cristiano non vive da solo, ma in una comunione che è fatta di Gesù Cristo. La definizione paolina della Chiesa come Corpo di Cristo è sua ed è solo sua. All'inizio del cristianesimo nessuno ha definito così la Chiesa. Questo può avere un impatto oggi, nel senso che il cristiano è chiamato a vedersi assolutamente in relazione con Gesù Cristo - Colui che dà il senso dell'essere Chiesa - ma anche in relazione con tutti gli altri. Noi siamo membra di un corpo, come scrive l'apostolo nella prima lettera ai Corinzi, al capitolo 12. La nostra identità è costruita sulla base di Gesù Cristo, ma anche sulla base di una comunione vicendevole. Questo è anche uno degli aspetti che più ha contribuito all'originaria affermazione del cristianesimo in una società dove l'aspetto comunionale era carente.
Un terzo elemento è forse quello che comunemente è indicato come l'aspetto più tipico di Paolo:  la sua dedizione ad extra, all'annuncio e alla testimonianza del Vangelo, a rendere presente il messaggio cristiano nella società. Egli ha speso la vita per questo. Pensiamo ai suoi viaggi. C'è un celebre brano nella seconda lettera ai Corinzi che fa riferimento alle fatiche, alle incomprensioni, alle ostilità. Su tutto ciò c'è un impegno fondamentale, straordinario, ribadito nella prima lettera:  "Guai a me se non predicassi il Vangelo!". Questa è la sua vita, in una società in cui non risulta che da parte giudaica vi fosse una missione specifica. Paolo, pur essendo giudeo, si dedica totalmente ad annunciare il Vangelo.

In questo senso, l'insegnamento paolino è un ostacolo o un incoraggiamento al cammino ecumenico?

Nella storia della Chiesa l'apostolo è stato un motivo di discussione più con le comunità ecclesiali nate dalla Riforma che con le Chiese ortodosse. Nell'occidente Paolo è stato un fattore diacritico, cioè di contestazione. La sua figura è molto più presente nel dialogo ecumenico con le comunità riformate, perché Lutero ha condotto la sua battaglia in nome di Paolo. Sia pure alla lunga, ciò ha favorito la sua riscoperta all'interno della Chiesa cattolica. Ritengo che il Concilio Vaticano II in realtà sia stato ampiamente caratterizzato, se non proprio dominato, dalla riscoperta del paolinismo, vale a dire dalla riscoperta della fede pura, nuda di fronte a Dio, dell'impegno apostolico, della dimensione comunionale della Chiesa.

Il tema della risurrezione di Cristo è centrale nel pensiero paolino. Può spiegarcene il significato?

Per Paolo è fondamentale la risurrezione di Cristo, perché essa porta lui e i cristiani a riscoprire di più il valore della morte di Cristo. Se l'apostolo parla due volte della risurrezione di Cristo, parla tre volte della morte di Cristo. Questo è straordinario ed è importante, perché significa che la morte di Cristo non va intesa solo come un punto di passaggio. Essa è invece il tesaurus Ecclesiae. Il tesoro della Chiesa è nel sangue di Cristo, nella morte di Cristo, che la sua risurrezione ha portato a riscoprire nella sua fecondità, nella sua valenza straordinaria. Se Cristo non fosse risorto, la morte di Cristo sarebbe stato un episodio banale. Il paolinismo non vede nella sofferenza di Cristo un esempio per noi. Vede nella sofferenza e nella morte di Cristo una dimensione di fecondità intrinseca, di salvezza, per cui addirittura Paolo arriva a dire che noi siamo morti con Cristo:  non che noi dobbiamo morire come Cristo, ma che noi già siamo morti con Cristo e questa morte è feconda di vita.

Che posto occupa la carità negli scritti paolini?

La carità vuol dire amore gratuito. Ci sono due testi fondamentali in Paolo:  uno è forse quello meno noto, Romani 8, 31-39, che parla dell'amore di Dio, della carità e quindi dell'agape. L'amore gratuito di Dio che scende verso di noi è fondamentale. Ciò che fa l'essenza del Vangelo è che noi siamo destinatari di un amore gratuito:  non perché siamo bravi, ma perché siamo peccatori. Dio ci ama per questo. E poi c'è l'altra pagina, che forse è la più celebre, quella della prima lettera ai Corinzi, al capitolo 13, il cosiddetto inno alla carità. Si dovrebbe considerare piuttosto un encomio:  non è un inno propriamente detto, come forma letteraria, ma è un encomio, un elogio, una celebrazione dell'agape. Essa nel testo è in forma assoluta, non è neanche specificata. Qui non si dice se si tratti dell'amore di Dio per noi o del nostro amore per Dio o dell'amore tra di noi. È proprio l'agape, che è il valore assoluto del cristiano. Nel contesto epistolare, si deve intendere soprattutto come amore vicendevole, però qui è usato in forma assoluta. Se io non ho l'agape, non sono niente.



(©L'Osservatore Romano 19 dicembre 2007)
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