Intervista al cardinale Renato Raffaele Martino dopo l'approvazione della moratoria della pena di morte

Una battaglia
con tutta la Chiesa in prima linea

Pierluigi Natalia

Non ci sono toni trionfalistici nelle considerazioni che il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e della pastorale per i Migranti e gli Itineranti, fa con il nostro giornale dopo l'approvazione da parte dell'Assemblea generale dell'Onu della moratoria sulla pena di morte. La considerazione di "una tappa certo significativa, ma non conclusiva di quella che è comunque una battaglia di civiltà" nell'analisi del cardinale si accompagna alla riflessione - e al monito - di "non considerare l'impegno per la vita scomponibile per settori, praticabile su alcuni aspetti e non su altri". Il cardinale sottolinea che "l'impegno dei cattolici, in politica e in diplomazia come nell'associazionismo, ha nel riconoscimento del valore assoluto della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, un principio ispiratore che non consente di esultare per un passo positivo senza interrogarsi - e senza interrogare - sugli obiettivi non ancora raggiunti, o peggio negati".

Eminenza, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato la moratoria sulla pena di morte. È il momento di fermarsi e di festeggiare?

Sono contento di questo risultato. È comunque un importante passo in avanti, anche se certo si trattava, fortunatamente, di un voto abbastanza scontato avendo la commissione già espresso il suo sì. Ma sono soddisfatto a metà, pienamente soddisfatto potrò esserlo soltanto quando la pena di morte sarà abolita dappertutto e del tutto.

Eppure il consenso è stato ampio. Una maggioranza all'Onu c'è stata, dopo i due tentativi falliti negli anni Novanta. Possiamo parlare di cultura della vita che si afferma in campo giuridico?

Per ora siamo a una dichiarazione d'intenti, certo importantissima, ma non automaticamente destinata a tradursi in applicazioni concrete. Dobbiamo vedere se quelli che hanno votato contro si asterranno dal praticare l'esecuzione capitale, cosa sulla quale ho molti timori. Inoltre, si sono astenuti 29 Paesi, per considerazioni a mio avviso più di geopolitica e di alleanze che di merito sulla questione. Non solo, quindi, non c'è un consenso generale, ma come spesso accade interessi specifici e contingenti minacciano di prevalere su visioni ideali, politiche di corto respiro possono imporsi su politiche "alte", politiche nel senso proprio e nobile del termine. Certo, come dice lei, è stato finalmente raggiunto un consenso maggioritario sulla moratoria e dunque una maggioranza c'è. Ma chi ha lavorato per questo obiettivo deve essere incoraggiato a non dedicare troppo tempo al compiacimento e a rilanciare subito gli sforzi per arrivare al traguardo finale, l'abolizione completa. Il cammino del quale lei parla è lungo.

In questa azione è certo stata in prima linea l'Italia. Sulla stampa italiana, tra l'altro, si sottolinea il successo di una battaglia attribuita in prevalenza ai radicali. È così?

Chiunque si sia impegnato in questa direzione ha portato il suo contributo e un plauso può essere rivolto al Governo italiano. L'idea di attribuire la parte preponderante di questo contributo ai radicali mi sembra però almeno eccessiva. Certo non è stato minoritario quello offerto dalla Chiesa, sia nel magistero pontificio e nelle sue componenti istituzionali, compreso soprattutto il Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, sia nell'immenso impegno dell'associazionismo cattolico che si ispira alla dottrina sociale della Chiesa. In questo caso della moratoria sulla pena di morte viene da citare ovviamente la Comunità di Sant'Egidio, che ha fatto azione di sensibilizzazione in tutto il mondo, con una buona visibilità internazionale. Ma dobbiamo ricordare che ci sono tante altre realtà cattoliche, movimenti, associazioni, organizzazioni diocesane - troppo numerosi per citarli tutti - che con una costante azione educativa, di assistenza e di testimonianza, assumono da sempre l'impegno di servire l'uomo e di tutelare i diritti umani, a partire dal primo di essi, quello alla vita.

Tuttavia questo contributo cattolico non sembra trovare il riconoscimento del quale godono altre espressioni della società. Lei ha rappresentato per anni la Santa Sede all'Onu e da anni guida dicasteri vaticani particolarmente impegnati in campo sociale e politico. Che idea si è fatta dei motivi di questo mancato riconoscimento?

Il motivo è esattamente quello che dicevo prima. I cattolici, in politica e in diplomazia come nell'associazionismo, hanno nel riconoscimento del valore assoluto della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, un principio ispiratore che non consente di esultare per un passo positivo senza interrogarsi sugli obiettivi non ancora raggiunti, o peggio negati. Senza interrogarsi e senza interrogare. I cattolici non considerano il diritto alla vita trattabile caso per caso o scomponibile. Penso all'uso disinvolto della guerra. Penso alla mancata tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro. Ma l'esempio più evidente è quello dei milioni e milioni di uccisioni di esseri certamente innocenti, i bambini non nati. I fatti, non solo i princìpi, ci dicono che l'aborto non è il tanto strombazzato male minore a difesa della donna, ma un sistematico, persino selettivo strumento di mercificazione dell'uomo. Basti pensare che numerosi rapporti confermano come in alcuni Paesi l'aborto sia un mezzo per far nascere bambini maschi e di sopprimere le bambine, considerate meno "remunerative".

Si sta riferendo solo a prassi spaventose o anche a corpi legislativi?

Le une e gli altri. Vi sono nel mondo tanti Paesi che si definiscono Stati di diritto. Poi nelle loro legislazioni discriminano pesantemente proprio la categoria più debole e senza difesa:  il nascituro. È da sottolineare che c'è una sorta di schizofrenia in quanti al nascituro riconoscono specifici diritti - ad esempio in materia ereditaria, ma ce ne sono altri - e poi gli negano il diritto principale, quello di vivere.



(©L'Osservatore Romano 20 dicembre 2007)
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