A colloquio con il cardinale spagnolo Urbano Navarrete Cortés

La verità del matrimonio cristiano
risposta alla crisi della società umana

Nicola Gori


Crisi della famiglia? Crisi del matrimonio? No, piuttosto crisi della società umana. Parola di uno dei massimi esperti delle tematiche giuridiche e pastorali familiari, il cardinale gesuita spagnolo Urbano Navarrete Cortés, che nel concistoro dello scorso 24 novembre ha ricevuto la porpora da Benedetto XVI. Ribadendo il profondo legame tra famiglia e società umana - sottolineato dal Papa nel recente messaggio per la giornata mondiale della pace 2008 - il porporato parte dall'odierno contesto sociale e culturale per ripercorrere, in questa intervista al nostro giornale, le tappe principali del lungo servizio reso alla Chiesa.

Alla luce della sua esperienza, come vede la crisi che la famiglia e il matrimonio cristiano sembrano attraversare nella nostra società?

Quello della famiglia è il grande problema attuale. La crisi non è del diritto matrimoniale, ma della società umana e della mancanza di fede. Se manca la base, non ha senso il matrimonio cristiano. Se non si crede nel sacramento del matrimonio, non ha senso assolutamente celebrarlo. Infatti uno dei principi fondamentali, forse il più importante del diritto matrimoniale cristiano, è l'inseparabilità fra il contratto naturale e il sacramento fra due battezzati. Dove c'è un contratto matrimoniale valido nella sua struttura naturale fra due battezzati, lì si attua necessariamente un sacramento. Questa verità non dipende dalla volontà della Chiesa. È un dato contenuto nella rivelazione, interpretata dalla Chiesa. Ed è fonte di consolazione e di grazia per gli sposi cristiani. Se manca questa visione, manca la base per vivere le esigenze più elementari della vita coniugale e familiare del matrimonio cristiano.

Lei ha dedicato tutta la vita al diritto canonico, in particolare al diritto matrimoniale. Come nasce il suo interesse per questa materia?

Nasce certamente dai miei lunghi anni di studio. Gli studi ecclesiastici, alla fine degli anni trenta, avevano il fondamento solido anche delle scienze umanistiche. Ho studiato parecchi anni latino, greco, ed in particolare la cultura greco-romana. Allora non sapevo ancora quale sarebbe stato il mio futuro, ma mi ha aiutato molto la conoscenza di questa cultura per la comprensione del diritto romano e del suo influsso sul diritto canonico e in generale sulla cultura giuridica occidentale. Noi viviamo del diritto romano negli istituti fondamentali.

Come è maturata la sua scelta di diventare gesuita?

Sono entrato nella Compagnia di Gesù a diciassette anni, l'anno 1937. Un mio fratello vi era già entrato nel settembre del 1932, anno in cui in Spagna era stato pubblicato un decreto del governo che chiudeva le case di formazione degli studenti della Compagnia di Gesù. Mio fratello quindi dovette trasferirsi in Italia, dove le case della nostra provincia erano state accolte nella provincia gesuitica di Torino. Appena si aprirono le frontiere del nord, nel mese di giugno di 1937, il provinciale di Aragona volle visitare le case di formazione trasferite in Italia e mi portò con sé. Ho cominciato così il mio cammino a Castello di Bollengo. Sono stato un anno e mezzo in Italia; poi sono tornato in Spagna.

In che contesto è avvenuta la sua professione religiosa?

Gli studi e la professione li ho fatti in Spagna. Le posso dire che mai ho dubitato della mia scelta. Mai ho avuto il dubbio che questa non fosse la mia strada, nemmeno nei momenti della contestazione. Ho sentito le mie difficoltà, come ogni uomo, ma mai ho dubitato di voler essere gesuita. In famiglia siamo stati in sei:  tre gesuiti e due sorelle religiose, una di loro è missionaria in India dall'anno 1954. Soltanto uno dei fratelli si è sposato ed ha avuto sei figli.

Torniamo ai suoi studi giuridici e alla sua attività accademica.

Dopo la laurea, ho iniziato l'insegnamento del diritto canonico alla Gregoriana nell'ottobre 1958, proprio nel mese in cui è morto Pio XII. Il 4 novembre fu eletto Giovanni XXIII e dopo pochi giorni annunziò il programma del suo Pontificato:  l'indizione di un sinodo della diocesi di Roma, di un concilio ecumenico e del rinnovamento del codice di diritto canonico. Ero all'inizio del mio cammino accademico e già mi si presentava un programma di lavoro bellissimo.

Che ricordo ha del Concilio?

Durante il Concilio io sono stato spettatore piuttosto che attore. Invece ho lavorato molto subito dopo, quando ho iniziato la collaborazione al rinnovamento del codice di diritto canonico. Si era formata una commissione, il cui segretario era il decano della facoltà di Diritto Canonico della Gregoriana, padre Bidagor. Si deve a lui la struttura fondamentale del codice attuale e soprattutto la formazione della commissione e dei gruppi di lavoro.

Qual era il clima religioso e culturale di quegli anni?

Negli anni successivi al concilio abbiamo assistito ad un attacco frontale nei confronti di tutto quello che era diritto, sia nella società civile che nella comunità ecclesiale. Erano gli anni della contestazione. Io mi trovavo nel pieno delle mie energie e in quel momento il mio ruolo cominciò ad essere significativo. Mi sono accorto sin dal primo momento che la voce di un professore della nostra Facoltà, in particolare nella materia di mia competenza, cioè il matrimonio, poteva avere una grande responsabilità. Nei miei studi ho sempre seguito tre principi fondamentali. Anzitutto molto amore al passato, perché chi nel campo scientifico, e particolarmente ecclesiastico, non ama il passato è come un figlio senza genitori. Poi sensibilità per percepire le esigenze del momento presente. Infine apertura al futuro senza paura.

Poi che cosa è successo?

Superato il momento della contestazione, nel campo del diritto canonico è seguito un periodo straordinariamente fecondo. Sono stati gli anni '70-'83, molto importanti per la scienza del diritto canonico, non solamente perché è stato portato a termine il nuovo codice di diritto canonico, ma anche perché sono state discusse e studiate ad ogni livello diverse problematiche, in particolare nel campo matrimoniale. È stato esattamente dal 1975 che la commissione per la revisione del codice ha cominciato a inviare agli organi di consultazione gli schemi preparati. Da quel momento, tutti i canonisti di valore sono stati consultati dalle conferenze episcopali, che successivamente hanno dato il loro parere collegiale. Allo stesso modo, le facoltà e le università come tali si sono espresse sui punti chiave. Perfino due sinodi dei vescovi hanno trattato di questioni importanti riguardanti la revisione del diritto matrimoniale.

Arriviamo così alla promulgazione del codice nel 1983 e alla sua applicazione.

C'è stato un altro periodo di riflessione sulla formulazione legislativa che la commissione aveva fatto sia dei principi dottrinali di diritto divino, naturale e positivo, sia delle leggi positive della Chiesa adattate alle esigenze della comunità ecclesiale di oggi. Questi tre livelli sono suscettibili di diverse interpretazioni nella prassi giurisprudenziale e amministrativa ed è stato un campo nuovo di studio che ha aperto la via per nuove prospettive sulle stesse problematiche.

In questi anni quali incarichi ha ricoperto?

Dagli anni '76-'77 - fino ad oggi - sono consultore della Segnatura Apostolica, il tribunale supremo della Chiesa, e di diversi altri dicasteri della Curia Romana. Sono stato pure membro del gruppo di lavoro sul matrimonio sia per il Codice latino che per quello delle Chiese orientali. Ero anche membro della commissione per la redazione dell'istruzione Dignitas connubii sui processi matrimoniali. Per sei anni sono stato rettore della Pontificia Università Gregoriana, dal 1980 al 1986. È stato un periodo in cui, passati gli anni della contestazione, serpeggiava un certo disinteresse, una scarsa volontà di partecipazione nel corpo studentesco. Poi il clima è cambiato e si è recuperata la vitalità.

Che rapporto ha avuto con Paolo VI?

Paolo VI ha dimostrato notevoli segni di fiducia nei professori della facoltà di diritto canonico della Gregoriana:  padre Bidagor fu nominato da lui segretario della commissione per la revisione del Codice di diritto canonico; padre Bertrams, fu il consultore personale preferito nelle problematiche relative alla costituzione Lumen gentium; padre Beyer per gli stati di vita consacrata. Per quanto riguarda la mia persona, allora, ero un professore giovane e durante il pontificato di Paolo VI ho vissuto pienamente e totalmente l'attività giuridica della Santa Sede, ma non ho avuto contatto particolare con lui, tranne che nelle udienze che concedeva ogni anno al Cursus renovationis che la nostra facoltà organizzava. Paolo VI ogni anno ci concedeva un'udienza, nella quale trattava punti riguardanti le problematiche canoniche in discussione, specialmente sulla specificità del diritto della Chiesa. Vorrei sottolineare che il pontificato di Paolo VI è stato un periodo di grande fecondità legislativa, anche se si trattava di una legislazione transitoria riguardante materie il cui aggiornamento non poteva rimandarsi fino alla promulgazione del nuovo Codice, quali il decentramento del governo della Chiesa, che riconosceva ai vescovi ampie facoltà ordinarie, i matrimoni misti, la vita consacrata, i processi matrimoniali e via dicendo. Questa legislazione transitoria era oggetto di esperimento nella vita della Chiesa e di studio e di critica da parte dei canonisti. Questo divenne un mezzo molto utile prima di accogliere tale legislazione definitivamente nel Codice che era in corso di revisione.

Ci parli dei successivi anni di collaborazione con Giovanni Paolo II.

Giovanni Paolo II fu eletto nell'ottobre 1978, quando il lavoro di revisione del Codice era nella sua fase finale, mentre era già convocato il Sinodo dei vescovi su matrimonio e famiglia, che fu celebrato nell'ottobre 1980. Come frutto di questo Sinodo il nuovo Papa pubblicò nel novembre 1981 l'esortazione apostolica Familiaris consortio, che costituisce il documento sul matrimonio e la famiglia più ricco, sia dottrinalmente, sia pastoralmente, del suo pontificato. Nell'ottobre dello stesso anno, ebbe luogo la congregazione plenaria della commissione per la revisione del Codice di diritto canonico, che diede il via libera alla presentazione al Papa - fatte alcune correzioni indicate dalla commissione - del testo finale del nuovo Codice. In questa fase la mia collaborazione è stata notevole, sia perché facevo parte del gruppo ridotto di consultore che, tenuto conto delle osservazioni giunte dagli organi di consulta, ha preparato lo schema da presentare alla commissione plenaria, sia anche perché sono stato invitato ad essere presente nella commissione in qualità di perito durante la discussione dello schema De matrimonio.

Lei ha anche partecipato alla commissione di revisione del Codice di diritto orientale per il matrimonio.

Ovviamente i due codici nel trattare del matrimonio necessariamente debbono coincidere nei principi fondamentali di diritto naturale e anche di diritto divino positivo:  vale a dire, in quanto il matrimonio è stato istituito da Dio creatore ed elevato da Cristo alla dignità di sacramento. Tuttavia nella formulazione umana di quei principi possono esserci notevoli differenze, secondo le culture teologiche e giuridiche, fra la Chiesa latina e le Chiese orientali. Inoltre la legislazione puramente umana ammette grandi differenze a seconda delle esigenze  pastorali delle Chiese. Giovanni Paolo II ritenne opportuno che ci fosse qualche consultore latino nella fase finale della revisione del codice orientale in materia matrimoniale, promulgato sette anni dopo quello latino.

Che ruolo ha avuto nell'elaborazione della istruzione Dignitas Connubii sui processi di nullità matrimoniale?

Sono stato uno dei membri della prima e della terza commissione che elaborarono detta istruzione pubblicata nel 2005. Non si tratta di una legislazione nuova, ma di uno strumento che rende più facile l'applicazione del diritto processuale del codice nella cause di nullità matrimoniale. Durante la vigenza del codice promulgato nel 1917, dopo alcuni anni di esperienza, nel 1936 si pubblicò l'istruzione Provida Mater come un valido aiuto agli operatori dei tribunali ecclesiastici nei processi di nullità matrimoniale. Giovanni Paolo II ritenne opportuno offrire uno strumento analogo di lavoro ai giudici e agli operatori nei tribunali della Chiesa latina.

Che consigli darebbe oggi a coloro che si occupano di pastorale familiare, in particolare nell'affrontare la situazione delle famiglie in crisi?

Non si tratta di una pastorale facile. Anche io lavoro in questo campo e varie volte ho dato il mio parere come canonista. Prima di tutto occorre molta carità e molta accoglienza, soprattutto nei confronti dei divorziati. Trattarli come scomunicati non è solo completamente contrario alla verità ma anche completamente anti-pastorale. Non è questo il modo di avvicinare queste persone. Anch'esse fanno parte della Chiesa, sia pure in una situazione difficile dal punto di vista morale. Occorre aiutarle il più possibile. Ci vuole molta comprensione, ma d'altra parte anche molta chiarezza nei principi. I divorziati debbono sapere che si trovano in una situazione non regolare e che ciò non dipende dalla Chiesa, ma dalla situazione stessa in cui vivono. Ci sono fedeli in situazione irregolare che si avvicinano al confessore, quale vero pastore, sapendo che non possono ricevere l'assoluzione, ma per ricevere conforto e direzione spirituale. L'assoluzione sacramentale dei peccati e la santa Eucaristia non sono gli unici mezzi di salvezza per tendere sinceramente verso la perfezione cristiana.



(©L'Osservatore Romano 23 dicembre 2007)
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