Colloquio con il cardinale Giovanni Battista Re

Aparecida 2007:  in Cristo
la risposta alle sfide del tempo

Mario Ponzi


Il 2007 sarà iscritto nella storia della Chiesa come "l'anno di Aparecida". Il Papa lo ha lasciato intendere rivolgendosi alla curia romana per gli auguri natalizi. Ripercorso passo dopo passo ogni momento della sua visita pastorale nel grande continente latino-americano, Benedetto XVI ha voluto infatti ribadire il senso di quel "nuovo incontro con Gesù Cristo e il suo Vangelo", celebrato proprio nel santuario mariano di Aparecida, nel cuore del Brasile, dove ha inaugurato la V conferenza dell'episcopato latino-americano e dei Caraibi, nel maggio scorso. Un incontro grazie al quale nell'uomo "vengono suscitate - disse nell'occasione - le forze che rendono capaci di dare la giusta risposta alla sfida del tempo".
Il cardinale Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi e presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina, che quell'esperienza ha vissuto accanto al Papa, nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" ribadisce l'importanza di un evento ecclesiale destinato a dare una svolta nuova alla comunità ecclesiale latino-americana e non solo.

L'evento di Aparecida è diventato una pietra miliare nel cammino della Chiesa all'inizio del terzo millennio. Quali i motivi e quali le prospettive che si aprono per il futuro?

La prima cosa che mi torna alla mente ripensando ad Aparecida è l'impressione di aver vissuto un'esperienza di grazia molto forte, un'esperienza di Chiesa molto intensa. E per i vescovi dell'America Latina aver ascoltato il Papa dedicare tanto spazio, nel discorso alla curia romana per il Natale, alla loro V conferenza generale ad Aparecida, ha assunto il senso di una conferma della bontà del cammino intrapreso.
Lei mi chiede cosa abbia reso l'incontro così importante. I motivi sono tanti. Innanzitutto si è trattato di un incontro caratterizzato da grande spirito di comunione e di collaborazione. Tutti i partecipanti hanno dato il loro contributo in modo costruttivo, animati da un profondo amore verso Cristo e verso la Chiesa. E certamente una spinta decisiva è venuta dalla presenza del Papa all'inaugurazione e dalle sue parole. Tra l'altro, ha assunto un senso ancor più speciale perché si trattava del primo viaggio pastorale di Benedetto XVI fuori dell'Europa. I popoli latinoamericani sono molto attenti agli eventi che si succedono nella loro vita e legano il ricordo alle sensazioni provate. C'è voluto poco dunque a trovare analogie tra il Papa Giovanni Paolo II, che proprio in Brasile compì il suo primo viaggio pastorale fuori d'Europa e ribattezzò quello latino americano come il "continente della speranza", e il Papa della "Speranza che salva", Benedetto XVI, che ha scelto proprio il Brasile, dunque l'America Latina, come meta del suo primo viaggio intercontinentale. Ed altrettanto significativamente tutti e due i viaggi hanno incluso un grande santuario mariano.
Io credo che già questi motivi abbiano determinato nell'anima del popolo latinoamericano una forte presa di coscienza. La scelta del tema "Discepoli e missionari di Gesù Cristo perché i nostri popoli abbiano vita in lui" per la V conferenza ha fatto il resto, consentendo all'evento di travalicare i confini del continente.

Eppure non sono mancate critiche, soprattutto interne, proprio alla scelta del tema di Aparecida.

È vero, ci sono state opinioni discordanti. Io credo però che non sia stato tenuto in considerazione il fatto che tale scelta non significava assolutamente dimenticare gli enormi problemi che l'America Latina sta affrontando, né significava ignorare le grandi sfide del nostro tempo. Lo dimostra il fatto che durante la conferenza si è riflettuto soprattutto su queste sfide. Come ha detto il Papa, la conferenza di Aparecida ha fatto bene a scegliere questo tema perché proprio "mediante l'incontro con Cristo e con il suo Vangelo - sono le sue parole - e solo così, vengono suscitate le forze che ci rendono capaci di dare la giusta risposta alle sfide del tempo". Si è cercato dunque di capire quali fossero le risposte giuste da dare a tali sfide partendo da un sentimento fondamentale, cioè quello della gioia e della gratitudine al Signore per essere cristiani. La prima conseguenza di questa gioia e di questa gratitudine deve essere l'impegno affinché le popolazioni del continente abbiano pienezza di vita in Cristo.
Si è guardato dunque molto alla reale situazione che l'America Latina sta attraversando, e si è pensato al contributo che i cattolici possono dare come discepoli e missionari di Cristo. Essere discepoli significa seguire Cristo, accettarne la parola; significa considerarlo unico modello a cui ispirarci. Significa in altre parole, prendere Cristo sul serio. Il discepolo di Cristo è attento ai fratelli, è solidale e sensibile verso i poveri, è rispettoso degli altri, promuove la giustizia e la bontà verso tutti e contribuisce all'edificazione di una società più umana. Essere missionari significa partecipare, annunciare Cristo nella fedeltà e nell'integrità di ogni suo insegnamento, come è custodito ed è consegnato dalla Chiesa.

Anche la scelta di Aparecida come sede della Conferenza ha incontrato qualche opinione discorde?

Non direi. Anzi si è trattato di una scelta risultata molto utile ed opportuna, soprattutto per il clima di fede mariana che vi si respira. Come è noto il santuario è nato in seguito al ritrovamento di una statuina della Madonna. Nel 1717 tre pescatori, andando a pescare sul fiume Paraíba do Sulo, raccolsero nella loro rete una statuina della Madonna senza testa e, a breve distanza, trovarono anche la testa. La portarono al loro parroco che la fece restaurare e poi costruì una piccola cappella per ospitarla. I fedeli cominciarono a recarsi in visita a quella cappella e, sempre più numerosi, a pregare la Madonna. Così si costruì una chiesa più grande sino a quando fu edificato questo santuario imponente inaugurato nel 1980 da Giovanni Paolo II. Ma, come ripeto, l'importanza viene da quell'atmosfera di fede profonda che lasciano come dono al santuario i circa 8 milioni di fedeli che ogni anno vanno lì a pregare.

In riferimento ad Aparecida si è sollevato qualche dubbio sulla liceità dell'evangelizzazione nel contesto odierno, prospettando addirittura l'opportunità di un certo annacquamento dell'annuncio per non suscitare risentimenti. Cosa ne pensa?

A mio parere c'è un'unità di fondo tra ciò che è stato affermato ad Aparecida e la recente nota della Congregazione per la Dottrina della Fede. L'annuncio del Vangelo e della salvezza in Cristo è un'esigenza della gioia di essere discepoli di Cristo.
Non a caso la conferenza di Aparecida ha ribadito che essere discepoli ed essere missionari sono in una connessione vitale. Anzi ne ha parlato come due facce della stessa medaglia:  l'essere discepoli porta ad essere missionari nell'annunciare Cristo e a rendere gli altri partecipi della propria gioia della fede in Cristo.
Qualcuno aveva proposto di parlare solo di testimoni, invece che di missionari. Si è preferito usare il termine missionari, cioè discepoli e missionari, per sottolineare ancora di più la necessità di dare testimonianza sia con l'annuncio che con la propria vita. Parola e testimonianza nei fatti della vita devono illuminarsi a vicenda.
Ma è anche stato ribadito che essere missionari nel proprio ambiente di vita e di lavoro non significa certamente agire contro il dialogo né attentare alla libertà di coscienza degli altri. Anzi. Il discepolo di Cristo rispetta la libertà degli altri, la valorizza. Ma in pari tempo rende partecipi gli altri della propria gioia di credere e delle proprie convinzioni di fede, nel pieno rispetto della loro coscienza. È questo l'invito che viene da Aparecida:  i cristiani devono essere discepoli missionari.

Come hanno recepito i vescovi del continente il documento di Aparecida? Quali indicazioni concrete vengono dalla Chiesa all'America Latina di oggi?

La conferenza di Aparecida si è conclusa con una esortazione ai cattolici tutti a compiere un salto di qualità pastorale per essere protagonisti, pur restando fedeli alla propria identità, nelle diverse realtà, come testimoni del Vangelo di Cristo, per promuovere una società più giusta, più solidale e più umana. Nessuno si è nascosto che i problemi da affrontare siano certamente molti. Si tratta di problemi religiosi, sociali, economici e politici. Impossibile però pensare che potranno trovare soluzioni in risposte unicamente tecniche. C'è la necessità di aiutare le persone a capire l'importanza di comportarsi ogni giorno della vita come veri testimoni di Cristo, ma soprattutto di essere coerenti con la propria testimonianza. Urge in pratica un risveglio religioso basato sulla roccia della parola di Dio, sulla preghiera e sui sacramenti. Avrà certamente benefici effetti anche nella promozione umana e sociale. E questo è chiaramente contenuto ed espresso nel documento di Aparecida. Non poteva che essere accolto con gioia e con entusiasmo.
Le posso dire per esempio che in questo periodo si sta preparando la grande missione auspicata proprio dai vescovi ad Aparecida. Si celebrerà in ogni diocesi per dare attuazione a quanto stabilito durante la conferenza. Poche settimane fa si è già riunita a Bogotá la commissione del Celam, formata da vescovi e teologi, incaricata di preparare la bozza del programma di questa grande missione. Dunque c'è grande attesa.
Il documento, i suoi contenuti, hanno già incontrato il favore delle popolazioni alle quali, nelle singole chiese particolari, sono stati illustrati durante incontri di studio. Del resto, i cattolici latinoamericani considerano la fede come il loro tesoro più grande e desiderano viverla sino in fondo per rispondere alle sfide delle tante seduzioni proposte dalla secolarizzazione, dall'edonismo e dal permissivismo. Desiderano anche dare testimonianza della loro gioia di essere cristiani.

È possibile dunque ipotizzare il cammino della Chiesa del dopo Aparecida?

Certamente la conferenza di Aparecida, invitando a ripartire da Cristo, ha dato un nuovo impulso all'evangelizzazione per aiutare le popolazioni latinoamericane a continuare a crescere e a maturare in quella fede che da 500 anni ha animato la loro vita e la loro cultura. Ora ci si attende un rinnovamento e una rivitalizzazione di questa fede. Ciò porterà anche ad un rinnovato impegno nella promozione umana. I cristiani che vivono con coerenza contribuiranno anche a rispondere alle grandi sfide della povertà e della miseria e daranno un contributo anche alla soluzione dei grandi problemi sociali e politici. Dall'America Latina, dove oggi vive oltre il 43% dei cattolici di tutto il mondo e dove la tradizione cattolica e la fede in Dio amore sono un patrimonio che rimane vivo nella gente, può venire alla Chiesa universale lo spunto per rinnovare la vita di fede, di speranza, di amore e di impegno sociale.

Da Aparecida sono venute indicazioni sul tema della famiglia, realtà cara ai popoli latino-americani?

Il tema della famiglia ha avuto molto spazio negli interventi di moltissimi vescovi presenti alla Conferenza. Lo stesso documento dedica all'argomento ben venti pagine. La famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, è veramente tra i valori più cari alle popolazioni dell'America Latina. È giudicata insostituibile per la serenità personale e per l'educazione dei figli. I vescovi sono molto preoccupati per le enormi sfide poste all'istituto familiare nel contesto latinoamericano che si va profilando. Per questo motivo ad Aparecida, mentre hanno rinnovato il loro impegno per una pastorale familiare intensa e vigorosa, hanno rivolto un appello a tutti gli Stati del mondo affinché promuovano politiche in grado di tutelare maggiormente la famiglia, ne rispettino i diritti naturali fondamentali, considerandola realmente come un soggetto sociale imprescindibile. L'auspicio è che anche in questo senso Aparecida possa segnare l'anno che si sta concludendo.



(©L'Osservatore Romano 30 dicembre 2007)
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