Intervista con il cardinale Lubomyr Husar, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc

L'abolizione del celibato
non è la risposta al calo delle vocazioni

Anche la Chiesa greco-cattolica, che prevede la possibilità dell'ordinazione sacerdotale di uomini sposati, sta conoscendo in Ucraina una certa crisi delle vocazioni. Per questo il cardinale Husar mette in guardia quanti, nella Chiesa di rito latino, guardano all'abolizione del celibato ecclesiastico come a un salutare rimedio

Fabrizio Contessa

L'abolizione del celibato ecclesiastico non è la soluzione al problematico calo delle vocazioni sacerdotali. Ad affermarlo in un'intervista concessa al nostro giornale è l'arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyc, cardinale Lubomyr Husar. La crisi delle vocazioni ha toccato infatti anche una terra come l'Ucraina, bagnata nel secolo scorso dal sangue dei martiri della persecuzione comunista, dove è forte la presenza della Chiesa di rito greco-cattolica, la quale prevede appunto la possibilità dell'ordinazione sacerdotale di persone sposate. E molte, rivela il porporato, sono anche le richieste di dispensa dal sacerdozio e dalla vita religiosa. Anche per questo la Chiesa greco cattolica in Ucraina ha deciso di dedicare tutto il 2008 alla riflessione sul tema della vocazione cristiana nel suo senso più ampio, cioè come risposta e riscoperta dell'impegno battesimale in qualsiasi ambito della vita.

Eminenza, l'anno che si è appena aperto è stato proclamato "Anno della vocazione cristiana". Cosa vi ha spinti a questa scelta?

Abbiamo cercato di non limitarci alle vocazioni della vita religiosa e del sacerdozio, ma stiamo puntando sul concetto cristiano della vocazione. Questo perché abbiamo notato, sia nella vita familiare che in quella religiosa, una grave instabilità. Nel senso che tra quelli che si sposano, purtroppo moltissimi si separano. E anche tra quelli che entrano nei monasteri e nelle congregazioni in molti, anche dopo aver fatto la professione, chiedono di essere dispensati. Noi vogliamo puntare su una stabilità della vocazione.

Può darci qualche dato relativo alla crisi dei matrimoni e agli abbandoni dal sacerdozio?

Non ho dati ufficiali e precisi. Però ricordo che pochi anni fa in una città come Leopoli quasi la metà delle coppie sposate finivano per separarsi. Questo naturalmente non solo tra i cattolici, ma è il clima della società. Per questo dobbiamo proprio agire su questo fronte. Così adesso diamo molta attenzione alla preparazione del matrimonio e cerchiamo di seguire specialmente le coppie giovani. Promuoviamo incontri per la lettura della Sacra Scrittura o diamo vita a circoli familiari. Facendo così abbiamo notato che il numero delle separazioni recentemente è diminuito abbastanza. Molti riescono a superare la tentazione di separarsi. Naturalmente prima parlavo di Leopoli che è una città molto cattolica, nella parte occidentale del Paese, ma vogliamo coinvolgere anche la parte orientale.

Può fornirci anche qualche dato sui religiosi che chiedono la dispensa?

Purtroppo no. Io posso solo giudicare da quello che vedo, dalle richieste che giungono sul mio tavolo. E, per esempio, posso dire che quando stavo negli Stati Uniti non c'era mai un numero così elevato.

Come si può spiegare una simile crisi delle vocazioni?

Ci possono essere tante risposte. Adesso purtroppo sono anche i genitori che fanno ostruzione, non permettono ai figli di entrare nei monasteri e nelle congregazioni religiose. Per un altro aspetto sono i sacerdoti che predicano troppo poco, sia sulla vocazione in genere, ma soprattutto sulla vocazione sacerdotale e su quella religiosa. Dobbiamo impegnarci molto come vescovi a sollecitare i sacerdoti, i parroci a predicare.

Da quando si è incominciata a avvertire una certa crisi delle vocazioni?

É difficile indicare una data precisa. Rileviamo però che con il contatto con il mondo occidentale la nostra gente invece di prendere gli elementi più preziosi, ha colto gli aspetti peggiori che arrivano da noi tramite i film e la televisione. Quanto alle vocazioni sacerdotali noi abbiamo avuto un numero molto elevato agli inizi, dopo la caduta del regime comunista. Ma ci siamo anche accorti che purtroppo una certa percentuale di coloro che chiedevano il sacerdozio non aveva delle vere vocazioni. Era un po' la scelta di una comoda vita professionale, perché, anche se non hanno una vita facilissima, da noi i sacerdoti sono ancora molto rispettati. Così il calo dei numeri è dovuto, in parte almeno, a un discernimento più attento da parte dei rettori e degli educatori. Quindi in un certo senso non è giusto parlare di un calo delle vocazioni ma di un processo di purificazione.

In questo può contribuire anche la severità della vita nei seminari e nei luoghi di formazione?

Cerchiamo di essere non dico troppo duri, ma un po' severi. Questo ci permette di discernere con maggiore attenzione.

Il clero del rito greco-cattolico, come noto, non ha l'obbligo del celibato ecclesiastico. Infatti possono venire ordinati sacerdoti uomini sposati. Una strada che alcuni ritengono come una soluzione valida alla crisi di vocazioni della Chiesa cattolica di rito latino. Lei che cosa ne pensa?

L'abolizione del celibato non è in se stessa una soluzione. La qualità del sacerdote non dipende dal fatto che sia sposato o meno. Questa è la nostra esperienza e penso che sbagli chi pensa che il problema delle vocazioni possa risolversi con l'ordinazione di persone sposate. Questo non assicura un grande numero di vocazioni. Io vengo da una famiglia sacerdotale:  mio nonno era sacerdote e anche altri membri della famiglia erano sacerdoti, certi erano sposati e altri no. Ebbene se una persona è brava, è un buon sacerdote, e questo non dipende dal fatto che sia sposato.

Il tema della vocazione richiama anche quello dell'evangelizzazione. In Ucraina non sono pochi coloro che si dichiarano atei?

Coloro che si dicono atei o indifferenti sono meno del venti per cento della popolazione. Ci sono poi quelli che non appartengono a nessuna Chiesa, ma non sono nemici. C'è gente alla quale la Buona notizia non è ancora arrivata nel pieno senso della parola. Non sono ancora stati toccati da noi, anche se forse la grazia di Dio già sta toccando questa gente.

Il lavoro di evangelizzazione non può prescindere dai rapporti con la comunità cattolica di rito latino. Recentemente il Papa ha definito come una "provvidenziale opportunità" il fatto che su uno stesso territorio vivano due comunità pienamente cattoliche. Qual è lo stato dei rapporti?


Non è una convivenza sempre facile perché ci sono tradizioni e culture un po' differenti. È una situazione molto influenzata dalla storia perché fino alla metà del secolo passato la maggioranza dei cattolici di rito latino non erano ucraini, ma polacchi, tedeschi, ungheresi. Oggi invece c'è un gruppo abbastanza grande di cattolici di rito latino che sono ucraini. Così cerchiamo di superare certe difficoltà certi malintesi, pregiudizi del passato.

E il dialogo con gli Ortodossi?

È una convivenza abbastanza pacifica. A livello di episcopato c'è un contatto diciamo formale. A livello della gente, del popolo c'è molta collaborazione in progetti sociali e di educazione. Anche a livello ufficiale comunque abbiamo molti lavori in comune, come il Consiglio delle Chiese. Certamente si potrebbe fare molto di più, ma la situazione va migliorando perché la collaborazione diventa sempre più sincera.

E i rapporti con le istituzioni statali?

Le nostre istituzioni statali sono ancora molto influenzati dalla mentalità del passato. C'è ancora poca apertura. Così dobbiamo cercare di far capire che la Chiesa è importante per lo Stato, che il nostro intento è collaborare. Pensi che tutta la gente che oggi è al governo ha almeno quaranta o cinquanta anni. Cioè tutti hanno cominciato la loro carriera sotto il regime comunista e la gente non cambia mentalità così facilmente. Dobbiamo perciò aspettare qualche anno ancora quando arriverà una generazione che non ha conosciuto il comunismo. Questo rapporto sarà sanato dal tempo non si può fare con un decreto.


(©L'Osservatore Romano 4 gennaio 2008)
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