A colloquio con il cardinale José Saraiva Martins, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi

Sarà chiesto più rigore
nei processi diocesani di canonizzazione

Mario Ponzi

Poco più di una ventina di pagine per raccomandare ai vescovi locali più sobrietà e maggiore rigore nell'accogliere richieste di apertura di nuovi processi diocesani per beatificazioni e canonizzazioni. È il documento che la Congregazione delle Cause dei Santi si accinge a pubblicare nei prossimi giorni, "destinato a tutti i vescovi residenti - ha detto il cardinale prefetto José Saraiva Martins nell'intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano" - contenente alcune instructiones sul come procedere nell'esaminare l'ammissibilità di nuovi casi, e sul cosa fare in modo concreto per iniziare e portare avanti la fase diocesana del processo". Il documento dovrebbe essere presentato nella Sala Stampa della Santa Sede "perché merita ampia diffusione - ha detto il cardinale - ma anche perché intendiamo richiamare l'attenzione speciale dei postulatori sul documento stesso. Sto anche pensando ad una giornata di studio riservata proprio ai postulatori per illustrare nei dettagli il documento. Sono convinto infatti che debbano essere proprio loro i primi a conoscere perfettamete cosa i vescovi diocesani devono fare".

Perché si è resa necessaria la pubblicazione di queste "instructiones"?

Se ne è avvertita l'esigenza per meglio rispondere allo spirito nuovo introdotto da Benedetto XVI nelle procedure del rito di beatificazione. Va detto subito che si tratta di innovazioni molto importanti, capaci di sottolineare in modo efficace la teologia della Chiesa locale così come è stata riaffermata con forza dal Concilio Vaticano II. La beatificazione di un servo di Dio nella Chiesa cui appartiene è qualcosa che tutta la comunità vive in maniera compatta, in un clima di fede che si trasforma in gioia e festa ecclesiale per il fatto che uno di loro è stato elevato agli onori degli altari. Ma proprio in virtù di questa nuova valenza, di questo fervore ulteriore che connota tali eventi è necessario procedere con ancor maggiore cautela e con più accuratezza.

Sarà sufficiente secondo lei a far cadere quei tanti luoghi comuni che favoleggiano di fabbriche di santi e di inflazione di beati?

A chi parla di "fabbrica di santi" non vale nemmeno la pena rispondere se non altro perché si tratta di gente che non capisce la grandezza della santità e dunque non sa che i santi sono e non si fanno. Per quanto si riferisce alle accuse inflazionistiche di santi e beati, vorrei ricordare solo quello che Giovanni Paolo II rispondeva quando gli si faceva notare proprio questo tipo di accusa mossa alla Chiesa. Egli diceva che se c'erano tanti santi in giro bisognava chiederne conto al buon Dio, poiché suscitava tanta santità nel cuore degli uomini. La Chiesa non fa altro che prenderne atto, seguire un percorso e giungere ad una conclusione.

In questo iter che peso hanno le possibilità economiche dei proponenti?

Ecco questa è un'altra distorsione della verità da eliminare. I soldi con il riconoscimento della santità non hanno nulla a che vedere. È vero che istruire e portare a compimento un processo di beatificazione comporta delle spese. Tra quelle che più incidono, anche se si tratta di somme certamente non importanti, c'è il giusto compenso per la commissione medica chiamata a verificare, dal punto di vista scientifico, la miracolosità della guarigione che si intende portare come prova testimoniale per il processo. C'è poi l'altrettanto giusto compenso per i membri della commissione teologica chiamati ad interpretare se tale guarigione miracolosa sia attribuibile all'intercessione della persona di cui si tratta. Ma, come le ripeto, si tratta di cifre molto modeste. Altre spese da affrontare, e queste sì che sono un po' più consistenti, sono quelle relative alla pubblicazione della positio e quelle eventualmente riferibili al rito vero e proprio:  dalla stampa dei libretti liturgici all'addobbo floreale dell'altare e via dicendo.

Ma quanto costa portare avanti sino alla fine una causa?

Non è possibile fare cifre perché dipende sempre da quale tipo di causa si tratti. Voglio dire che la spesa dipende dalla complessità della documentazione da vagliare, dalla difficoltà di giungere ad una definizione scientifica per ciò che riguarda la guarigione, da eventuali richieste di approfondimento. I processi sono tutti diversi uno dall'altro. Una cosa certa è che non è la Congregazione a determinare le spese; non interviene se non in modo indiretto. È il postulatore della causa il "cassiere", quello che raccoglie i soldi necessari e salda i conti. La Congregazione mette solo in collegamento i diversi attori del processo e nulla di più. È vero che se dietro c'è una congregazione religiosa il maggior onere delle spese se lo accolla lei, ma le assicuro che per riconoscere la santità non servono né la statua più bella né la borsa più piena:  quando c'è di mezzo un santo vero è la Chiesa popolo di Dio a mobilitarsi e quel minimo che occorre si trova sempre. Tanto è vero che io, nella mia esperienza, ho imparato che non esistono cause povere:  se una causa è "povera" vuol dire che è una povera causa, nel senso che povera è la stessa fama di santità.

Quanto influisce proprio la fama di santità nell'apertura di un processo?

Direi che è l'unica molla che fa avviare il processo. Senza fama di santità non si muove nulla. E questa è la garanzia vera, quella che dovrebbe mettere a tacere ogni scetticismo:  è la gente che addita alla Chiesa l'esemplarità di una figura. Sono i fedeli stessi che mostrano quanto questa figura sia stata capace di influire sulle loro vite, di alimentare la loro fede, di accendere in loro la fiamma della speranza, di proporsi come ancora di salvezza nelle loro personali vicende al punto di rivolgersi a loro in accorata preghiera. Non nego che ci possano anche essere altri auspici, come magari il giusto orgoglio di una famiglia religiosa nei confronti di un fondatore o di un confratello. Ma le assicuro che senza l'impulso che viene proprio dalla fama di santità è difficile avviare un processo.

Dunque non si può neppure contare su raccomandazioni per accelerare un po' il cammino del processo.

Guardi ci sono solo due motivi che potrebbero convincere la Congregazione a derogare al rigido principio cronologico nell'espletamento dei processi. Il criterio che seguiamo nell'esaminare i documenti è quello dettato dalla precedenza degli arrivi delle pratiche. Nel dubbio, si procede all'esame di altre e così via, ma sempre rispettando l'ordine di arrivo. Le dicevo dei due motivi di deroga:  il primo era molto frequente durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Viaggiava molto e, dunque, se avevamo all'esame una causa riferita ad un personaggio nativo del Paese nel quale il Papa stava per recarsi in visita pastorale, allora le davamo precedenza. L'idea era quella di dare la possibilità al Papa di elevare agli onori degli altari un fratello dei popoli tra i quali andava a testimoniare la forza e la vivacità del Vangelo. Il secondo motivo è sempre di natura pastorale e riguarda processi riferiti a figure esemplari di paesi che ancora non annoverano tra i loro figli un beato o un santo. L'intento è quello di offrire a quei popoli modelli di santità nati nella loro stessa terra e dare testimonianza di quello che io credo debba essere considerato il motore stesso della santità, cioè comprendere che in fondo la santità non è che la pienezza dell'umanità. Questo è anche il motivo per cui Cristo è considerato l'uomo perfetto:  egli ha incarnato la santità del Padre. Al di fuori di questi motivi non c'è altro che potrà mai influire sul percorso di una causa che si discute qui in Congregazione".

Quali potrebbero essere i motivi per la non ammissibilità di una causa?

Intanto proprio la mancanza della fama di santità, come le ho detto. Poi dipende dal giudizio della commissione scientifica:  se è negativo a noi non resta che prenderne atto e ricusare. Lo stesso avviene nel caso in cui fosse la commissione dei teologi a non riconoscere l'attribuibilità dell'intercessione.

Quali santi e beati ci riserva il 2008?

Le cause in giacenza in Congregazione sono oltre duemila e duecento. Le prime a giungere a conclusione, credo già nei primi mesi dell'anno, dovrebbero essere quelle che riguardano la canonizzazione di quattro beati:  Gaetano Errico, napoletano, fondatore di una congregazione; Berandra Bütler, una religiosa svizzera fondatrice di un ordine religioso, a lungo missionaria in Ecuador, e poi in Colombia a Cartegena; Alfonsa dell'Immacolata, una religiosa indiana del Kerala, e infine Narcisa di Gesù Martillo, laica ecuadoriana. Per i tempi effettivi resta comunque da vedere quando sarà convocato il Concistoro.

Ma il Papa potrebbe decidere di far giungere a conclusione un processo?

Certo che potrebbe farlo, ma non lo ha mai fatto, per una causa in corso. Per Giovanni Paolo II si autorizzò l'abbreviazione dei tempi previsti per l'inizio della fase diocesana, tra l'altro conclusasi il 2 aprile dello scorso anno. Ora è in svolgimento la fase romana, essendo state consegnate alla nostra Congregazione tutte le documentazioni raccolte. Attualmente si sta elaborando la positio che conterrà le parti più rilevanti e significative del processo, ordinate in maniera sistematica ed organica, necessarie alle valutazioni dei teologi, dei cardinali e vescovi membri del dicastero poi sull'esercizio delle virtù eroiche di Papa Wojtyla. Una volta redatta e stampata la positio verrà esaminata dai vari organi collegiali della Congregazione". Di tempi, per ora, non si parla.


(©L'Osservatore Romano 9 gennaio 2008)
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