Intervista ad Antonio Paolucci nuovo direttore dei Musei Vaticani

Michelangelo, croce e delizia

Il racconto del primo mese alla guida del "museo dei musei" E la più grande preoccupazione:  la maggioranza dei visitatori cerca solo la Sistina e ormai non guarda neanche Raffaello

Maurizio Fontana


Il giorno della sua nomina disse:  "Sarà una splendida sfida", oggi rivela:  "Per ora mi sto divertendo. Può sembrare paradossale, ma mi diverte questa realtà così straordinaria e ringrazio il Signore che mi ha dato un'opportunità tanto eccitante". È passato poco più di un mese da quando Antonio Paolucci ha ricevuto l'incarico di dirigere il museo più importante del mondo, un impegno da far tremare le vene dei polsi, ma lo sguardo è quello di sempre e il sorriso appena accennato disegna sul suo volto il garbo e la pacatezza che lo contraddistinguono nei modi e nelle parole. Paolucci è, in fondo, un privilegiato. Ha passato una vita in mezzo a opere d'arte tra le più belle al mondo:  Venezia, Verona, Assisi, Firenze e ora la tappa più affascinante e coinvolgente:  il suo studio in Vaticano si affaccia sulla mole imponente della cupola di Michelangelo ed è incastonato in quello che lui stesso definisce "museo dei musei".
"Quando parliamo dei Musei Vaticani - dice Paolucci - non possiamo che pensare a uno stupore armonioso. Sono infatti caratterizzati da una sfaccettatura incredibile di cose:  c'è Michelangelo, c'è Raffaello, ma c'è anche la pittura antica, la sezione egizia - penso all'evocazione dell'Egitto fatta dall'imperatore Adriano, al canòpo di Villa Adriana, all'Antinoo visto come Osiride - oppure il comparto etrusco o le collezioni etnografiche, l'archeologia e l'epigrafia, gli arazzi e l'arte contemporanea. Tutti i saperi delle scienze umane e tutti i modi delle arti figurative sono rappresentati. Insomma, qui c'è tutto".

A circa un mese dalla nomina, ma con le festività di mezzo e quindi con solo una quindicina di giorni di lavoro reale, quali sono le prime impressioni del nuovo direttore dei Musei Vaticani?

Le prime impressioni provengono da cose che in parte sapevo. La ricchezza dei musei la conoscevo bene:  di mestiere faccio lo storico dell'arte, quindi non potevo non conoscerla. Quello che non sapevo è che i Musei Vaticani vogliono dire una straordinaria ricchezza di saperi, di mestieri, di competenze specialistiche, di specializzazioni. Qui, ad esempio, c'è un corpo professionale di custodia che - guardandolo con gli occhi del sovrintendente italiano abituato ai sindacati, alle grane che flagellano la pubblica amministrazione in Italia - mi ha lasciato ammirato. Un corpo professionale di prim'ordine, molto fidelizzato, molto motivato, molto orgoglioso del suo ruolo. E i custodi sono importantissimi, sono il primo contatto del pubblico:  la gente incontra i custodi, non il direttore o i funzionari.
Ma non finisce qui. Considerando poi le varie specializzazioni tematiche in cui si dividono i musei, ci sono non solo le risorse di beni culturali, ma l'oggettiva ricchezza di risorse umane, di saperi e di competenze.
Lei mi dirà:  allora si cammina sul velluto. Non è proprio così perché problemi ci sono. Armonizzare tante varietà di talenti, di saperi, di mestieri non è facile. E poi c'è il problema della pressione di un pubblico che cresce continuamente. Le difficoltà sono enormi e comincio solo ora a comprenderne la dimensione. Però è incoraggiante e consolante sapere che questi problemi li posso affrontare disponendo di risorse umane di altissima qualità.

Tante questioni, un patrimonio culturale artistico da gestire smisurato, risorse umane da coordinare. A quale impegno è chiamato lei che - per l'esperienza e le competenze che tutti le riconoscono - ancora mantiene diversi altri incarichi, specialmente a Firenze? È costretto a una presenza a tempo pieno?

Per la verità, a chi mi ha chiamato a questo incarico ho fatto sapere che non posso e non voglio - anche per impegni di vario genere - lasciare la mia città che è Firenze, dove sono consulente del comune, presidente di varie realtà museali cittadine, ho impegni editoriali e via dicendo. Ho quindi concordato di stare a Roma la prima metà della settimana. Quando però sono qui, lavoro dalle sette della mattina alle sette di sera. Del resto qui non ho famiglia, sono solo e allora mi diverto lavorando.

Nel ricevere questo mandato avrà anche raccolto delle indicazioni...

Credo che la ragione per cui il Santo Padre mi ha onorato della sua fiducia - tramite i cardinali Tarcisio Bertone e Giovanni Lajolo - sia perché ho alle spalle una carriera non indecorosa. Da quando avevo ventinove anni fino a ieri ho sempre fatto il mestiere di tecnico della tutela nell'amministrazione dello stato che ho percorso a tutti i livelli, da ispettore storico dell'arte di prima nomina, fino al ministero dei Beni Culturali. Non ho però ricevuto indicazioni specifiche. Personalmente mi auguro innanzitutto di non deludere la fiducia del Papa. Poi credo che egli si aspetti che io faccia al meglio delle mie possibilità le cose che so fare. Non m'intendo di politica - né di quella fuori delle mura leonine, né di politica ecclesiastica -, m'intendo di restauri, di organizzazione di musei, di ricerca scientifica, di mostre, e credo che da me si aspettino che faccia queste cose.

E lei ha già elaborato un piano operativo a breve, medio e lungo termine?

Intanto, va registrato un risultato che non è merito mio, ma del mio predecessore che lo ha ideato, negoziato e specificato nei dettagli, cioè l'allungamento dell'orario di apertura. Adesso, come nei grandi musei statali italiani, i Musei Vaticani sono aperti fino alle sei del pomeriggio. Cioè due ore in più. Io lo dico sempre:  vi rendete conto cosa vuol dire due ore in più di Raffaello, di Michelangelo, di Laocoonte, di Apollo di Belvedere?...
Questo servirà a dare un certo agio ai flussi turistici e ad allentare un po' la pressione. Vi assicuro che è molto importante. E bisognerà continuare su questa linea:  si parla già di costruire un secondo ingresso. Se ne parla da tempo. E questa è senz'altro una cosa che dovrò fare io. Ho già cominciato a studiare la questione. Ma è certamente prematuro dire come e dove, dal momento che qui in Vaticano come ci si muove si toccano stratificazioni tanto preziose da incutere timore. Però andrà fatto.
Se devo pensare a qualcosa da migliorare, ve n'è una che mi preme in maniera particolare e mi dispiace personalmente, anche se è un po' il simbolo dell'"imbarbarimento generale" dell'età contemporanea. Parlo del fatto che ormai per il pubblico dei musei esiste solo la Sistina di Michelangelo. Ho scoperto con sgomento che la gran parte - più dei due terzi - della gente che entra nei musei salta ormai a pie' pari anche Raffaello. Ci rendiamo conto? Raffaello, il più grande artista del passato millennio - per me più grande anche di Michelangelo - non viene più guardato da tanta gente. A tal punto Michelangelo è diventato un'attrazione fatale che oscura tutto il resto. Fa l'effetto di una luce troppo forte, di notte, che non lascia vedere nulla intorno. Sarebbe invece importantissimo far capire che i Musei Vaticani sono, sì, Michelangelo, ma anche molto altro:  sono il Pio Clementino, l'Ottagono, il Laocoonte, l'Apollo di Belvedere, i mosaici, le collezioni di sculture di animali, le carte geografiche. Una delle parti che amo di più dei musei è proprio questa singolarissima sfilata dell'Italia vista a volo d'uccello, dove ogni frazione, ogni campanile è rappresentato nella meravigliosa Galleria delle carte geografiche. Ora, è chiaro che per conoscere i Musei Vaticani ci vorrebbe un mese e nemmeno basterebbe - sarei presuntuoso se dicessi che io li conosco - mi piacerebbe tuttavia che almeno la gente entrando qui dentro percepisse la sfaccettata pluralità di questo "sistema di musei", che perlomeno comprendesse la grandezza e la ricchezza di quanto non riuscirà a vedere.

Cosa si può fare per arrivare a questa consapevolezza?

Lo sto studiando. Lo sto studiando a fondo, perché il principale fascino dei Musei Vaticani consiste nell'essere speculum mundi. Proprio da ciò emerge che attraverso i secoli la Chiesa ha voluto rappresentare e significare il mondo, cioè le infinite attività umane, le diverse culture in tutte le possibili sfaccettature. Nessuna civiltà nella storia lo ha mai fatto, e i Musei Vaticani sono qui per farcelo capire.

Mi parlava con stupore e orgoglio delle numerose professionalità interne. Pensa di poterle convogliare per una maggiore attività produttiva dei musei?

Io desidero che i miei colleghi, specialisti nei vari settori, abbiano il massimo di visibilità scientifica. Questo mi preme molto. Penso infatti che il prestigio di un museo sia dato sì dalle opere, è chiaro, ma anche dalla qualità scientifica e dalla visibilità dei suoi studiosi, dei suoi tecnici. Qui c'è una tale quantità di opere da studiare da impegnare generazioni di studiosi. Ci sono intere sezioni dei musei che noi stessi - non solo la gente che le visita poco o niente - conosciamo poco:  sono riserve incredibili di informazioni, di notizie, di scoperte. Il lavoro certo non manca.

Su questa linea ha pensato anche a una maggiore attività editoriale?

Certamente. Vorrei che da noi partisse un'intensa produzione editoriale a tutti i livelli, da quello scientifico a quello didattico, a quello giornalistico. Anche in questo modo si può fronteggiare una realtà per la quale i musei sembrano solo un posto di "consumo brutale":  quattro milioni e trecentomila visitatori. Io sono convinto che ci siano tutte le risorse e tutti i saperi tecnici per promuovere la dimensione culturale e intellettuale; per dare visibilità alla multiforme ricchezza dei musei.

Proviamo a fare un rapido excursus storico sulla vicenda museale. Non contiamo l'esordio, casuale se vogliamo, di Giulio II nel 1507. C'è chi pone la data delle origini nel pontificato di Sisto IV e nella sua donazione che diede impulso ai musei Capitolini.

Per me l'inizio è un altro. È quello di Leone X Medici, il quale forse non si rese conto che mezza Europa stava voltando le spalle alla Chiesa cattolica, ma si accorse di una cosa molto importante per chi fa il mio mestiere:  ovvero che la responsabilità legale, giuridica, del governo dei beni culturali deve unirsi alla competenza tecnica. Fu infatti Leone X nel 1515 a nominare Raffaello soprintendente di Roma, responsabile delle antichità romane. Avrebbe potuto nominare un canonico, un uomo di curia, qualche conoscente o parente. E invece no. Capì che per fare il soprintendente di Roma, per tutelarne i monumenti, ci voleva uno del mestiere. E nominò Raffaello, cioè il più bravo di tutti. Per me la storia della tutela in Italia e in Europa comincia col breve di Leone X che nomina responsabile delle belle arti non un ufficiale di curia ma un grande tecnico.

Arriviamo a Pio VI con i primi ordinamenti museali e all'ordinamento della tutela dovuto al suo successore, Pio VII Chiaramonti e al cardinale camerlengo Bartolomeo Pacca.

Figura importantissima quella del camerlengo Pacca il quale afferma il principio che la tutela - un concetto, si badi bene, che è arrivato fino ai giorni nostri - si esercita sul patrimonio ovunque distribuito e comunque posseduto. Cioè, un Raffaello va tutelato sia che appartenga allo stato, sia che appartenga a una parrocchia, sia che appartenga a un privato, perché il valore del bene culturale trascende la proprietà. È un bene culturale per tutti. E questo lo sostiene Bartolomeo Pacca, il primo a far censire il patrimonio nelle chiese e nelle proprietà private. Sulla base di questo concetto sono stati i Papi re ad affermare un provvedimento supremamente illiberale, che però ha salvato le grandi collezioni romane, la Doria-Pamphili, la Rospigliosi-Pallavicini, la Colonna. Collezioni ancora intatte perché il Papa - passando sopra agli interessi privati:  eredità, divisioni dell'asse patrimoniale e via dicendo - ha impedito che venissero smembrate. Così le uniche collezioni intatte dell'antico regime che esistono al mondo, si devono a questo atto non propriamente liberale, ma supremamente illiberale, è vero, ma anche supremamente provvidenziale.

Continuiamo con la storia:  la rivoluzione francese, i saccheggi, l'opera di Canova e arriviamo infine ai pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI con il riordinamento delle raccolte e della museografia. Dopodiché non sembrano esserci state grandi innovazioni.

Devo dire che quando sono stato accolto in udienza dal Papa, Benedetto XVI mi si è avvicinato con grande cortesia e attenzione, mi ha detto due parole di pura convenienza, eppure io ho capito che lui mi guardava con affetto. Non per me chiaramente, bensì per quello che rappresentavo. E ho capito da quel suo sguardo che Benedetto XVI è un uomo che sa cosa sono i musei, li ha frequentati e ne conosce il valore. Ciò lascia sicuramente ben sperare.

Anche per un recupero pieno del dialogo della Chiesa con l'arte e con gli artisti. I musei possono essere strumento e occasione di rilancio per questo dialogo?

Credo che ormai i musei per la gente di oggi - che magari li visita e capisce poco o nulla - siano diventati come delle stelle, dei punti di riferimento di tipo identitario e consolatorio. Nel mondo della globalizzazione noi siamo quello che i musei testimoniano che siamo stati:  io sono italiano per via di Raffaello e Michelangelo, sono tedesco perché c'è stato Dürer, e via dicendo. La gente, in questa grande confusione che c'è sotto il cielo, inconsciamente capisce che i musei sono qualcosa di identitario.

E gli artisti?

Gli artisti sognano di finire in un museo. Anche il più patetico imbrattatele pensa di essere un genio incompreso e che un giorno finirà in un museo. Il museo è l'approdo finale di ogni sogno artistico.
Il problema piuttosto è quello del linguaggio. Viviamo in un'epoca, secondo me, paragonabile a quello che è stato il settimo/ottavo secolo del primo millennio, quando la cultura figurativa classica si era decomposta, si erano dissolti gli alfabeti figurativi tradizionali e ancora quelli nuovi non c'erano. Noi viviamo in un momento di balbettamento, di decomposizione dei codici. Quanto si fa oggi secondo me è concime per quello che sarà tra un secolo o due.

Anche per questo c'è una maggiore difficoltà nel campo specifico dell'arte sacra?

Certo. Perché l'arte sacra non può rinunciare alla figura. Il segno è figurativo. Non può non esserlo. Invece in alcune realizzazioni si notano regressioni per me preoccupanti. Il balbettio verso l'aniconicità, verso lo spiritualismo, verso il primitivismo può essere a mio avviso molto pericoloso.

Allarghiamo il discorso oltre i Musei Vaticani. Quale è la funzione odierna dei musei ecclesiastici in generale e in particolare quella dei musei e delle gallerie pontificie?

Vede, a me piacerebbe che dai Musei Vaticani così come dall'ultimo piccolo museo parrocchiale della montagna marchigiana o aragonese, emergesse quello che è stato il grande merito storico della Chiesa cattolica:  avere coltivato la pietà e la memoria. La pietà, nel senso latino di pietas, di fronte a quello che fanno gli uomini sotto il cielo; e la memoria, la conservazione della memoria, la testimonianza di ciò che le generazioni sono state. Questo lo si capisce qui, nei Musei Vaticani, di fronte a Michelangelo e a Raffaello, ma lo troviamo anche nella sagrestia di una chiesetta della montagna marchigiana vedendo ad esempio le cartaglorie, i reliquiari, i calici, le pitture, magari modeste e povere, che però sono rimaste lì:  sono passate tutte le demanializzazioni, le crisi, le vicende della storia, ma sono ancora lì. La memoria è stata preservata. La memoria che è una forma di pietas proprio verso la storia degli uomini:  è l'onore reso all'homo faber.

Forse, proprio in virtù di questa importanza, andrebbe approfondito il discorso della gestione dei musei ecclesiastici, dei musei diocesani, per comprendere quali sono le vie migliori per una loro tutela e valorizzazione.

Chiaramente nel mondo ci sono situazioni diversissime. In Italia, ad esempio, sarebbe necessario un governo coordinato a livello pluridiocesano di tanti piccoli musei che una volta realizzati - parlo da sovrintendente - poi rischiano di morire di asfissia. Il prete chiude a chiave e non può fare altro:  non si può pretendere dai sacerdoti che facciano anche i custodi delle opere d'arte; hanno altro da fare, e giustamente.
Io ad esempio da sovrintendente ho sostenuto delle convenzioni con i comuni, le parrocchie, le regioni, piuttosto che le province, e bene o male hanno dimostrato di funzionare. Ma è un lavoro minuzioso da fare in modo diverso a seconda della sensibilità e della storia dei singoli luoghi. Però una direttrice chiara su questi aspetti sarebbe opportuno che venisse fuori.

Può esserci un ruolo dei musei anche nel dialogo ecumenico e nel confronto interreligioso?

Certo. Lo storico dell'arte sa bene, ad esempio, quanto la nostra civiltà figurativa debba a tutta la figuratività islamica e quanto quest'ultima, a sua volta, abbia attinto da noi pur rifiutando la rappresentazione della figura.

Esistono organizzazioni internazionali di musei e di professionisti dei musei nei quali la presenza dei Musei Vaticani è stata finora piuttosto limitata. Nel suo programma prevede un maggiore coinvolgimento?

C'è, è vero, una tradizione di comprensibile orgoglio e di meno comprensibile autoreferenzialità nella storia dei Musei Vaticani. È chiaro che più si superano certe situazioni e meglio è. Negli ultimi decenni Pietrangeli - il più grande direttore dopo Raffaello e Canova - ha segnato in questo senso un cammino di apertura e di dialogo. Non resta che seguirne gli indirizzi.

Ugualmente quali prospettive ci sono di rapporto e di collaborazione con le varie strutture che fanno cultura in Vaticano, pensiamo ad esempio alla Fabbrica e alla Biblioteca Apostolica?

Secondo me bisogna sempre contrastare la naturale tendenza, presente in tutte le burocrazie, ad arroccarsi in sistemi autoreferenziali. Questa è la mia idea alla quale ho sempre creduto, sia quando facevo il ministro, il sovrintendente, e ora che sono direttore dei Musei Vaticani. Il massimo dell'interfaccia è utile per tutti.

Oltre al discorso dei flussi di cui s'è già detto, ha pensato a un nuovo rapporto con il pubblico dei Musei Vaticani?

Sicuramente va migliorato l'aspetto didattico dei musei. Non lo trovo sufficientemente efficace. Bisognerebbe aiutare la gente a capire. È un mio chiodo fisso. Non ci si rende conto che viviamo in una specie di blackout semantico. La gente non conosce più non dico l'iconografia religiosa, ma neanche i miti del mondo classico. Ma i musei sono al novanta per cento fatti di rappresentazioni o di episodi della storia sacra, o di storia romana, greca, mitologia e quant'altro. Io vorrei sapere quanti, entrando in un museo, saprebbero riconoscere una resurrezione da una ascensione piuttosto che da una trasfigurazione. Un sistema di conoscenze, un alfabeto conoscitivo basico che magari ancora cent'anni fa era posseduto anche da gente analfabeta, oggi invece è oscuro anche per gente diplomata o laureata. Come possiamo bucare l'oscuramento dei significati?
Io penso a un australiano o a un giapponese che entra qui, si ferma un'ora soltanto, vuole vedere Michelangelo e poi va via. Come si fa a rendere in qualche modo culturalmente e umanamente fruttuosa un'esperienza sciagurata come questa?
È il dramma dei nostri tempi. Da una parte ci accorgiamo che l'interesse per i musei cresce in modo esponenziale:  nel 1906 nei musei fiorentini entravano centotrentamila persone, nel 2006 sono entrate cinque milioni e trecentomila persone. Bene, si dirà, tutto ciò è positivo. Ma ho paura che ci fosse più gente che usciva dai musei fiorentini avendo recepito qualcosa in quei centotrentamila del 1906, che non tra i milioni che ne escono oggi.

La via delle singole esposizioni temporanee che provino a spiegare meglio ciò che altrimenti non viene neanche cercato può essere utile?

Può esserlo. Il fatto però è anche che noi studiosi viviamo di una cultura fortemente specialistica, molto autoreferenziale, molto criptica. Scriviamo perché ci leggano i nostri colleghi, non ci importa del pubblico. Non c'è una tradizione didattica. Gran parte della gente va a vedere le mostre, compra cataloghi e poi li lascia sul tavolino del salotto - si chiamano coffee table books - e basta così. Ma anche se volesse consultarli, non capirebbe quello che c'è scritto. Eppure non c'è nessuno che abbia pensato di scrivere un catalogo dove con parole semplici ma non banali si fa capire. Questo è il dramma della didattica. Come comunicare cose complesse a gente che conosce trecento parole? Eppure bisogna riuscirci. È un problema ben conosciuto dai professori nelle scuole, ma anche dai sacerdoti. Anzi forse loro capiscono ancor meglio questo impoverimento dei segni e quindi dei significati.

Un ultimo pensiero che evidenzi un suo obbiettivo per questo nuovo incarico?

Ho un contratto di tre anni, poi si vedrà. Ho già un'età per cui ogni anno è una scommessa. Per ora mi sto divertendo...



(©L'Osservatore Romano 13 gennaio 2008)
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