Intervista a fratel Alois alla vigilia della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani

Cerchiamo un nuovo soffio che ci animi
e ci spinga gli uni verso gli altri

Giovanni Zavatta


Dal 28 dicembre al 1° gennaio Ginevra è stata pacificamente invasa da quarantamila giovani, di vari continenti, per l'annuale incontro europeo organizzato dalla comunità ecumenica di Taizé. In un'intervista a "L'Osservatore Romano" il priore, fratel Alois, spiega quali sono stati i momenti più significativi dell'evento e sottolinea come la preghiera, il dialogo, la comunione, il perdono, la riconciliazione restino, per un cristiano, i passi necessari da compiere per approfondire la propria fede e per contribuire all'unità della Chiesa, fermento di pace. Riflessioni che servono da stimolo in vista della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani (18-25 gennaio).

Per il trentesimo incontro europeo avete scelto un luogo simbolico, Ginevra:  è qui che nei primi anni Quaranta fratel Roger ha posto le basi della comunità di Taizé. Cosa ha caratterizzato il "pellegrinaggio di fiducia" in terra svizzera?

Molti giovani cercano una speranza. L'esperienza di una comunione al di là delle frontiere, come essi hanno potuto fare a Ginevra, apre a tale speranza, la quale può anche condurre a una comprensione più profonda di Dio. Più del novanta per cento dei giovani sono stati ospitati dalle famiglie. L'ospitalità ha toccato i cuori, i cuori di coloro che sono stati accolti come di coloro che hanno accolto. Un modo concreto per meglio comprendere che cos'è la Chiesa:  luogo di comunione e dunque fermento di pace.

Riconciliarci tra cristiani per essere fermento di pace nell'umanità, andare verso gli altri superando le chiusure:  anche a Ginevra il tema di fondo è stato l'ecumenismo. A che punto è il cammino comune delle diverse realtà ecclesiali verso una reale riconciliazione?

Siamo forse troppo radicati nelle nostre divisioni. Oggi, nelle differenti Chiese e comunità cristiane, possiamo osservare la cura della propria identità, con a volte la tentazione di definirla in contrapposizione alle altre. A proposito di ecumenismo, testi stupendi sono stati scritti. Ma noi cerchiamo un nuovo soffio che ci animi e che ci spinga in avanti. Possiamo trovarlo approfondendo un ecumenismo della preghiera. Non perdiamo di vista la meta dell'unità visibile dei cristiani! Cristo è chiarissimo:  è attraverso la nostra unità che il Vangelo potrà essere compreso nel mondo. Quando i cristiani sono divisi, il messaggio del Vangelo diviene impercettibile.

Recentemente nello Stato indiano dell'Orissa i cristiani, "accusati" di proselitismo, hanno subito gravi violenze da parte degli estremisti indù. Come trovare un punto di incontro nelle aree dove le religioni stentano a coesistere?

Questi atti di violenza sono intollerabili e i vescovi in India fanno di tutto per reclamare giustizia e rispetto della libertà religiosa. Nell'ottobre 2006 abbiamo avuto un incontro asiatico di giovani a Calcutta, con cinquemila partecipanti. Molti sono venuti dal nord e dal nord-est dell'India. Ho potuto vedere il loro coraggio nel testimoniare la propria fede là dove abitano. Alcuni fratelli della nostra comunità vivono da più di trent'anni in Bangladesh e conoscono le difficoltà di un dialogo vero tra membri di differenti religioni. E tuttavia un "dialogo di vita" è possibile e allo stesso tempo necessario per superare i malintesi e prevenire la violenza. Ad esempio, la Chiesa in Bangladesh ha cominciato a lavorare con le famiglie che hanno un figlio disabile. Ho potuto assistere a una riunione delle madri di questi bambini:  erano cristiane, musulmane e indù. Quest'incontro resta indimenticabile:  sono i più poveri a riunirci.

Benedetto XVI, nel messaggio inviato ai giovani radunati a Ginevra, ha sottolineato l'importanza del perdono, "la punta estrema dell'amore", e lei, nella Lettera da Cochabamba, l'ha posto in cima alle doti indispensabili di un vero cristiano. È proprio il perdono il passaggio necessario per raggiungere la riconciliazione?

Sì, lo credo profondamente. Cristo, nel momento cruciale di donare la sua vita sulla croce, ha perdonato. Il suo perdono è offerto a ogni essere umano. E nondimeno che travaglio deve compiersi in noi per accogliere questo perdono nel nostro essere, corpo, anima e spirito! E quanto le nostre società sono distanti dall'essere segnate dal perdono! Mi ricordo il 12 marzo 2000:  mi trovavo tra i fratelli che accompagnavano fratel Roger alla basilica di San Pietro per assistere a quel momento eccezionale in cui Giovanni Paolo II, circondato da numerosi cardinali, ha chiesto perdono per le colpe del passato. Delle porte si sono allora aperte e quell'evento avrà sicuramente ancora delle conseguenze. A Ginevra ho ripetuto ai giovani ciò che ha detto un uomo di grandi responsabilità internazionali:  "Noi potremo contribuire enormemente alla pace evitando di trasmettere alla futura generazione il ricordo delle ferite patite". Non si tratta di dimenticare un passato doloroso ma il Vangelo ci invita a superare la memoria con il perdono, per interrompere la catena che fa perdurare i rancori.

Voi avete inoltre divulgato a Ginevra la Lettera a chi vorrebbe seguire Cristo. Ma non ci sono oggi molti giovani che temono un impegno a lungo termine?

È proprio per questo che ho scritto quella lettera. L'esitazione di molti davanti a un impegno a lungo termine è comprensibile. Ma paradossalmente esiste il sogno di un "per sempre", di un amore che non è passeggero. Oggi un impegno per sempre è assai meno sostenuto che un tempo dalle istituzioni e dalle tradizioni. Il rischio personale è più evidente. Per un credente tale impegno non può essere vissuto che con una fiducia esistenziale nella presenza e nell'amore di Dio.

Nelle sue meditazioni ha varie volte invitato, affinché si concretizzi uno "scambio di doni" tra i cristiani, a ritrovarsi più spesso alla presenza di Dio nell'ascolto della Parola. Partecipare insieme alle veglie di preghiera è già anticipare un'unità. Ma su quali altri terreni può realizzarsi l'incontro?


Tutti noi oggi abbiamo bisogno gli uni degli altri. Nella Lettera da Cochabamba ho lanciato un appello ai cristiani alla riconciliazione. Questo appello chiede che le preghiere comuni siano molto più numerose. Voltarsi insieme verso Dio, nell'ascolto della sua Parola, nel silenzio e nella lode, è già anticipare un'unità, è già lasciare allo Spirito Santo di unirci. E questo ci condurrà a scoprire la presenza di Cristo negli altri. Mi sembra che, nel momento in cui siamo, sia la cosa più urgente. Questo "ecumenismo della preghiera", come lo chiama il cardinale Kasper, aiuta il dialogo teologico ad avanzare. Certo, parallelamente, dobbiamo continuare a unire i nostri sforzi nell'impegno per la giustizia e contro la povertà. E, nel nostro mondo occidentale sempre più secolarizzato, cerchiamo fra cristiani come rispondere alle sfide etiche in una maniera che sia conforme al Vangelo. Le questioni etiche divengono più complesse e tendono di conseguenza a dividerci maggiormente. Da qui la necessità di parlarne insieme.

A che livello è il rapporto di collaborazione con i vescovi e con gli altri rappresentanti delle Chiese? Siete giunti a progetti e a iniziative comuni?


I nostri incontri di giovani, come quello di Ginevra, si preparano sempre sul posto con le diverse Chiese e comunità cristiane. I responsabili delle Chiese locali così come i rappresentanti delle istituzioni cristiane situate a Ginevra non hanno soltanto partecipato alle preghiere comuni del convegno ma hanno anche dato il loro sostegno durante i mesi di preparazione. I contatti personali approfondiscono una comunione.

Da Ginevra a Bruxelles, dove a fine anno si svolgerà il prossimo "pellegrinaggio di fiducia sulla terra" europeo. Ma l'impegno della comunità di Taizé non conoscerà soste né confini:  lei, con alcuni fratelli, ad aprile si recherà a Poznan, a Dublino e a Belfast, a maggio sarà a Torino e in Romania, a fine novembre presenzierà l'incontro internazionale di Nairobi. Cosa chiedete in particolare ai giovani e qual è la loro risposta?

Noi allarghiamo il "pellegrinaggio di fiducia sulla terra" che fratel Roger ha cominciato quasi trent'anni fa. È per rispondere a due urgenze. La prima:  per molti giovani diventa più difficile credere in Dio in un mondo sempre più secolarizzato. Quindi serve loro un'esperienza che faccia scattare la ricerca di una fede personale. Riunirsi, provenendo da differenti orizzonti, in una preghiera meditativa, li rende attenti alla vita interiore. L'ospitalità vissuta in grande semplicità può destare la bontà presente in tanti uomini e donne. E la bontà meraviglia, fa nascere, dove essa fortifica, la scelta della fiducia in Dio, e può portare a un approfondimento della fede. L'altra urgenza:  in tanti giovani c'è la volontà di superare gli steccati, nella Chiesa e nella società. Quando vedono apparire delle possibilità concrete di abbattere gli ostacoli, essi manifestano gioia. Nel mondo contemporaneo, le comunicazioni divengono sempre più facili ma allo stesso tempo le società umane sono troppo organizzate per compartimenti. Parallelismi possono mantenersi indifferenti gli uni verso gli altri. E con il tempo si creano pregiudizi e malintesi. Pensiamo ad esempio agli immigrati, così vicini e tuttavia spesso così lontani. L'Europa non si costruirà mai senza andare gli uni verso gli altri. C'è in molti giovani la volontà di oltrepassare i regionalismi. Ciò non significa abbandonare le specificità di ciascun popolo o di ciascuna regione ma di realizzare, anche su codesto piano, uno scambio di doni. Per questo le relazioni personali sono insostituibili e la comunione fra i cristiani può diventare fermento di pace nella società.



(©L'Osservatore Romano 13 gennaio 2008 )
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