La missione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina nelle parole del cardinale Husar in visita "ad limina"

Una ricostruzione morale
delle coscienze

Nicola Gori

Una grande opera di ricostruzione delle coscienze per ridare un fondamento morale alla vita sociale, politica ed economica. È il compito che la Chiesa in Ucraina si è assunta da quando il Paese ha riacquistato l'indipendenza dopo gli anni bui del regime sovietico. "Sedici anni fa abbiamo riacquistato la libertà - spiega in un'intervista al nostro giornale il cardinale Lubomyr Husar, Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyc degli Ucraini, in questi giorni in Vaticano per la visita "ad limina" dei vescovi ucraini greco-cattolici - ma le persone sono ancora in qualche modo ammalate spiritualmente. Le difficoltà che incontriamo anche nella vita politica sono dovute soprattutto alla mancanza di questa coscienza morale". Da qui la grande "sfida evangelizzatrice" che la Chiesa è chiamata a raccogliere per "riempire il vuoto" lasciato nelle coscienze dall'ateismo di Stato.

Qual è la realtà ecclesiale e pastorale che presenterete a Benedetto XVI durante la visita "ad limina"?

Stiamo compiendo la visita "ad limina" per la prima volta dopo settanta anni. Per tale ragione, nessuno di noi ha un'esperienza diretta di questo incontro particolare con il Papa. A lui faremo presente anzitutto una realtà che potrebbe sembrare ovvia:  cioè che noi siamo una Chiesa in corso di normalizzazione, perché, com'è noto, in questi ultimi settanta anni sono successe moltissime cose in Ucraina. Sedici anni fa abbiamo avuto la possibilità di riacquistare la libertà. Questo ha reso possibile un normale svolgimento dell'attività pastorale ed ecclesiale, cioè nell'ambito pubblico. Adesso cerchiamo di raggiungere un certo livello di presenza nella società, in modo che tutti gli aspetti della nostra realtà ecclesiale possano avere una dimensione pubblica ed essere svolti senza ostacoli. Questa è la prima cosa che presenteremo al Papa.

E per quanto riguarda il futuro?

Dobbiamo e vogliamo fare molto ancora. È chiaro che siamo consapevoli di non aver raggiunto ancora un livello di normalità in tutti gli aspetti della Chiesa. Abbiamo problemi, per esempio, nel campo dell'educazione, del clero come dei laici. Abbiamo difficoltà nella preparazione, mancano persone adatte da poter impiegare nella vita ecclesiale, mancano dei responsabili capaci - sia nell'ambito del clero, sia in quello dei laici - che possano avviare nuovi progetti. Inoltre dobbiamo perfezionare la nostra struttura amministrativa e giudiziaria, dobbiamo regolare i nostri rapporti con lo Stato. Per tutti questi aspetti si può dire che siamo in un periodo di transizione. È un tempo nel quale impariamo di nuovo, dopo tanti anni, ad essere una Chiesa "sui iuris" in un ambiente post-sovietico, in un ambiente che ha visto persecuzioni ma che sta guardando verso il futuro. Anche lo Stato come tale vive questo periodo di transizione, perché è uno Stato giovane, nato più o meno negli stessi anni della Chiesa.

"Sono persuaso che la fraterna cooperazione fra i Pastori sarà per tutti i fedeli incoraggiamento e stimolo a crescere nell'unità e nell'entusiasmo apostolico e favorirà anche un proficuo dialogo ecumenico". Sono parole di Benedetto XVI durante l'udienza del 24 settembre scorso, ai presuli di rito latino. All'incontro avete partecipato, su invito del Papa, anche voi vescovi greco-cattolici del Paese. Come mettere in pratica la consegna del Pontefice?

Noi cerchiamo di mantenere dei rapporti personali molto vivi. In particolare, durante le recenti festività natalizie, abbiamo partecipato alle celebrazioni di rito latino e i fedeli di quel rito sono venuti nella nostra chiesa per incontrare la gente e per presentare gli auguri. In questo senso ci sono contatti a livello di amicizia. Spero - ma non sarà probabilmente prima di maggio - che si riesca ad organizzare una prima pubblica celebrazione comune. Spero anche che nella seconda parte dell'anno si svolga un incontro di tutti i vescovi greco-cattolici con quelli della Chiesa latina. Generalmente, questa riunione si tiene nel mese di novembre, quando celebriamo insieme con la Chiesa latina la festa di Cristo Re. Ma questi sono ancora progetti. C'è un altro progetto in cantiere - ma non so se quest'anno riusciremo a realizzarlo - cioè gli esercizi spirituali di tutti i vescovi, latini e greco-cattolici. Questo è un sogno per il futuro. Ciò che facciamo quotidianamente è il tenere molto vivi i rapporti personali, amichevoli, non formali, ma che servono per rimanere in contatto. Purtroppo ci sono dei problemi specifici, ma abbiamo la volontà di superarli.

Com'è il rapporto con gli ortodossi? Quali le iniziative e gli sforzi per alimentare il dialogo ecumenico?

Abbiamo un consiglio pan-ucraino, cioè un consiglio delle Chiese e delle organizzazioni religiose, nel quale sono presenti cattolici, ortodossi, protestanti, musulmani ed ebrei. Si tratta di diciannove membri che rappresentano le realtà ecclesiali più numerose dell'Ucraina. A questo livello, collaboriamo molto. Per esempio, prepariamo dei documenti che vengono firmati da tutti, rivolti sia al popolo, sia al governo. Per quanto riguarda il dialogo nel senso classico - se posso dire, interconfessionale - non lo abbiamo ancora instaurato. La nostra collaborazione è più a livello sociale, cioè nel campo dell'educazione, dei servizi sociali e così via. In questi settori cerchiamo di fare delle cose insieme, secondo le possibilità e le occasioni. Per esempio, durante la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani le varie confessioni religiose si sono incontrate. Il primo giorno, domenica, ci siamo ritrovati nella nostra chiesa, mentre lunedì, martedì, mercoledì, in una delle chiese ortodosse. Giovedì ci siamo recati nella chiesa latina e sabato nella chiesa dei pentecostali. In queste occasioni, cerchiamo di valorizzare la preghiera comune e cerchiamo di mantenere dei contatti.
Domenica 20 gennaio ho partecipato a Kyiv al primo giorno della Settimana e sia io, sia tutti gli altri presenti siamo stati colpiti dallo spirito di preghiera che ci ha unito in quel momento. Sono momenti privilegiati, ma non sempre è così semplice. Si potrebbe dire che tra il popolo c'è un desiderio di unità, sebbene non ancora abbastanza forte. Quello su cui vogliamo lavorare adesso è l'impegno per risvegliare il desiderio di unità tra i fedeli di tutte le comunità ecclesiali. Penso che ciò sia molto importante e probabilmente anche molto utile per la situazione ucraina. In questo tempo in Ucraina si parla molto del desiderio di tornare a quell'unità tra i cristiani che esisteva mille anni fa, quando il Paese accolse il cristianesimo come religione ufficiale, al tempo di san Volodymyr. L'unità che esisteva a quel tempo, purtroppo, l'abbiamo persa, ma si è instaurato un dialogo, una riflessione, e alcuni progressi sono stati fatti.

Qual è la strada per recuperare questa unità originaria?

Nel Paese si sta creando un certo clima favorevole. Vedremo a quali risultati condurrà. Ci sono dei momenti molto significativi che possono produrre sviluppi impensabili fino a qualche anno fa. Qualcosa si sta muovendo in questa direzione. Noi siamo molto interessati a questo movimento e vogliamo favorirlo in modo che si giunga a un possibile recupero dell'unità, sebbene tutti quanti siamo consapevoli delle difficoltà e nessuno si aspetta una facile e rapida soluzione. Ci vuole un po' di tempo, forse tanto tempo.

Quali sono le priorità pastorali e quali le prospettive per rilanciare l'evangelizzazione dopo i lunghi anni di ateismo di Stato imposti dal regime sovietico?

Il passato regime ha lavorato con grande impegno e in modo molto raffinato. Vi erano degli istituti che studiavano psicologia pubblica, psicologia sociale, che cercavano il modo migliore per distruggere la religione. Non ci sono riusciti, per fortuna, ma hanno fatto molti danni. Gran parte della popolazione purtroppo è lontana dalla Chiesa o dalle chiese. Non si tratta di ateismo nel senso classico. Gli atei sono un gruppo abbastanza ridotto:  si può parlare forse del quindici per cento della popolazione che si dichiara completamente indifferente alla religione o atea, ma non atea militante. Gli altri, quelli che non appartengono a nessuna Chiesa, sono comunque aperti e accolgono il messaggio di Dio con attenzione e con grande interesse. Perciò, noi dobbiamo andare verso di loro e presentargli Cristo. Questa è una grande sfida evangelizzatrice per noi. Devo ammettere che forse non abbiamo fatto abbastanza nel passato come Chiese tradizionali. Abbiamo lasciato troppo spazio alle piccole sette, che si insinuano facilmente in questo desiderio di Dio delle persone e lo sfruttano per il loro tornaconto.

E che cosa si può fare per presentare in modo attraente il messaggio cristiano?

Lo scorso anno abbiamo dato il via ad un programma che ancora non è stato realizzato pienamente, ma ha già visto dei frutti:  condividere il dono della fede. Vogliamo presentare ai nostri connazionali la bellezza della fede, il dono della fede. Per esempio, l'ultimo sinodo tenutosi nell'ottobre dell'anno scorso aveva come tema principale l'evangelizzazione. Questo tema sarà proseguito in quest'anno 2008 sempre in un sinodo. Cerchiamo di risvegliare uno spirito missionario, non nel senso classico dell'andare "ad gentes", ma nel senso di andare verso le persone che sono aperte e disponibili ad accogliere Dio, che cercano Dio più o meno attivamente, perché sono interessate al suo messaggio. Dobbiamo andare a loro, presentare Cristo, presentare Dio. Su questo vogliamo lavorare, perché il campo è molto vasto e molto fertile. Se non facciamo niente per riempire questo vuoto, avremo una grande colpa.

Ma qual è il terreno su cui è più urgente lavorare?

Quello morale. Il regime ha cercato di sostituire la morale con la moralità comunista. A questo proposito, posso fare una constatazione:  tanta nostra gente - non solo cattolica ma anche ortodossa e protestante - va in chiesa la domenica, prega molto. Ma poi ha grande difficoltà a vivere la fede dal lunedì al sabato, cioè a testimoniarla nella vita quotidiana. Su questo ci sono molte difficoltà, perché il tentativo del partito comunista di strappare dalla gente il senso della morale cristiana, della dignità dell'uomo - basata naturalmente sulla rivelazione di Dio - ha prodotto danni incalcolabili. Per esempio, in Ucraina abbiamo il mercato libero, ma coloro che vi operano sono persone in qualche modo ammalate spiritualmente. Si tratta di gente la cui condotta è priva di un fondamento morale. Perciò il nostro compito oggi è molto importante:  restituire la moralità alla vita personale, familiare, comunitaria, politica, economica e sociale. Questa è la grande missione che ci attende oggi. Le difficoltà che incontriamo nella vita politica sono dovute soprattutto alla mancanza di questa coscienza morale.

A questo proposito, quali riflessi ha nella vita della gente il lungo periodo di instabilità politica e istituzionale che sta attraversando il Paese?

Le persone che oggi sono politicamente attive, cioè i dirigenti, sono uomini che hanno una formazione risalente ai tempi del regime sovietico. Hanno cominciato la loro carriera politica in quel periodo, in un contesto dove i criteri morali erano ben diversi da quelli odierni. Ripeto che la maggior parte delle difficoltà che incontriamo oggi in Ucraina si spiegano proprio per questa mancanza di moralità.

Qual è l'attuale situazione sociale? In che modo la Chiesa testimonia l'amore di Dio verso i poveri e i bisognosi?

C'è sempre stata nella nostra tradizione un'attenzione nei confronti dei poveri, in quanto la nostra cultura è cristiana ed è forgiata dal cristianesimo. Abbiamo avuto sempre una grande apertura verso i bisognosi, ma questo soprattutto a livello personale. Per esempio, in occasione della cena della vigilia di Natale c'era la tradizione che ogni famiglia portasse qualcosa ai vicini bisognosi. Ma questo accadeva ad un livello abbastanza personale. Attualmente si notano degli sforzi per una carità più generale e meglio organizzata. C'è la Caritas e ci sono tante organizzazioni che cercano di aiutare i bambini malati, gli anziani. Certo, anche in questo campo dobbiamo superare ancora problemi che risalgono ai tempi del comunismo. Infatti, il regime cercava di rompere i legami sociali autentici e profondi. Questi, infatti, tenevano uniti gruppi familiari e sociali destinati a diventare potenzialmente controrivoluzionari. Così anche in seno alle famiglie il regime lavorava perché non ci fosse fiducia gli uni negli altri, perché nessuno fosse sicuro di sé. Avevano creato una certa forma di egoismo, fatta soprattutto di paura:  ognuno aveva paura degli altri, ognuno era chiuso in se stesso.

E oggi come vanno le cose?

Dobbiamo riconoscere che c'è ancora molto da fare per superare questo problema. Ci sono dei segnali chiari che indicano la soluzione del problema:  in particolare, è significativo il numero degli organismi che stanno nascendo per aiutare i poveri e i bisognosi, specialmente nel periodo della festa di san Nicola e delle feste natalizie. Vi sono molti esempi che rivelano il desiderio di aiutare il prossimo, anche se si deve ancora superare questa sfiducia, questa paura gli uni degli altri. È una situazione sicuramente ancora in fase di movimento e di sviluppo. Attualmente, si avverte molto - sia negli ambienti religiosi sia in quelli secolari - l'esigenza di aiutare i bisognosi. Per questo, si cerca di dar vita a forme di carità organizzata non solo a livello personale o privato, ma anche a livello istituzionale e sociale.



(©L'Osservatore Romano 30 gennaio 2008)
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