Intervista all'arcivescovo Antonio Javellana Ledesma, vicepresidente della Conferenza episcopale

I vescovi filippini
per i contadini e per gli indigeni

di Roberto Sgaramella


Secondo le statistiche rese pubbliche dal governo di Manila a metà del 2006, il ventiquattro per cento delle famiglie filippine nel 2003 non aveva un reddito sufficiente a soddisfare le necessità di base perfino riguardo l'alimentazione mentre il trenta per cento era ancora ben al di sotto della soglia di povertà. La situazione, in un anno e mezzo, non è molto migliorata soprattutto nelle aree rurali del Paese dove ancora persistono fame, sottosviluppo e sfruttamento sia delle risorse umane che di quelle naturali. Inoltre, un documentato rapporto rilasciato dal Political and Economic Risk Council di Hong Kong, afferma che le Filippine detengono il primato della corruzione tra tutte le nazioni asiatiche. Fortemente preoccupata dallo stato in cui versa la nazione, la Conferenza dei vescovi cattolici filippini ha promosso un secondo Congresso nazionale rurale a distanza di quarant'anni dal primo, tenutosi nel 1967. L'incarico dell'organizzazione di questo secondo appuntamento, a cui partecipano i centouno vescovi filippini, è stato dato all'arcivescovo di Cagayan de Oro, Antonio Javellana Ledesma, vice presidente della Conferenza dei vescovi cattolici delle Filippine.
In questa intervista rilasciata a "L'Osservatore Romano", l'arcivescovo ha illustrato motivazioni e finalità di questo secondo Congresso nazionale rurale di cui la prima fase è già in svolgimento.

In cosa differisce questo congresso dal primo del 1967? Quali nuovi percorsi i vescovi cattolici filippini intendono proporre e quali metodi suggeriscono per combattere la povertà e l'arretratezza delle aree rurali?

Attualmente stiamo organizzando il secondo congresso in tre fasi:  la prima è già in svolgimento e consiste in consultazioni a livello di strutture di base della Chiesa e delle organizzazioni diocesane. Queste consultazioni si stanno svolgendo in ottanta diverse diocesi del Paese. Altre consultazioni per questa prima fase si terranno su base regionale e riguarderanno tredici aree geografiche. I temi che vengono focalizzati e poi discussi dalle strutture di base sono ovviamente quelli legati alla produzione agricola, i problemi della commercializzazione e quelli di ogni villaggio. Le organizzazioni cattoliche che discutono su questi temi hanno anche relazioni e collaborazioni con organizzazioni non governative e gruppi di laici collegati alle strutture cattoliche.
La prima fase ha avuto inizio nel novembre del 2007 e dovrebbe concludersi a marzo di quest'anno. Si dovrà quindi provvedere a focalizzare e selezionare i temi per poi proporli nella fase numero due che dovrebbe svolgersi tra maggio e giugno. Questa sarà articolata su cinque congressi regionali da tenersi nel Visayas occidentale, in quello centrale e nell'orientale, nel Luzon settentrionale e in quello meridionale. In questi congressi a base regionale dovremo discutere i rapporti scritti dalle organizzazioni locali. Abbiamo scelto questo metodo articolato in diverse fasi e sedi, invece di optare come per il precedente per un unico congresso a livello nazionale proprio per avere un quadro più reale delle diverse realtà nel mondo rurale riportate dalle organizzazioni di base cattoliche.

Trascorsi quarant'anni dal primo congresso rurale nazionale, come è cambiata la situazione nelle Filippine in riferimento particolare alle aree rurali?

Quarant'anni non sono stati sufficienti a risolvere i problemi della povertà e del sottosviluppo nelle aree rurali. Il più importante traguardo ancora da raggiungere è quello della messa in pratica delle regole stabilite nel programma di riforma agraria. Questo programma è stato varato nel 1987 e necessita di una revisione. Si devono prendere nuovi provvedimenti di ordine sociale e si impone una revisione della parte legislativa. Per esempio va rivisto il regolamento sui diritti delle popolazioni indigene rafforzando le norme che proteggono le tradizioni ancestrali di questi piccoli gruppi di nativi che ancora vivono nelle regioni più isolate. Una delle nostre organizzazioni difende i diritti delle piccole cooperative di pescatori, altre, invece, denunciano deforestazioni irresponsabili e lo sfruttamento eccessivo delle risorse minerarie. Inoltre non bisogna dimenticare che sono proprio le aree rurali il principale teatro di azione dei vari gruppi di guerriglieri, sia quelli di ispirazione maoista sia quelli di matrice islamica-fondamentalista diffusi nel sud di Mindanao. Insomma, esaminare la situazione economica e sociale delle nostre aree rurali e trovare delle soluzioni ai tanti problemi che le travagliano è sicuramente una sfida per la nostra Chiesa.

Come possono i vescovi delle Filippine farsi portavoce dei braccianti e dei piccoli agricoltori diretti? Come cambiare una situazione di sottosviluppo e di sfruttamento delle risorse umane e della natura per imboccare una strada che porti un effettivo progresso morale, sociale ed economico?

I vescovi filippini possono far valere imperativi morali alla luce degli insegnamenti sociali che la Chiesa cattolica ha elaborato nel corso della sua millenaria storia. Inoltre l'episcopato può tentare di mettere in evidenza e all'attenzione del governo che vi è una effettiva possibilità di sradicare per sempre la povertà dalle zone rurali del nostro Paese se si farà una vera riforma agraria basata sul principio dell'equità e della solidarietà tra le classi sociali.

Tra le emergenze del Paese, secondo alcuni osservatori, c'è anche la corruzione. Qual è la posizione dei vescovi filippini su questo punto?

Attualmente l'episcopato filippino ha scelto di far leva sul senso di appartenenza razziale. Stiamo sperimentando questo nuovo tipo di approccio per combattere la corruzione. Crediamo che le comunità rurali organizzate in questo senso possano meglio prendere conoscenza dei loro reali problemi e scegliere un candidato politico che sia veramente in grado di rappresentarle. Ovviamente non c'è una soluzione unica per un problema così grande e che coinvolge tutta la popolazione di questa nazione.

Uno dei traguardi della Chiesa cattolica nelle Filippine è quello di rafforzare il ruolo delle comunità cattoliche di base, presenti specialmente nelle zone rurali. Come state agendo in questo senso?

Le comunità cattoliche di base sono molto numerose e presenti anche in località remote. Molte di queste organizzazioni si occupano di istruzione, altre formano cooperative per piccoli produttori agricoli, altre ancora hanno per scopo la protezione dell'ambiente, delle acque costiere. Insomma le loro funzioni sono molteplici e si adattano alle esigenze della popolazione.

Può fornire un esempio pratico di come i vescovi contribuiscono a far applicare nella vita di tutti giorni i principi stabiliti e garantiti dalla legge di riforma agraria e quelli compresi dall'atto per i diritti delle popolazioni indigene?

È notizia molto recente che i vescovi della regione di Davao facciano pressioni sulle autorità per convincerle a esaminare le legittime istanze dei piccoli agricoltori indigeni di questa regione. Questi reclamano i loro diritti di proprietà su terreni che appartenevano da sempre ai loro avi e che vennero depredati dai nuovi colonizzatori. L'episcopato di Davao non ha esitato a prendere le difese di queste popolazioni indigene minoritarie e ha portato le loro istanze all'attenzione delle autorità preposte.



(©L'Osservatore Romano 7 febbraio 2008)
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