A colloquio con il domenicano Wojciech Giertych, Teologo della Casa Pontificia, sul digiuno nel cammino quaresimale

La rinuncia come gesto di amore e di libertà

di Nicola Gori


Esercizio di ascesi? Prova di forza con se stessi? Scelta razionale o sofferto obbligo spirituale? Il digiuno quaresimale è qualcosa di più. È "un atto d'amore verso noi stessi", così come la preghiera è un atto d'amore verso Dio e l'elemosina un atto d'amore verso gli altri. È quanto afferma il domenicano Wojciech Giertych, Teologo della Casa Pontificia, in un'intervista a "L'Osservatore Romano".
Preghiera, digiuno ed elemosina:  i tre aspetti che caratterizzano la Quaresima. Può spiegarci il loro fondamento teologico?
Sono tre momenti che la Chiesa ci invita a vivere in questo periodo liturgico della Quaresima, in preparazione alla Pasqua. Questi tre modi di approfondire il nostro rapporto con Dio sono già conosciuti nell'Antico Testamento. Gesù stesso fa riferimento a questa tradizione vivente. La preghiera, è indirizzata verso Dio, il digiuno è indirizzato a noi stessi, aiuta a controllare noi stessi, quindi è un atto di amore verso noi stessi, e l'elemosina è un atto di amore verso l'altro. Come ci sono i peccati contro Dio, contro noi stessi, e contro gli altri, così questi tre modi di approfondire la nostra spiritualità che la Chiesa propone nel tempo di Quaresima, riguardano il rapporto con Dio, con gli altri, e con noi stessi. Il digiuno è collegato a queste tre dimensioni.

E il digiuno cos'è? Un precetto della Chiesa, un atto di virtù, un retaggio del passato o una moda del momento?

Certamente, il digiuno riveste un valore anche a livello, pagano, naturale, fuori dalla religiosità. In questo senso, il digiuno è uno sforzo per approfondire la virtù, quindi controllare se stessi. Nell'etica pagana, stoica, c'è l'idea di digiunare per non essere sotto il dominio delle passioni. Il digiuno è una pratica ascetica che aiuta a controllare se stessi. Nel contesto cristiano, però, il digiuno non ha lo stesso valore come nell'etica pagana, dove il digiuno è solo una pratica per la salute o qualcosa per se stessi. Per noi il digiuno ha soprattutto una dimensione cristologica, dunque una dimensione teologica, del rapporto con Dio. I pagani dicevano plenus venter non studet libenter:  significa che quando uno mangia troppo, la sua capacità contemplativa diminuisce. Questo è vero. Infatti, se un uomo è troppo legato alle cose che accadono all'esterno, perde la capacità di percepire Dio. Per questo, la qualità della nostra preghiera, del nostro rapporto intimo con Dio e la capacità di sentire la Parola di Dio esigono qualche digiuno, il silenzio, qualche momento per mettere da parte tutte le cose che attirano l'attenzione.

È un discorso particolarmente attuale oggi.

In effetti la modernità nella quale viviamo crea una situazione di saturazione. Siamo un po' abbagliati dalle notizie della televisione, dagli avvisi per gli acquisti. I negozi sono pieni di merce, quando si entra c'è la musica forte, che fa perdere la capacità di pensare e ci stimola a comprare cose che non servono. C'è poi tutto un insieme di divertimenti, di sport, di emozioni e di reazioni, che mancano del rapporto con i valori. Se facciamo un paragone con la letteratura romantica dei grandi autori, essi scrivevano di emozioni, d'amore, di tristezza, di tedio, però queste passioni erano collegate con i valori, con il servizio, con l'amore per la patria e per la famiglia. Oggi tutto il mondo è saturo di queste sensazioni, che però sono senza valori. "Compri un tipo di sapone e sarai più delicato", però, perché? Non lo sappiamo. La pubblicità dice:  "compra una nuova auto e avrai più sensazioni"; ma dove andrai con questa auto, qual è il senso? Siamo bombardati da innumerevoli messaggi che attirano la nostra attenzione, però la finalità è sparita. In tutto questo è difficile sentire la Parola di Dio. Quando andiamo alla messa, tutto quel mondo rimane dentro di noi e perfino i telefoni continuano a suonare. Abbiamo, perciò, bisogno di uno sforzo da parte nostra per lottare in modo da assicurarci la possibilità di incontrare Dio. Occorre la decisa volontà di mettere da parte tutte queste cose per essere più pronti a sentire Dio ed entrare in rapporto con Lui. In questo senso, il digiuno riveste un'importanza particolare, che deve essere motivata dall'amore di Dio. Per questo, la Quaresima non è un tempo per dimagrire, per essere più belli per l'estate, ma un tempo per mettere da parte le cose che attirano la nostra attenzione e rendono difficile l'incontro con Dio. In questo tempo occorre uno sforzo, per distoglierci dai desideri che offrono un certo piacere immediato, però vuoto, ed entrare nella felicità profonda del rapporto con Dio. Il valore di questo tempo è motivato dall'amore di Dio, per riscoprire la dimensione cristologica, il dono di Cristo che si è offerto fino alla croce e ha vinto il male. La Quaresima ci viene data dalla Chiesa per prepararci all'apertura dei nostri cuori, al dono gratuito e misericordioso di Dio, il quale ha dato se stesso per la nostra salvezza.

La penitenza è un'eredità dei secoli passati, un anacronismo, oppure conserva un'importanza vitale?

La penitenza fa parte della nostra vita, perché soltanto Gesù è senza peccato. Ognuno di noi commette i peccati e dunque ha bisogno della penitenza. La penitenza non è solo uno sguardo sui peccati, ma anche uno sguardo sul fatto che siamo limitati, che abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Quindi, la penitenza è un processo per scorgere la verità nelle nostre limitazioni, nei nostri peccati, nella nostra debolezza e, allo stesso tempo, per convincerci che Dio ci offre il suo perdono per permetterci di andare avanti.

Che ruolo ha la preghiera nel cammino quaresimale?

La preghiera è veramente l'esercizio della fede, della speranza e della carità. È l'incontro nell'intimità con Dio e dunque, a maggior ragione, nel tempo quaresimale troviamo preghiera, digiuno ed elemosina. Questo vale per tutto l'anno, non soltanto per la Quaresima. La preghiera è un momento che dobbiamo assicurare durante la nostra giornata, un momento per stare insieme con Dio. L'esercizio della fede, della carità e della speranza è un incontro diretto con Dio. Come non è simpatico se siamo invitati a pranzo, non partecipare ai discorsi degli altri, così non è normale, se vado alla liturgia, non sforzarmi di instaurare un dialogo con Cristo. Fisicamente sono presente nella Chiesa, ma a che serve questo? Serve un po', ma è importante entrare nel rapporto intimo con Dio. È importante trovare durante la giornata dei momenti per la preghiera, perché nei momenti di stanchezza, di dubbio, di difficoltà il Signore ci aiuta.

Lo sforzo ascetico nel digiuno si basa solo su un impegno spirituale o deve coinvolgere anche la sfera emotiva dell'uomo?

Nella tradizione cattolica abbiamo due correnti per quanto riguarda le virtù morali:  quella aristotelica espressa da san Tommaso e quella di san Bonaventura. Qual è il rapporto tra la parte sensitiva dell'uomo e la parte spirituale? Quale il rapporto tra gli affetti e tra la ragione e la volontà? San Bonaventura diceva che la virtù della temperanza e la virtù della fortezza sono collocate nella volontà. La volontà controlla e domina l'affettività per assicurare che facciamo ciò che dobbiamo fare. San Tommaso, invece, dice che le virtù della temperanza e della fortezza non sono collocate nella ragione e nella volontà, però sono collocate proprio nell'affettività che attira ai suoi propri oggetti. Il desiderio del piacere, le passioni della forza, dell'aggressività, della paura, tutte queste emozioni, queste passioni hanno dentro di loro la capacità di collaborare con la ragione e la volontà, sia al livello naturale, sia al livello più profondo della grazia.
Il digiuno nel senso cristiano è tutto collegato al rapporto con Dio, alla fiducia in Lui. Si deve entrare nella verità del rapporto con Dio e con gli altri nel nome della carità e questo esige che i desideri devono essere controllati. Il motivo dell'amore verso Dio deve muovere le nostre azioni:  un papà in famiglia che è malato controlla la sua salute, non soltanto per se stesso, ma pensando alla sua famiglia. Il controllo della sua salute è un segno del suo amore verso la famiglia che ha bisogno di lui. Nel testo di san Paolo troviamo, nella Lettera ai Colossesi al capitolo 1, 24, delle parole che sono difficili da capire e sulle quali molti hanno discusso quale sia il loro senso:  "Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa". Queste parole sono molto misteriose, ma Paolo in esse esprime che il dono di sé compiuto da Cristo è assoluto, ed ha un valore immenso. Questo dono di Cristo è aperto in modo tale che l'uomo con il suo dono personale può entrare in questa dinamica pasquale. Nel momento della mia rinuncia, del mio dono, della mia speranza, del mio amore verso gli altri, la mia gentilezza, il mio digiuno, tutto questo contribuisce in qualche maniera alla fecondità del dono di Cristo e dunque allo sviluppo della Chiesa. La Chiesa si sviluppa e nasce non tanto attraverso le grandi attività, i grandi progetti, ma attraverso la qualità del nostro rapporto con Dio, del nostro dono di sé. I malati paralizzati non possono fare molto, però possono vivere la carità, possono avere un gesto di dolcezza verso gli infermieri, verso i medici, verso la famiglia. Possono, con la loro sofferenza, la loro carità e la loro preghiera, contribuire alla Chiesa universale. Contribuiscono all'opera del missionario lontano, affinché la sua carità non venga meno e continui ad amare il popolo al quale è mandato anche nelle situazioni più difficili. Tutto ciò avviene in una misteriosa maniera, perché qualcuno ammalato aggiunge le sue sofferenze, il suo dono di sé a questo dono assoluto che ha dato Cristo. Questo non significa che la morte di Cristo è imperfetta, che manchi qualcosa, ma suggerisce la possibilità del nostro apporto alla fecondità misteriosa, assoluta del dono di Cristo.

C'è il pericolo di un certo orgoglio spirituale nel digiuno?

Dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa ha ridotto le pratiche del digiuno, anche il digiuno eucaristico è stato ridotto a soltanto un'ora. Nel passato, quando le cose non andavano bene, si pensava che occorresse un po' più di preghiera, un po' più di rigore, un po' più di digiuno. La Chiesa ha poi scoperto che, talvolta, questo rigore era vissuto in maniera troppo orgogliosa, cioè affermando che si era migliori degli altri, facendo tutto con le proprie forze. La Chiesa ha, perciò, voluto ridurre il digiuno per assicurare che tutto ciò che è fatto è motivato dall'amore e non per la lotta con se stessi, non in maniera pelagiana, dove tutto dipende dalle nostre forze. Per questo motivo, la Chiesa ha ridotto le pratiche ascetiche e ha avvertito che esiste il pericolo dell'orgoglio spirituale, il quale distrugge la comunità e l'unità. Il digiuno è importante, la Chiesa non lo ha tolto, però lo ha limitato un po' per lasciare più spazio per ciò che è dato in una maniera silenziosa, per dare più spazio alla gratuità, per compiere opere buone non perché sono obbligati, ma perché vogliamo esprimere il nostro amore per Dio.



(©L'Osservatore Romano 15 febbraio 2008)
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