A colloquio con suor Enrica Rosanna, sotto-segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica

«Prendersi cura», compito e carisma
della donna consacrata

di Nicola Gori

La specificità della vocazione della donna è il "prendersi cura". In questo particolare aspetto si inseriscono anche il ruolo e il carisma delle religiose nella Chiesa e nella società. Partendo da questa premessa, la vitalità, le sfide, le priorità della vita consacrata sono state al centro dell'intervista a "L'Osservatore Romano" di suor Enrica Rosanna, sotto-segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica.

È parso a tanti osservatori che negli ultimi decenni ci sono state difficoltà di comunicazione tra vita consacrata e Santa Sede. L'incontro di lunedì 18 febbraio con il Papa segna una svolta?

Non ho dati per confermare quanto mi chiede. Lavoro al dicastero da quattro anni e prima ero impegnata in altri campi di missione. È indubbio che negli ultimi decenni, a partire dal '68, ci sia stata una crisi delle mediazioni, in particolare dell'autorità, che ha investito tutti i settori della società; anche la Chiesa e la vita religiosa ne sono stati coinvolti. Noi religiosi/e siamo i figli e le figlie del nostro tempo e ne siamo condizionati in bene e in male, volenti o nolenti.
L'incontro di oggi con il Santo Padre è stato desiderato da tempo e si può realizzare. Per quanto riguarda la mia esperienza, molte religiose amano il Papa e ci sono molti indicatori che lo evidenziano, per esempio la partecipazione alle udienze generali e all'angelus della domenica; la lettura e la valorizzazione dei discorsi, delle encicliche, degli interventi; il sostegno economico per la carità del Papa e in primis la concretizzazione nella vita e nella missione delle indicazioni del Pontefice (rispetto della dignità della persona, valore della vita, salvaguardia della natura, evangelizzazione nei luoghi di frontiera, ecumenismo...). Personalmente, sono fiera e felice di vivere accanto al Santo Padre, di lavorare per la Sede apostolica perché posso offrire molto, ma soprattutto apprendo molto. Il dono più bello che possiamo fare al Santo Padre è la fedeltà piena e gioiosa alla nostra vocazione.

Una delle critiche rivolte ai religiosi è quella di essersi imborghesiti. Questa affermazione risponde alla realtà?

Come ho detto prima, siamo figlie e figlie del nostro tempo, e non siamo esenti da difetti e cadute, ma non dobbiamo far pace coi nostri difetti, come diceva la confondatrice del mio Istituto, santa Maria Domenica Mazzarello. E poi, come ha scritto Karl Rahner, non dobbiamo dimenticare che le aurore vengono sempre pagate coi tramonti. È così per la natura, è così per la vita dello spirito. Occorre allora coraggio, sapienza e prudenza per superare la tentazione dell'imborghesimento per costruire e ricostruire continuamente l'unità della nostra vita intorno al primato di Dio, fedeli al motto di Benedetto:  nihil amor Christi praeponere. Nulla anteporre a Cristo. Se guardiamo concretamente alle consacrate e ai consacrati che vivono nei diversi continenti, dobbiamo constatare che molti vivono con gioia questa esperienza, anche nei contesti più difficili, e la traducono in passione missionaria:  pensiamo alle baraccopoli, ai paesi di guerra, ai bambini abbandonati, alla tratta delle donne, all'alfabetizzazione, alla difesa delle minoranze, al dialogo interreligioso. E sono solo esempi. Non dimentichiamo poi che la vita consacrata è fiera dei suoi martiri di oggi, che sono i più insigni testimoni del genio della vita consacrata, definita da Giovanni Paolo II:  "il cantico della sovrabbondanza di gratuità e di amore". Mi piace ricordare due tra questi martiri:  Annalena Tonelli e Leonella Sgorbati.

Il calo delle vocazioni e l'aumento dell'età media dei religiosi provocano difficoltà e obbligano gli Istituti a cambiamenti strutturali. Vi è ancora spazio per la vita consacrata nella nostra società? Quali sono i fattori secondo lei che influiscono sul decremento?

Per quanto riguarda le vocazioni alla vita consacrata non possiamo negare che dal 1970 al 2000 c'è stata una diminuzione, in alcuni luoghi anche consistente. Si constata anche un certo invecchiamento. Innanzitutto, per il calo delle vocazioni alla vita consacrata femminile, ci sono delle cause sociali obiettive. Come per esempio l'imporsi della questione femminile, la diminuzione delle nascite, il sorgere di tante nuove forme di vita consacrata, la crisi della famiglia, la problematicità dell'educazione, le numerose possibilità di realizzazione della donna al di fuori degli ambiti tradizionali.
A proposito della condizione giovanile contemporanea si potrebbero anche citare alcuni fenomeni che giocano in negativo:  l'indefinitezza del profilo dei/delle giovani, la loro chiusura sul quotidiano, la paura delle scelte, la difficoltà del fare i conti con le proprie radici e dell'affrontare il futuro, una sensibilità e una fragilità che possono sembrare esasperate; si potrebbe continuare in questo elenco, anche se sono convinta che i giovani hanno molte risorse, che debbono essere valorizzate. Tutti questi fattori influiscono su una scelta che impegna tutto l'essere, qual è la decisione di donarsi interamente al Signore, di vivere fino in fondo la propria vocazione battesimale.
In questa situazione è più che mai urgente la testimonianza profetica della vita consacrata:  l'affermazione, con la vita e con la parola, del primato di Dio, della sua presenza nella storia, dell'esistenza di una vita dopo la morte e della responsabilità personale per guadagnarla. Una testimonianza che affermi il primato di Dio e il destino trascendente dell'uomo, che dica che Gesù dà tutto e non toglie nulla, che testimoni che la Chiesa è madre e maestra. Benedetto XVI ha richiamato in modo particolare i consacrati e le consacrate a far brillare la propria luce.
Vorrei anche mettere in evidenza che la nostra è la società del "rumore" in cui si rischia di essere "tutta bocca e niente orecchie". Anche in questa società il Signore continua ad amare in modo incondizionato, continua a chiamare. Dobbiamo dirlo alle giovani generazioni, farlo capire con la nostra testimonianza, nella certezza che quando l'avranno ascoltato e avranno cominciato a frequentarlo e a conoscerlo non lo lasceranno più. E dobbiamo anche dire alle sorelle anziane che il dono della loro vita, della loro esperienza, della loro fedeltà custodita per tanti anni come un tesoro prezioso, delle loro malattie e infermità, se vissute come dono e in adesione alla volontà di Dio, arricchiscono la comunità, la Chiesa, la società tutta. Sono proprio loro che possono insegnarci che oggi la vita consacrata ha bisogno di impetrare quella "sapienza del crepuscolo" che fa bella, buona, beata la vita, a qualsiasi età e in qualsiasi situazione di questo nostro tempo.

La nascita e l'espansione dei nuovi movimenti ha reso meno attraente la scelta della vita consacrata?

I movimenti hanno fatto risplendere la bellezza della vocazione laicale, del matrimonio, della famiglia. Hanno anche valorizzato in tante occasioni e nel loro operare la vita consacrata, ma non l'hanno certo sostituita. Sulla base comune del battesimo e della vita cristiana, alcuni sono infatti chiamati a dedicarsi totalmente a Dio e al suo Regno, e perciò sono consacrati "a nuovo e speciale titolo". Giovanni Paolo II in Vita consecrata non ha esitato a parlare di oggettiva eccellenza della vita consacrata.
La vita consacrata con la sua testimonianza verginale è espressione della dedizione esclusiva della Chiesa a Cristo. Questo è il primo, essenziale, indispensabile impegno che la vita consacrata deve alla Chiesa, questa è la specificità della vocazione religiosa tra le altre vocazioni ecclesiali. Questo è ciò che la rende necessaria per la vita della Chiesa, cioè che la rende insostituibile e che la fa appartenere irremovibilmente - come dice la Lumen gentium - alla vita e alla santità della Chiesa. È anche un dato di fatto che molte vocazioni provengono proprio dai movimenti e dalle associazioni. I movimenti sono comunque un dono alla vita consacrata perché - in un periodo di orizzontalismo, di sociologismo, di efficientismo - ci ricordano la centralità del kerigma, della Parola di Dio, dell'annuncio, della conversione, della testimonianza. Come ogni Ordine, Congregazione, Istituto ha risposto e risponde alla infinita fantasia dello Spirito che continua a soffiare sulla Chiesa il suo anelito vivificatore, in forme sempre nuove, per rispondere ai bisogni dei tempi, così i nuovi movimenti sono per la Chiesa del Terzo Millennio una rinnovata fantasia dello Spirito, che arricchisce anche la vita consacrata.

La gente ha la sensazione che chi prima sceglieva la vita consacrata, adesso sceglie l'impegno nei movimenti.

Non credo, perché le vocazioni sono molto diverse. Difatti, negli stessi movimenti sono sorti dei gruppi di consacrazione totale. Questo significa che queste persone erano impegnate nel movimento, ma poi hanno sentito una chiamata particolare. Nel movimento ci sono varie espressioni vocazionali. Il Signore continua a chiamare oggi alla vita di totale consacrazione. In fondo è la verginità che dà lo spessore e la differenza della consacrazione.

Ritiene necessario per molte Congregazioni un ritorno al carisma delle origini? Nota una certa difficoltà nei religiosi ad adattarsi alle mutate condizioni della società?

Il ritorno al carisma delle origini è sempre un impegno di fedeltà allo Spirito. Il carisma viene "consegnato" al fondatore e alla prima comunità in forma particolarissima, però lo stesso carisma lo riceve ciascun membro che viene chiamato nell'Istituto. Per questo, in un progetto di rinnovamento è importantissimo rifarsi a tutta la storia dell'Istituto, ed è molto importante anche "l'oggi" dell'Istituto stesso.
Giovanni Paolo II, nell'Esortazione apostolica Vita consecrata, coraggiosamente invitava non solo a ricordare e a raccontare la nostra gloriosa storia, cioè a fare memoria di un cammino di fedeltà, ma a costruire una grande storia, cioè a far fiorire la fantasia della carità, a far ardere il roveto ardente del proprio carisma perché riscaldi e faccia luce senza estinguersi mai.
Spesso il mondo sembra correre più velocemente di noi. Per questo si può essere tentati di ripetere il passato nel presente, anziché essere creativi. Da qui l'importanza di aprirsi alle nuove generazioni, alle "nuove" culture, affrontare la sfida dell'inculturazione del carisma e della convivenza multiculturale.
Quanta testimonianza! Quanti passi sono stati fatti e si fanno al riguardo! Certo non sono evidenziati dai media, ma sono scritti nel libro di Dio. Sono uomini e donne che rispondono con la propria castità al dilagare dell'edonismo e dell'egoismo; con la propria povertà, e predilezione per gli ultimi, offrono una risposta concreta alla sete di denaro e di potere; con il dono della propria obbedienza liberamente scelta, rispondono all'individualismo e al relativismo che assediano la nostra società e la rendono sterile e priva di speranza. Sono tutti segni della vitalità della vita consacrata e della capacità di rivedersi e rivedere il proprio operato per dare risposte "vere" agli uomini e alle donne di oggi.

Che ruolo ha secondo lei la donna e in particolare la consacrata all'interno della Chiesa?

Le varie dimensioni nelle quali si articola "l'essere" di ogni donna vengono di solito presentate mediante le categorie della verginità, della sponsalità e della maternità che rispondono alle caratteristiche fondamentali e irrinunciabili della femminilità, del genio femminile. In quanto vergine, ogni donna è responsabile degli altri, che conosce come fratelli ed è chiamata a promuovere la comunione all'interno della fraternità umana; come sorella ogni donna e colei "cammina accanto", sostiene e dà forza nel momento del bisogno. Come sposa, ogni donna è capace di dedicarsi con amore esclusivo, accettando l'altro, aprendosi, accogliendone e ricambiandone con gioia l' amore; la sposa è colei che "ama totalmente". In quanto madre, ogni donna è capace di generare, valorizzare ed essere attenta a ogni segno di vita, anche a costo di rinunciare alla propria; la madre è "grembo fecondo della vita".
La Chiesa ha bisogno di donne che siano insieme vergini-spose-madri; questo è il ruolo delle donne e delle donne consacrate in particolare.
Ci sono due immagini evangeliche splendide che riassumono alla perfezione il "ruolo" del genio femminile:  le donne sotto la croce di Gesù e Maria Maddalena, apostola degli apostoli.
Gesù per primo appare a Maria di Magdala:  è lei la "prima" annunciatrice della resurrezione. A lei viene concesso il privilegio di essere la prima discepola del Risorto e la prima inviata ad annunciare la risurrezione. Gli apostoli, nel vangelo di Marco, mostrando ancora una volta la loro insensibiltà, non le credono; sono ancora succubi della mentalità comune del tempo e soprattutto della loro smemoratezza. Il Signore, fin dal primo momento della risurrezione, si serve della debolezza per confondere i forti. Ecco, questo è il nostro splendido compito:  "essere cuore" che accoglie la sofferenza e che annuncia la gioia senza fine.

Cosa sta accadendo nelle Congregazioni religiose femminili impegnate nell'aggiornamento dei propri statuti

Molti Istituti, dopo la pubblicazione dell'Esortazione apostolica Vita consecrata, hanno intrapreso la revisione della loro Regola di vita nel segno di una "fedeltà creativa". Una fedeltà che è una ricerca continua e creatrice su come vivere anche oggi l'impegno iniziato e il cui traguardo è nel futuro, secondo però l'originalità ed i segni del momento in cui viviamo oggi; che comporta camminare avanti portando con sé la valigia del passato, una valigia che rimane aperta per accogliere sempre nuove ricchezze, sotto l'impulso dello Spirito. È vero che - come ha affermato Benedetto XVI al Convegno della Chiesa italiana a Verona - in un mondo che cambia il Vangelo non muta, ma è proprio questo riferimento irrinunciabile all'immutabile evangelo che chiede un'attenzione vigile per renderlo vitale, testimoniante, visibile. È così anche per la Regola di vita abbracciata che traduce il Vangelo secondo un particolare carisma.
Questo lavoro non è ovviamente facile, e deve coinvolgere - anche se in modi diversi - tutto l'Istituto. Se questo è internazionale, si deve tener conto non solo dei valori e dei principi, ma anche dei contesti in cui l'Istituto opera e della missione che svolge. Le novità sono il coinvolgimento di tutti i fratelli e le sorelle e il metodo di lavoro, che si ispira - almeno per gli Istituti più numerosi - a quello delle Assemblee ordinarie dei Sinodi dei Vescovi.

È vera e in che misura la crescita delle vocazioni monastiche femminili?

In realtà, i monasteri contemplativi, sia maschili sia femminili patiscono di meno la crisi vocazionale presente tra le congregazioni di vita attiva. In un mondo scosso da grandi problemi, da mutamenti epocali che a volte sembrano prefigurare una crisi di civiltà, con un futuro incerto e segnato da inquietudine, molti giovani trovano una risposta alle loro angosce proprio nello stile di vita contemplativo, nella vicinanza al Signore, nel dialogo ininterrotto con Dio nella preghiera. E questo è un bene per tutta la Chiesa e per tutto il mondo che gode dei benefici di questa donazione totale. Le numerose vocazioni monastiche segnalano che nella nostra società c'è sete di preghiera e che c'è bisogno di persone che preghino per tutti. Senza la preghiera, la Chiesa si paralizzerebbe. Le vocazioni claustrali dimostrano anche che i giovani non hanno paura di proposte serie e impegnative.

Esiste una centralità della donna quale oggetto di consumo nella società di mercato. Il richiamo del monastero è una reazione della donna a questa condizione?

Spesso, chi entra in un monastero avverte la gioia profonda, pura, semplice che vi regna; sperimenta come dai pugni serrati sulle nostre povere cose sia possibile passare alle braccia aperte di chi sa accogliere perché ha sperimentato la dolcezza dell'essere accolto, dell'essere eternamente amato.
La gioia dei monaci e delle monache, intima, profonda, che è purezza e nobiltà di tratto si manifesta in un sorriso aperto, disponibile, negli occhi e nei volti trasfigurati dall'incontro con Dio, che trasforma poco a poco; si traduce in comunità dove la volgarità e la falsità non trovano rifugio, scalzate da un'atmosfera di verità e sincerità, dove abita un affetto libero da condizionamenti umani.
Ci si domanda:  può essere tutto questo un modo di reagire ad una società dove tutto è sempre più chimerico? Penso di sì, anche se gli "alti traguardi" spirituali, proprio in monastero, esigono un coraggio quotidiano non indifferente. Lo sapevano bene Teresa di Gesù e Teresa del Bambino Gesù, di cui tutte conosciamo la vita.
In ragione del mio servizio, ho avuto modo di respirare l'aria pulita e il soave profumo della vita totalmente dedita alla contemplazione in diverse comunità, dove ho incontrato giovani e anziane contemplative che hanno accolto la clausura "come dono e scelta come libera risposta di amore":  donne, giovani e meno giovani d'età, ma con tanta voglia di vivere quotidie l'esaltante e pur sempre faticosa ricerca di Dio solo!
Le monache, non dobbiamo dimenticarlo, col sacrificio e la preghiera contribuiscono al rinnovamento della Chiesa, come sorelle e madri di tutti. Esse in qualche modo portano tutto il mondo dentro allo spazio della clausura per immergerlo, nel silenzio, alla presenza di Dio, per "ripartorirlo" - non senza materne fatiche e dolori - ad una vita e a una speranza nuova.

Qual è la ricchezza della vita consacrata?

La ricchezza della vita consacrata nella Chiesa è perché c'è, prima ancora che per quello che fa. Qualche volta questo non è capito o qualche volta i religiosi devono fare un po' di tutto. Noi, Figlie di Maria Ausiliatrice siamo chiamate per i giovani. Mi ricordo che don Viganò diceva che i salesiani non sono fatti per le parrocchie. Allora, i sacerdoti sono chiamati per educare, ovviamente, nelle missioni fanno di tutto, perché c'è bisogno di tutti e di tutto. La specificità del carisma viene giocata nell'ambiente in cui siamo messi. Qual è il mio carisma qua? Me lo chiedo molte volte. Quando mi dicono:  "non obbedisco perché non è il mio carisma". E io, allora, cosa faccio qua? Cerco di tradurre con il mio comportamento quelle che sono le caratteristiche del mio carisma, la laboriosità, la gioia, la prevenienza, l'attenzione, il prendermi cura. Qui ho parlato del ruolo della donna, nel ruolo della sponsalità, della maternità, della verginità, però io sempre dico che il compito e il genio della donna deve esprimersi nel prendersi cura. Cerco di prendermi cura, del lavoro, della gente, di quelli che vengono, proprio da salesiana. Questo genio femminile si declina in tanti modi. Nella Chiesa si declina nei carismi:  il carisma della compassione, il carisma della prevenzione, il carisma dell'evangelizzazione. Abbiamo tanti esempi nella storia:  Brigida di Svezia che si prende cura della pace, Caterina da Siena che si prende cura dell'autorità, Teresa di Lisieux che si prende cura dell'amore, Teresa d'Ávila che si prende cura della riforma, Edith Stein che si prende cura della verità e per la verità muore. La donna ha una sfaccettatura di possibilità, ma quello che la connota è il prendersi cura.
Vorrei venisse fuori un'immagine positiva della vita consacrata, perché è bella è buona e beata, con dentro le sue magagne, perché siamo figli del nostro tempo. Abbiamo tutti le nostre fragilità di creature, il peccato originale, non basta essersi fatti suora o religioso per essere santi c'è tutto un cammino di conquista, di osservanza dei voti, come uno che nella fedeltà matrimoniale è un cammino. Girando ci sono dei problemi, ma c'è tanta gente che vive in pienezza la propria consacrazione dentro le proprie magagne.

Va tutto bene nei rapporti di collaborazione tra ordini maschili e femminili o vige ancora una qualche gerarchia e dipendenza delle suore?

Mi sembra si sia fatto un grande cammino per equiparare la vita consacrata maschile e femminile, per liberare le religiose dalla tutela maschile, per permettere al genio femminile di esprimere al meglio la propria ricchezza, senza rivendicazioni sterili, o peggio, dannose. Questo non vuol dire che poi, in pratica, non ci sia ancora un cammino da fare.

Cosa pensa delle Congregazioni che portano in Europa le giovani dai paesi in via di sviluppo?

La prudenza e l'opportunità direbbe che le vocazioni vanno formate in loco. Comunità italiane mandino due o tre suore, fondino in loco, dopo che sono state per un po' di anni, che hanno conosciuto l'ambiente, la cultura. Quando vengono in Italia vuol dire che la congregazione è già anziana, quindi non c'è quella generazione di mezzo, quella generazione preparata che può formare queste persone. Per formare queste persone bisogna conoscere non solo la vita consacrata con le esigenze, i suoi principi, ma conoscere anche la cultura, la lingua, le abitudini, le famiglie, la provenienza. La prima formazione sarebbe bene che venisse fatta lì, poi alle eccezioni c'è sempre posto, però questo dovrebbe essere un principio.



(©L'Osservatore Romano 18-19 febbraio 2008)
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