A colloquio con l'arcivescovo Tomasi, osservatore permanente presso le Nazioni Unite a Ginevra

Bambini soldato, servono più aiuti
alle organizzazioni di volontariato


di Francesco Ricupero

Ogni giorno migliaia di bambini sono esposti a gravi pericoli che ostacolano la loro crescita e il loro normale sviluppo:  attualmente, più di trecentomila adolescenti, strappati alle loro famiglie, sono impegnati in conflitti armati nel mondo. Ciononostante, "le organizzazioni di volontariato cattolico non riescono a far riconoscere il loro ruolo e a reperire i fondi necessari all'assistenza umanitaria". È quanto afferma l'arcivescovo Silvano Maria Tomasi, nunzio apostolico e osservatore permanente presso le Nazioni Unite a Ginevra, in questa intervista rilasciata a "L'Osservaore Romano".
La maggioranza dei bambini soldato ha in effetti dai 15 ai 18 anni, ma ci sono "reclute" anche di dieci anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell'età. Decine di migliaia di bambini corrono ancora il rischio di diventare, loro malgrado, soldati. L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori. I ragazzi non chiedono paghe e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo con maggiore incoscienza:  attraversano campi minati o si intrufolano nei territori nemici come spie. Spesso la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. In uno studio intitolato "Children and Armed Conflict", relativo al periodo dall'ottobre 2006 all'agosto 2007, vengono citati Paesi come Afghanistan, Burundi, Ciad, Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Nepal, Filippine, Somalia, Sudan, Sri Lanka e Uganda, tra i principali aggressori. Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu nella sessione riguardante il tema dei bambini soldato, in un messaggio, ha detto che è arrivato il momento di punire chi sfrutta i minori nell'ambito dei conflitti armati. La rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per i bambini in guerra, Radhika Coomaraswamy, ha lamentato la mancanza di azione contro chi usa i bambini come combattenti nei conflitti. L'arcivescovo Silvano Maria Tomasi è intervenuto nei giorni scorsi alla quarta sessione del Consiglio per i diritti umani a difesa dei bambini soldato:  "I bambini - ricorda - sono spesso le prime vittime delle carestie e delle guerre. L'obiettivo è quello di eliminare la violenza contro i bambini e di assicurare un contesto sano e costruttivo per il loro sviluppo. Occorre che lo Stato e la società concretamente sostengano e consentano alle famiglie di svolgere il loro compito. Il futuro della società - sottolinea ancora l'arcivescovo - dipende dai bambini e da come essi vengono formati. La loro vulnerabilità ci impone di assicurargli una protezione particolare".

Il dramma dei bambini soldato è una piaga intollerabile. L'Onu nei giorni scorsi ha lamentato la mancanza di azione contro chi usa i bambini come combattenti. Lei cosa ne pensa?

La comunità internazionale, in particolare varie organizzazioni non-governative e agenzie delle Nazioni Unite sono impegnate a combattere non solo il reclutamento di bambini dentro gruppi militari, ma anche le situazioni che fanno dei bambini delle vittime di mine inesplose, di violenze sessuali da parte di soldati, di manipolazioni psicologiche per utilizzarli come "suicide bombers". Pur se approssimative, le statistiche disponibili testimoniano una tragedia enorme che si nasconde dietro i numeri. Oltre trentamila bambini soldato hanno lasciato le formazioni armate della Repubblica Democratica del Congo negli ultimi cinque anni, ma ne restano ancora migliaia sotto le armi. Le Nazioni Unite stimano che globalmente un duecentocinquantamila bambini sono ancora coinvolti in conflitti armati. Ma occorre anche osservare che più di quarantatré milioni di bambini nel mondo non possono andare alla scuola elementare a causa di conflitti armati. Con le risorse di oggi, lasciare migliaia di bambini nelle mani di sfruttatori senza coscienza e senza legge diviene un'accusa a tutta la società.

Cosa è cambiato dal 2005 ad oggi, cioè da quando il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha prestato maggiore attenzione al dramma?

È cresciuta la protezione, il monitoraggio e l'azione di sensibilizzazione politica per bloccare il rapimento e l'inserimento forzato di bambini nei gruppi armati. Ci si è resi conto che non ci può essere pace senza curarsi dei bambini coinvolti nei conflitti. Si è stabilito un rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, e adesso nel Consiglio di Sicurezza a New York funziona un gruppo di lavoro ad hoc. L'informazione gioca un ruolo importante nel far conoscere sia le vittime che i responsabili di gruppi statali e non-statali che sfruttano per scopi bellici i bambini per cui un aggiornato sito web informa regolarmente su questo tema (http: //www.un.org/ children/conflict/english/index.html).
Sono cresciute le organizzazioni non-governative, tra cui quelle che si ispirano alla fede cattolica, che lavorano generosamente a sensibilizzare il pubblico e soprattutto a recuperare i bambini e bambine vittime di esperienze disastrose di violenza per reinserirli in società e introdurli gradualmente ad una vita normale come, per esempio, è il caso dell'Avsi (Associazione di volontari nel servizio internazionale) nel nord dell'Uganda. Credo si debba sottolineare l'azione autorevole del Consiglio di Sicurezza dell'Onu perché ha allargato l'orizzonte dentro cui valutare e agire in difesa dei bambini soldato ed ha formulato proposte operative. La convergenza di sforzi del segretario generale, del Consiglio di Sicurezza, del rappresentante speciale e la collaborazione delle associazioni di volontariato si estende a tutte le violazioni più gravi:  uccisioni e mutilazioni di bambini, il reclutamento e l'utilizzo di bambini soldato, attacchi contro scuole e ospedali, stupri ed altre violenze sessuali contro i bambini, sequestri di bambini, il rifiuto di accesso all'aiuto umanitario per gli adolescenti. Mi sembra che un approccio di questo tipo faciliti la concretezza. Di fatto è stato possibile fare i nomi di vari individui che si autoproclamano capi militari, denunciarli e portarli in tribunale. Lo stesso si può dire per dei gruppi ribelli o forze militari in Paesi come Afghanistan, Myanmar, Sri Lanka, Sudan, Repubblica Centroafricana, Repubblica Democratica del Congo, ed altri. L'impunità non è più scontata perché alcuni responsabili sono già stati portati davanti al Tribunale criminale internazionale o il Tribunale speciale per la Sierra Leone. Trattative per migliorare la situazione cominciano a dare risultati. Così, nella Costa d'Avorio tremila bambini sono stati rilasciati da milizie armate ad enti di protezione per il fanciullo.

Numerosi sono i trattati internazionali che sanciscono la tutela dei minori. Sebbene molti Paesi abbiano siglato tali convenzioni riconoscendo che reclutare con la forza i bambini in una guerra è un crimine, ancora pochi si sono impegnati legalmente a ratificarli. Perché?

Certo non mancano strumenti legali che specificamente proibiscono lo sfruttamento dei bambini per scopi militari. Eccone i principali:  i Protocolli Aggiuntivi del 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 1949, la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo del 1989, lo Statuto di Roma della Corte Penale internazionale del 1998, la Convenzione dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro sulle Forme peggiori di lavoro minorile del 1999, che include nella definizione anche il reclutamento forzato od obbligatorio di bambini per uso in conflitti armati, e il Protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo relativo al coinvolgimento dei minori nei conflitti armati, ratificato da 119 Paesi. Presi globalmente, questi documenti offrono un quadro giuridico ampio. È un crimine di guerra reclutare bambini sotto i quindici anni o farli partecipare nelle ostilità. Per i Paesi facenti parte al Protocollo opzionale della Convenzione sui Diritti del Fanciullo l'età sale a diciotto anni. Al di là della legge, si tratta di formare una mentalità di rispetto del fanciullo, di riconoscerne le esigenze di crescita ed educazione e, soprattutto, la dignità di persona. E poi non si possono proteggere i bambini senza una convinzione profonda del valore impareggiabile della pace.

È vero che negli ultimi dieci anni oltre due milioni di bambini sono morti nelle zone di guerra e circa sei milioni sono stati resi invalidi?

Quante giovanissime vite di minorenni siano state perse in conflitti armati solo il buon Dio lo sa. Molti di questi bambini reclutati da campi di rifugiati e da villaggi isolati e remoti per scopi militari non sono iscritti in alcuna anagrafe, non esistono. Molti bambini soldato muoiono o sono mutilati e feriti ogni giorno mentre prendono parte in tutti gli aspetti della guerra e guerriglie moderne:  combattono in  prima  linea  con  il  loro  AK-47  o M-16, sono usati per scoprire e far esplodere mine, prendono parte in "suicide missions", servono da porta-carichi, da spie e vedette. Vulnerabili e facilmente intimiditi, questi bambini diventano soldati malleabili, spesso sotto minaccia di morte se non obbediscono gli ordini impartiti, per quanto assurdi e crudeli.



(©L'Osservatore Romano 29 febbraio 2008)
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