Ritrovati nell'archivio musicale del Seminario Romano due spartiti di Domenico Bartolucci

Chi canta (ma solo in latino) prega due volte

di Marcello Filotei

"Togliere il latino dalla liturgia vuol dire uccidere la musica liturgica:  può non piacere ma è la realtà. La fisionomia della Chiesa cattolica è quella della Messa in latino, è stato uno sbaglio quello di passare al volgare, riconosciamolo e torniamo sui nostri passi".
Non lascia spazio a fraintendimenti monsignor Domenico Bartolucci, che venerdì 29 alle 21 dirigerà presso la Cappella Maggiore del Seminario Romano un concerto particolare, durante il quale saranno consegnati alla fondazione che porta il suo nome alcuni suoi spartiti autografi e inediti, recentemente ritrovati in archivio. Si tratta dell'inno O Madre guardaci, scritto nel 1952 in onore della Madonna della Fiducia - del quale pubblichiamo in anteprima la prima pagina - e del mottetto Haec est Ierusalem, composto in occasione della consacrazione della Cappella Maggiore. Il ritrovamento verrà festeggiato con un programma che, oltre a lavori dello stesso Bartolucci, prevede alcuni brani di Giovanni Pierluigi da Palestrina, un punto di riferimento imprescindibile per il maestro.

Perché un programma impaginato con l'occhio rivolto alla polifonia romana?

Palestrina rappresenta a pieno la grande musica sacra, un repertorio liturgico tutto in latino. Oltre a Palestrina anche il canto gregoriano, ma anche Mozart, Beethoven o Verdi hanno scritto musica utilizzando testi in latino. Nelle funzioni solenni si deve ritornare alla liturgia autentica. In italiano non c'è un repertorio e non si può nemmeno costruire. La situazione è drammatica. Nell'attuale liturgia non c'è più spazio per la musica. Tutto il nostro repertorio tradizionale è destinato all'archivio. Per costruirlo ci sono voluti secoli, per distruggerlo è bastato pochissimo. La necessità di far cantare il popolo durante la funzione non giustifica l'atteggiamento di disprezzo che c'è stato nei confronti delle Cappelle musicali. Dopo Costantino una delle prime cose che si fecero fu quella di istituire le scholae cantorum, ora rischiamo di distruggerle. Come esistono le grandi basiliche, così deve esistere la grande musica. Purtroppo invece c'è molto dilettantismo. Il grande repertorio di musica sacra che ci è stato consegnato dal passato è costituito dalle messe, dagli offertori, dagli inni, dai salmi e dai responsori:  prima non esisteva liturgia senza musica. Oggi con la liturgia nuova questo repertorio non ha più spazio, a volte è ritenuto addirittura una stonatura. Nelle chiese sono di moda le canzonette e lo strimpellio delle chitarre, ma la responsabilità è soprattutto delle idee sbagliate di liturgisti pseudo-intellettuali che hanno creato questa degenerazione della liturgia e quindi della musica sacra, travolgendo e disprezzando l'eredità del passato e credendo di ottenere chissà quale bene per la gente. Se la musica non torna alla grande arte non ha alcun senso interrogarsi sulla sua funzione per la Chiesa.


Dunque, secondo lei, è impossibile una produzione liturgica in lingua volgare?


Mi ricordo sempre un vescovo africano che mi disse:  "se tolgono il latino è un disastro, perché ogni tribù ha il suo dialetto". Il latino è la lingua universale della Chiesa, è viva e in quanto tale va utilizzata. Chi ama la liturgia di conseguenza ama la musica liturgica, quella antica che è l'unica autentica. Dobbiamo tornare al canto gregoriano e alla polifonia palestriniana e proseguire su quella strada.

Lei ha guidato la Cappella Sistina dal 1956 al 1997, come ha vissuto quell'esperienza?

In Sistina dopo la Riforma ho potuto mantenere vivo il repertorio tradizionale della Cappella solo nei concerti, sebbene quelle musiche siano state composte espressamente per la liturgia. Malgrado il Concilio abbia sottolineato l'importanza del canto gregoriano e della polifonia, in pratica si sono abbandonate le Cappelle musicali, si sono chiusi gli organi e si sono accettati in chiesa strumenti non adatti. La musica invece è stata la creatura più bella della liturgia, è nata, si è sviluppata ed è vissuta in chiesa e le cantorie hanno rappresentato la sua culla. I cantori erano la famiglia del Papa.

Dunque attualmente esiste anche un problema di preparazione tecnica alla musica liturgica?

L'educazione musicale nei seminari è trascurata; non c'è tempo per la musica:  spesso i preti che dedicano con passione parte del loro tempo alla pratica del gregoriano e della polifonia vengono considerati retrogradi. La situazione è difficile, ma rispetto a qualche anno fa ci si comincia ad accorgere del danno che s'è fatto:  si intravede qualche segnale positivo, ma ci vorrà molto tempo.


(©L'Osservatore Romano 1 marzo 2008)
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