Intervista con don Pascual Chávez Villanueva, Rettore Maggiore dei salesiani, per l'apertura del Capitolo generale

Ritornare ai giovani
con il cuore di don Bosco

S'apre lunedì 3 marzo a Roma il ventiseiesimo Capitolo generale della Congregazione salesiana sul tema Da mihi animas, cetera tolle, motto che don Bosco scelse per la sua azione pastorale e che esprime il carisma e la passione apostolica dei salesiani. Nell'occasione il Rettore Maggiore, don Pascual Chávez Villanueva, nono successore di don Bosco, ha accettato di rispondere ad alcune domande de "L'Osservatore Romano".

In un tempo di massima espansione delle opere salesiane nel mondo, lascia un po' sorpresi il suo invito ai salesiani di "ritornare a don Bosco". C'è una crisi all'orizzonte?

La voglia e l'impegno di ripartire dal fondatore, convinti che nel suo carisma e nella sua vita ci siano gli elementi che hanno ispirato il passato ma anche quelli che si scoprono come profezia per il futuro, non è indice di crisi ma criterio di autenticità e fedeltà. L'obiettivo fondamentale del Capitolo generale 26 è quello di rafforzare la nostra identità carismatica con il ritorno a don Bosco, risvegliando il cuore di ogni confratello con la passione del Da mihi animas, cetera tolle. Per raggiungere un tale obiettivo è necessaria innanzitutto una miglior "conoscenza di don Bosco":  occorre studiarlo, amarlo, imitarlo e invocarlo. Dobbiamo conoscerlo quale maestro di vita, alla cui spiritualità ci abbeveriamo come figli e discepoli; come fondatore, che ci indica la strada della fedeltà vocazionale; come educatore, che ci ha lasciato in preziosissima eredità il "sistema preventivo"; come legislatore, in quanto le Costituzioni, che egli direttamente e la storia salesiana successiva ci hanno dato, ci offrono una lettura carismatica del vangelo e della sequela di Cristo. Oggi c'è il grave rischio di spezzare i legami vivi che ci tengono uniti a don Bosco. Siamo ad oltre un secolo dalla sua morte. Sono ormai decedute le generazioni di salesiani che erano venute a contatto con lui. Aumenta il distacco cronologico, geografico e culturale dal fondatore. Viene a mancare quel clima spirituale e quella vicinanza psicologica, che consentivano uno spontaneo riferimento a don Bosco e al suo spirito. Se non ravviviamo le nostre radici corriamo il pericolo di non avere futuro né diritto di cittadinanza.

Lei chiede ai salesiani anche di tornare ai giovani. Ma i salesiani non sono sempre stati per eccellenza i preti per la gioventù?

Certo che lo siamo stati e continuiamo ad esserlo. I giovani sono la nostra missione, la nostra ragione d'essere, la nostra patria. Urge tuttavia ritornare ai giovani con maggiore qualificazione. È tra i giovani che don Bosco ha elaborato il suo stile di vita, il suo patrimonio pastorale e pedagogico, il suo sistema, la sua spiritualità. Egli fu sempre e solo con i giovani e per i giovani. Per questo egli difese tenacemente il suo carisma di fondatore per i giovani di tutto il mondo, di fronte alle pressioni di ecclesiastici non sempre lungimiranti. Missione salesiana è "predilezione" per i giovani. È vero che oggi fatichiamo un po' tutti a stare al passo dei giovani, per capire la loro cultura, per amare il loro mondo, ma il vero salesiano non diserta il campo giovanile. Salesiano è colui che dei giovani ha una conoscenza vitale:  il suo cuore pulsa là dove pulsa quello dei giovani. Il salesiano vive per loro, esiste per i loro problemi. Essi sono il senso della sua vita:  il suo lavoro, studio, affettività, tempo libero sono per loro. Salesiano è chi dei giovani ha una conoscenza esistenziale, ma anche teorica, che gli permetta di scoprire i loro bisogni, così da creare una pastorale giovanile adeguata ai tempi. Per entrare in sintonia con i giovani oggi è necessario approfondire la "pedagogia salesiana". C'è bisogno cioè di studiare e realizzare un aggiornato sistema preventivo. Farsi amare piuttosto che farsi temere; ragione, religione, amorevolezza anche in tempi decisamente mutati, nei quali le stesse scienze umane sono in fase di riflessione critica.

Nella convocazione del capitolo generale si intravede una sua preoccupazione per la congregazione molto simile a quella che il Papa ha per l'intera Chiesa:  le opere e le attività sono inutili senza il primato della spiritualità. Può dire qualcosa della spiritualità salesiana?

Anche per noi salesiani urge conoscere, approfondire e vivere la "spiritualità di don Bosco". La conoscenza degli aspetti esteriori della vita di don Bosco, delle sue attività e del suo metodo educativo non basta. Alla base di tutto, quale sorgente della fecondità della sua azione e della sua attualità, c'è qualcosa che spesso ci sfugge:  la sua profonda esperienza spirituale, quella che si potrebbe chiamare la sua "familiarità" con Dio. Pervenire ad una precisa identificazione dell'esperienza spirituale di don Bosco non è un'impresa facile. Questo è forse l'ambito di don Bosco meno approfondito. Don Bosco è un uomo tutto teso al lavoro, non ci offre descrizioni delle sue evoluzioni interiori, né ci lascia riflessioni esplicite sulla sua vita spirituale; non scrive diari spirituali; preferisce trasmettere uno spirito, descrivendo le vicende della sua vita oppure attraverso le biografie dei suoi giovani.
Al centro della sua spiritualità c'è solo Dio da conoscere, amare e servire. La matrice dell'esperienza spirituale di don Bosco è riassunta nel motto Da mihi animas, cetera tolle. Per don Bosco il distacco è lo stato d'animo necessario per la più assoluta libertà e disponibilità alle esigenze dell'apostolato. Ecco la spiritualità salesiana.

Pare di cogliere toni per nulla trionfalistici sulla missione salesiana:  si fatica a raggiungere il cuore dei giovani. Poca sintonia con i giovani di oggi o mancanza di aggiornamento del linguaggio educativo e pastorale della Chiesa e di voi salesiani?

Sono ottimista sulla missione che la Chiesa e i salesiani svolgono nel mondo. Noi evangelizziamo educando e promuovendo. Inoltre la realtà è tanto diversa nei cinque continenti e nei centoventotto Paesi dove operiamo. Una cosa evidente è il rapido mutamento della cultura giovanile che presenta nuove sfide alla educazione e alla evangelizzazione e in alcuni casi porta ad allontanare fisicamente i giovani perché ci disturbano. Non si è più in grado di capirli, di amarli perché diventano un problema.
Don Bosco era invece convinto che persino nei ragazzi più disgraziati ci siano semi di bene e che il compito dell'adulto sia scoprirli e lavorare per giovare a ricostruire robuste personalità. L'educazione, soprattutto dei ragazzi svantaggiati, piuttosto che occupazione impiegatizia è questione di vocazione. Don Bosco fu un carismatico, un pioniere. Oltrepassò legislazioni e prassi. Creò quello che è legato al suo nome, spinto da uno spiccato senso sociale, ma attraverso una iniziativa autonoma. E forse oggi l'esigenza non è diversa:  mettere a frutto le energie disponibili, favorire e appoggiare vocazioni e progetti di servizio.
L'efficacia dell'educazione risiede nella sua qualità, a cominciare da quella dell'educatore, del clima educativo, del programma e dell'esperienza educativa. La complessità della società, la molteplicità di visioni e messaggi che vengono offerti, la separazione dei diversi ambiti in cui si svolge la vita, hanno comportato tendenze e rischi anche per l'educazione.
Uno è la frammentazione, quello che si offre e nella maniera con cui si riceve. Un altro rischio è la selezione conforme alle preferenze individuali:  soggettivismo. L'optional è passato dal mercato alla vita. Sono da tutti conosciute le polarità difficili da conciliare:  profitto individuale e solidarietà, amore e sessualità, visione temporale e senso di Dio, alluvione d'informazioni e difficoltà di valutazione, diritti e doveri, libertà e coscienza. Evidentemente la grazia di unità nel cuore dell'educatore e la propria santità contribuiscono a superare queste e altre tensioni presenti nel campo educativo. Forse è quello che sta mancando agli educatori.

Lei critica pure il modo di rapportarsi della società verso i giovani. A livello mondiale i giovani fanno problema. Che succede?

La nostra epoca mostra di aver fiducia nell'educazione; per questo si impegna per estenderla a tutti. Cerca di adeguarla costantemente alle sfide che sorgono nel campo del lavoro, delle conoscenze e dell'organizzazione sociale. L'affida sempre di più a istituzioni specializzate. La centra sulla comunicazione culturale, l'informazione scientifica e la preparazione professionale. La responsabilità su di essa appare sempre più distribuita, condivisa tra famiglia, istituzioni sociali e stato.
Così l'educazione è diventata fenomeno sociale, diritto riconosciuto e aspirazione di ogni persona. Le questioni che la riguardano sono diventate problemi di tutti. Interessano i ceti dirigenti e imprenditoriali, il cittadino comune, l'opinione pubblica. In sostanza si tratta del riconoscimento del valore unico e della centralità della persona nell'evolvere delle culture, della vita sociale e degli stessi processi di produzione.
Da parte della Chiesa la preoccupazione non è stata minore ed essa non ha lasciato mancare di offrire orientamenti anche in questo campo. L'espressione più cospicua di tale impegno sono i santi educatori, che hanno fatto del compito educativo l'espressione della scelta preferenziale di Dio e dietro di loro gli istituti e i movimenti ecclesiali per i quali l'educazione costituisce una missione e uno stile.
Don Bosco e la Famiglia Salesiana si trovano tra questi movimenti ecclesiali ispirati. Essi intendono rispondere alle aspirazioni profonde delle persone, particolarmente le più povere, inserirsi nell'attuale situazione storica ed assumere l'invito per una nuova evangelizzazione.
Nonostante questa fiducia generalizzata nell'educazione, abbiamo però l'impressione che nei suoi riguardi ci sia una distanza tra aspirazioni e possibilità, tra dichiarazioni e adempimenti, tra diritto riconosciuto e diritto garantito. Le possibilità di educazione si riducono drammaticamente in vaste aree del mondo. I conflitti interni, il degrado sociale e politico causano un sottosviluppo progressivo, la cui prima vittima è la gioventù.
Le possibilità di educazione però si contraggono anche nelle società avanzate. L'insufficienza si manifesta nella dispersione scolastica, nella mancanza di sostegno familiare, nelle molteplici forme di devianza, nella disoccupazione giovanile, nella manovalanza precoce spesso legata alla criminalità.
Si avverte oggi una specie di scompenso tra libertà e senso etico, tra potere e coscienza, tra progresso tecnologico e progresso sociale.

Quali sono le maggiori sfide che vengono ai salesiani sia dall'interno della congregazione sia dalla cultura globalizzata?

A livello di tendenze fondamentali, occorre notare l'esistenza di due "tendenze trasversali" che caratterizzano il cambio epocale che stiamo vivendo:  da un lato, esiste una tendenza all'omogeneità culturale, che cerca di ricopiare il modello occidentale con l'abolizione delle differenze; dall'altro, vi sono forti contrapposizioni culturali di matrice religiosa che portano ad una crescente differenziazione, per esempio, tra l'islam e l'occidente, tra la società secolarizzata e il cristianesimo. Si deve poi rilevare il fenomeno della "globalizzazione", incrementato dallo sviluppo tecnologico, che permea molti aspetti della società e della cultura. Dal punto di vista economico si diffonde ovunque il modello neoliberale, basato sul sistema di mercato, che tende a predominare sugli altri valori umani delle persone e dei popoli. Dal punto di vista culturale si impone un processo di omologazione delle culture verso il modello occidentale, con il graduale dileguarsi delle differenze culturali e politiche dei popoli. L'impatto dei mezzi di comunicazione sociale e la rivoluzione informatica inducono profondi cambiamenti nel costume, nella distribuzione della ricchezza, nell'impostazione del lavoro, attraverso una cultura mediatica e una società dell'informazione.
A livello sociale e culturale, si nota una forte tendenza alla "mobilità umana" espressa da masse che emigrano verso i Paesi della ricchezza e del benessere. C'è la perdurante "sfida della povertà", della fame, delle malattie e del sottosviluppo, insieme alle sfide che provengono dallo sfruttamento dei bambini e dei minori nei volti tragici dell'emarginazione, del lavoro minorile, del turismo sessuale, della mendicità, dei ragazzi della strada, della delinquenza minorile, dei bambini soldato, della mortalità infantile. Si diffonde ovunque una "mentalità consumista", sia nei Paesi ricchi che in quelli in via di sviluppo.
La paradossale "cultura della vita e della morte" entra in confronto con lo sviluppo delle biotecnologie e dell'eugenetica. Si nota il radicarsi del "fondamentalismo religioso" e la conseguente difficoltà a un dialogo di reciprocità tra le diverse fedi.
Naturalmente sfide sorgono anche dall'interno della stessa Congregazione e sono d'indole diversa:  l'invecchiamento dei confratelli in alcune zone della Congregazione, la disparità di condizioni di vita dei salesiani rispetto all'ambiente di povertà e miseria. Si notano anche un diverso impatto della cultura giovanile, con i suoi atteggiamenti e modelli di vita, sulla vita personale e comunitaria dei confratelli; la difficoltà a confrontarsi con un mondo giovanile molto variegato dal punto di vista delle idee e dei comportamenti, l'accentuazione diversa del rapporto tra educazione ed evangelizzazione, le differenti sensibilità in merito all'impatto sociale della nostra missione di promozione umana. Persistono qua e là la superficialità spirituale, il genericismo pastorale, la lontananza dal mondo giovanile, le problematiche relative all'inculturazione del carisma, la scarsa conoscenza di don Bosco e della sua opera.

Cosa non le piace nella percezione non sempre benevola che a volte si ha dei salesiani nella Chiesa e nella pubblica opinione?

Sono molto aperto alla critica, molto di meno ai pregiudizi o "luoghi comuni" con cui possiamo essere etichettati. Di modo che quando sento o leggo giudizi sulla Congregazione, sulla nostra presenza educativo pastorale, che davvero corrispondono alla realtà li accetto volentieri, perché mi sembra che essi siano una occasione per riflettere, ravvederci e correggere sì da diventare una copia più fedele di don Bosco e un servizio più efficace ai giovani. Quando invece mi arrivano delle voci che non trovano riscontro nella realtà che conosco meglio degli altri o magnificano episodi isolati, le lascio stare. Se si dice che i salesiani sono ricchi, che hanno non so quanti soldi, rispondo che è vero che abbiamo grosse strutture, ma che esse sono totalmente al servizio della missione. E siamo molto riconoscenti verso i nostri benefattori che rendono possibile la realizzazione del "sogno di don Bosco" a favore dei giovani più poveri, svantaggiati o a rischio. Anche se possono esserci saltuarie situazioni, personali o di opere, in cui questo criterio non è sempre vissuto fedelmente, sento il bisogno di dire che la stramaggioranza dei confratelli vivono con semplicità di vita, con instancabile capacità di lavoro, con senso di solidarietà.



(©L'Osservatore Romano 2 marzo 2008)
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