Intervista all'arcivescovo Gianfranco Ravasi in occasione dell'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura

Fede e cultura in banda larga


di Francesco M. Valiante

Tanto per cominciare, meno cattedratici e più giovani nei grandi eventi culturali. Poi una bella spolverata al linguaggio troppo paludato e curiale della comunicazione ecclesiale. In generale, niente chiusure o integralismi ma dialogo a tutto campo con la scienza, la filosofia, l'economia. In particolare, mano tesa alle avanguardie e alle sperimentazioni nel campo artistico. Occhi puntati sulle realtà continentali, soprattutto su Asia e Africa. E maggiori risorse da investire in internet, dove forum e blog aprono spazi enormi di confronto con le grandi questioni esistenziali e religiose dell'uomo.
Posta a monsignor Ravasi, la domanda classica "progetti per il futuro?" serve a scoperchiare una pentola in ebollizione. Da appena sei mesi presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, l'arcivescovo non è tipo da sottovalutare le potenzialità di un dicastero destinato a giocare un ruolo sempre più decisivo nel cruciale rapporto tra fede e modernità. "Il nostro compito fondamentale - spiega in questa intervista concessa a "L'Osservatore Romano" alla vigilia della plenaria - dovrebbe essere soprattutto quello di far ritornare nell'uomo di cultura e di scienza il gusto delle domande iniziali, che vengono prima delle scelte tecniche". "Anche perché - aggiunge sorridendo - come diceva Oscar Wilde, a dare risposte sono capaci tutti, ma a porre le vere domande ci vuole un genio".

Cominciamo allora dalla domanda iniziale per eccellenza:  che cos'è la cultura?

A esser sinceri, nessuno può dire effettivamente di saperlo. C'è un aggettivo a cui di solito si ricorre per tirarsi fuori dagli impacci:  "trasversale". Con ciò si intende dire che la cultura è sempre più una visione di insieme e come tale passa attraverso tutti i percorsi umani. In questo senso, io sono convinto che occorra effettivamente arginare l'eccessiva parcellizzazione del sapere e dare più spazio ad una sana curiositas.

Le sembra che oggi la cultura vada in questa direzione?

Direi che stiamo assistendo a un fenomeno singolare. Da un lato c'è molta superficialità, approssimazione:  si parla di tutto senza sapere quasi niente. Ma, d'altra parte, la tendenza che veramente sconcerta - lo si è visto nella vicenda della mancata visita del Papa alla Sapienza - è proprio la desolante assenza di curiositas. Perché "sapere" non è solo conoscere ma avere "sapore", avere gusto per comprendere, vedere gli orizzonti al di là della semplice nozione di dati.

Ed evitare così che il confronto fra posizioni diverse finisca per trasformarsi in scontro?

Secondo me lo scontro può anche essere legittimo. Non è detto che occorra sempre arrivare all'accordo, anche perché di solito questo avviene al ribasso, su un minimo comune denominatore che non porta a nulla di produttivo. Però, bisognerebbe almeno ascoltare ciò che l'altro ha dentro. Ascoltare l'altro, ascoltare tutto, ma soprattutto ascoltare prima di parlare.

È un richiamo solo agli uomini di cultura laici o anche a quelli cattolici?

Non c'è dubbio che anche noi abbiamo un grande handicap nel dialogo interculturale. Non siamo sempre in grado,ioè,di dimostrare che la verità non è un principio di blocco dell'attività razionale, ma èuna parte importante della conoscenza:La verità vi farà liberi". Abbiamo generato negli altri la convinzione che a noi non interessi la conoscenza, perché possediamo già una verità data una volta per tutte. Invece per sua natura il ;sapere, se vuole essere fecondo, deve avere come meta la ricerca della verità, deve sempre andare "verso".

Non sarà che la Chiesa non riesce a comunicare se stessa in maniera efficace?

Infatti. Ed è per questo che uno dei temi su cui vorrei puntare maggiormente l'attività del dicastero è quello del linguaggio. Bisogna riconoscere onestamente che oggi la Chiesa ha un deficit di comunicazione. Un deficit di linguaggio, appunto, ma anche di tempestività, di toni, di adeguatezza. Le verità della fede, i grandi progetti ecclesiali sono proposti, da una parte, in forme troppo stereotipate e, dall'altra, in modi vivaci, spumeggianti ma privi di contenuto effettivo.

È un problema di strumenti, di uomini o di contenuti?

È difficile fare distinzioni precise, anche perché ormai - come ci ha insegnato McLuhan - mezzo e messaggio sono talmente intrecciati tra loro da essere inscindibili. In ogni caso, questa autocritica dobbiamo farla anzitutto noi uomini di Chiesa, a cominciare dal modo con cui elaboriamo i documenti ecclesiali e dicasteriali. Occorre che impariamo a scriverli con l'orecchio e l'occhio sempre più attenti al mondo e al suo linguaggio.

Si riferisce anche ai documenti pontifici?

Al contrario. Bisogna dire che in questo campo il Papa mostra di essere molto più avanti dei dicasteri della Curia. Basti considerare il suo costante riferimento ad autori contemporanei, come si può vedere nell'ultima enciclica Spe salvi. Citare Horkheimer o Adorno, per esempio, suscita molto più interesse che non discettare di una teoria in modo generico. Vuol dire collocare le proprie idee all'interno di un dibattito immediato e diretto. Questo è, secondo me, lo stile giusto:  riuscire ad attirare e a coinvolgere l'attenzione di chi legge, abbandonando il vecchio stile asettico del documento curiale.

E quali progetti ha in cantiere il dicastero sul tema della comunicazione?

Ho in mente tre ambiti in particolare:  l'editoria, la radio e la comunicazione on line. Ma vorrei puntare soprattutto sul terzo, che è quello più attuale, interessante, anche se indubbiamente più complesso. È un settore che richiede tempestività e interattività:  questo vuol dire tempo, risorse, energie.

Sta pensando ad un sito internet?

L'idea non è solo quella di un sito ma anche di una sorta di blog, cioè una possibilità concreta di interfacciarsi, di confrontarsi, accogliendo le provocazioni e le istanze più significative che emergono dalla gente. Noi dobbiamo riuscire a dare risposta a queste domande. E l'uso di internet ci insegna gradualmente anche un linguaggio più immediato e più diretto per rivolgerci alle persone, in particolare ai giovani.

Non le sembra che proprio i giovani siano lasciati ai margini di una cultura sempre più patrimonio degli addetti ai lavori?

Anche in questo caso dobbiamo recitare un mea culpa. Le nostre iniziative culturali fanno riferimento quasi sempre al mondo accademico:  coinvolgono docenti, studiosi, esperti. Sarebbe invece molto interessante avere gruppi di studenti che ci sollecitano, ci interrogano, ci propongono. Personalmente voglio impegnarmi perché ci sia una presenza sistematica di giovani negli organismi che curano la preparazione dei grandi eventi culturali. Con il loro linguaggio - che ha le sue grammatiche, le sue caratteristiche, anche le sue corruzioni - porterebbero certamente un contributo di novità.

Ma il mondo della cultura è capace di ascoltarli?

Per quel che riguarda il Pontificio Consiglio io parto da una convinzione:  un dicastero che parla e non ascolta sicuramente viene meno alla sua missione. Secondo me occorre sempre una reciprocità quando si dialoga:  noi possiamo offrire indicazioni ai nostri interlocutori, ma anche loro possono offrirci informazioni, richieste, proposte. È uno stile che deve valere per tutta la nostra attività.

E quali strumenti concreti di ascolto avete a disposizione?

La struttura fondamentale a cui possiamo far riferimento è rappresentata dai centri culturali. È un insieme di organismi che sta acquisendo un ruolo sempre più significativo, soprattutto in continenti come l'Africa, l'Asia, l'America. Certo, si tratta di realtà molto diversificate:  alcuni sono autentiche istituzioni, che da anni promuovono iniziative di alto livello - mostre, conferenze, grandi eventi culturali - mentre altri rappresentano semplicemente il primo tentativo di proporre un itinerario di formazione cristiana.

Attualmente quanti sono?

Non abbiamo mai fatto una verifica completa, ma direi che siamo sull'ordine di diverse migliaia. Pensi che solo la diocesi di Milano ne ha trecento, anche se si tratta di una concentrazione per molti versi eccezionale. In ogni caso, non bisogna illudersi che questi organismi possano vivere da soli. È necessario alimentarli, stimolarli, sollecitarli continuamente.

In che modo?

Intanto nei nostri incontri cerchiamo di coinvolgere sempre i loro rappresentanti, in modo che le indicazioni generali elaborate e poi fatte proprie dai vescovi non restino soltanto teoriche ma abbiano un minimo di verifica attraverso l'esperienza di questi centri. In linea generale, bisognerebbe considerare più attentamente le loro specificità e le loro esigenze. Perché se è vero che la globalizzazione sembra ormai omologare tutto, mai come in questo tempo si constata l'insorgenza delle singole identità culturali. Penso appunto all'Asia, in particolare alla Cina, ma anche all'India, dove convivono tradizioni religiose, antiche stratificazioni sociali e livelli altissimi di sviluppo tecnologico. È per questo che, alla fine di aprile, abbiamo in programma un incontro del dicastero in Nepal, un'area significativa proprio perché al confine tra Cina e India. Allo stesso modo, ai primi di luglio, a Dar Es Salaam, in Tanzania, avremo un incontro con gli episcopati e i delegati per la cultura dell'Africa anglofona e francofona. Qualcosa del genere vorremo realizzarla anche per l'America Latina.

Esiste un problema di coordinamento dei vari organismi culturali locali?

Certo. Ed è per questo che deve funzionare sempre più quel rapporto di reciprocità di cui parlavo prima. In ogni caso, l'esigenza di un coordinamento non riguarda solo l'attività ad extra del dicastero ma anche quella ad intra. Questo discorso si riferisce anzitutto agli organismi collegati organicamente al Pontificio Consiglio della Cultura, ossia le sette Accademie Pontificie. Ma si collega anche alla scelta del Papa di dare un unico presidente ai dicasteri della cultura, dei beni culturali della Chiesa e dell'archeologia sacra. Qui si apre un orizzonte molto più vasto, che è quello dell'arte intesa in senso ampio.

Che cosa significa in pratica?

Parlando di arte, il pensiero va subito alla pittura e alla scultura. Ma non bisogna dimenticare, per esempio, l'architettura, le lettere, la musica. Sono ambiti molto diversi tra di loro, che di solito rientrano nella categoria di "beni culturali". Bene, io penso ad un dicastero che sia in grado di fornire stimoli e indicazioni su questo oggettivo patrimonio:  che suggerisca, per esempio, come gestire correttamente le biblioteche, come favorire il dialogo con gli artisti, come studiare il rapporto con la liturgia, come concepire la possibilità che l'arte del nostro tempo torni ad interrogarsi ancora sulla grande tradizione iconografica.

Ma qual è la situazione attuale dell'arte?

Basta sfogliare una rivista di arte contemporanea per capire come essa si stia avvitando su se stessa, diventando autorefenziale. Non ha più soggetti e continua a elaborare percorsi più che veri e propri discorsi. In questo senso, rilanciare l'attenzione sui grandi temi - che ormai l'artista non è più abituato a considerare perché lavora solo sul materico e non sullo spirituale - credo che sarebbe di grande beneficio per tutta l'arte contemporanea.

Facciamo un esempio concreto.

Consideri la nuova edizione tipica del lezionario domenicale della Conferenza episcopale italiana. A mio avviso si tratta di un'esperienza suggestiva, che va proprio in questa direzione. Vorrei sottolineare il tentativo, per esempio, di inserire nell'impianto illustrativo importanti esponenti della transavanguardia, come Palladino e Chia. Questo mostra, da un lato, che la Chiesa non è lontana dal linguaggio artistico corrente e, dall'altro, che essa stessa ha bisogno di rendersi più comprensibile al più vasto orizzonte artistico.

Nasce da qui la sua recente proposta di una presenza alla biennale di Venezia?

In verità si è trattato solo di un auspicio. Del resto, se pensiamo che alla fiera del libro di Francoforte sono presenti le edizioni religiose e alla stessa mostra cinematografica di Venezia viene assegnato ogni anno il premio dell'Organizzazione cattolica internazionale del cinema, non si vede perché non si possa immaginare una presenza analoga - da parte della Santa Sede ma anche soltanto del dicastero o di un altro organismo - nel luogo dove si elaborano le nuove grammatiche artistiche.

Eppure le reazioni non sono sembrate del tutto entusiaste.

Al di là di questo singolo caso - per il quale, ripeto, ho espresso un semplice auspicio - la mia esperienza mi dice che dall'altra parte non c'è di solito un atteggiamento preconcetto di rifiuto. C'è piuttosto la convinzione che la Chiesa sia andata ormai per un'altra strada. Ma nel momento in cui da parte nostra si dimostra interesse, le risposte che arrivano sono in prevalenza positive.

Questo per quanto concerne l'arte. E riguardo al mondo della scienza?

Mi sembra che alla scienza manchi oggi soprattutto la capacità delle grandi riflessioni. Io credo che lo scienziato debba porsi le domande etiche, proprio perché parte da una visione d'insieme dell'antropologia. Invece sta diventando sempre più un tecnico. E, di fronte alle grandi scelte, la risposta della tecnologia oscilla necessariamente su un ritmo binario:  sì o no, possibile o non possibile. La tentazione di una certa scienza contemporanea è proprio quella di tagliare i nodi.

In che senso?

Prendiamo ad esempio l'aborto, con tutte le implicazioni che esso comporta per la donna e per il nascituro. O l'eutanasia, con la questione del rapporto tra sofferenza e dignità della persona. Qual è la soluzione che in genere si propone? Tagliare il nodo, eliminare il problema. C'è quasi sempre la tentazione di evitare le riflessioni più generali sulla complessità di questi eventi capitali dell'esistere. Mancano le grandi elaborazioni di tipo metodologico, filosofico. E invece si preferisce la soluzione più tecnica. Cioè la decisione drastica tra un sì o un no, tra il possibile e il non possibile.

C'è una via di uscita a questa drammatica alternativa?

Lo ripeto:  ritorniamo alle grandi riflessioni metafisiche, che vanno al di là del semplice prodursi di fenomeni. Credo che temi fondamentali come quello della vita - non a caso si parla di una "cultura della vita" - lo esigano assolutamente. Per questo il nostro dicastero vuole dedicare un'attenzione particolare al rapporto tra scienza e teologia. Al di là del progetto Science, theology and the ontological quest (Stoq), già operante dal 2000, stiamo pensando a un forma di dialogo articolato e sistematico tra fede e scienza, che coinvolga anche la filosofia. Inoltre, vogliamo puntare molto sulla questione della non credenza, che fa parte delle radici storiche del Pontificio Consiglio della Cultura.

Ritiene che sia possibile su questi temi un dialogo con coloro che non credono?

Io penso di sì. A patto di abbandonare la strada della polemica spicciola e immediata - quella dei vari Humphrey, Odifreddi, Hitchens, Dawkins, per intenderci - e di intraprendere quella del confronto tra i sistemi, tra le grandi visioni della storia e del mondo. Un confronto, come ho già detto, che non deve approdare a tutti i costi a un accordo, ma deve nutrirsi di dialettica. Ciascuna posizione deve presentarsi con la sua identità, con il suo profilo. Bisogna portare avanti un dialogo serio, serrato, se occorre anche teso, a partire dalla weltanshaung, dalla visione del mondo, dalla concezione dei valori e della società. È quello che è avvenuto, d'altronde, nel confronto ottocentesco tra il sistema idealistico e il cristianesimo, tra la visione marxista e la visione sociale della Chiesa.

Questo significa allargare la riflessione anche all'economia?

Sì, in particolare al suo rapporto con l'umanesimo. Sempre di più oggi l'economia, almeno quella di alto profilo, si concepisce come una scienza non solo tecnica, finanziaria, monetaristica, ma umanistica. Sono significative, in proposito, posizioni come quelle di Marty Hassen o del nobel americano Joseph Stiglitz. La vera economia, per esempio, deve tener conto anche della fame nel mondo, che paradossalmente è un fenomeno improduttivo. Questa visione è profondamente vicina alle grandi istanze della religiosità autentica. Ciò comporta, da parte nostra, un impegno a favorire l'elaborazione di un concetto di economia che cerchi di unire al suo interno tutte le dimensioni dell'essere umano in società.



(©L'Osservatore Romano 6 marzo 2008)
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