A colloquio con padre Cyril Vasil', rettore del Pontificio Istituto Orientale, che accoglie Bartolomeo I

L'ecumenismo?
S'impara studiando


di Francesco M. Valiante

Dai banchi di studio alla cattedra, quarant'anni dopo. È un ritorno alla sua alma mater la visita del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I al Pontificio Istituto Orientale. All'illustre ex alunno - che dal 1963 al 1966 ha frequentato i corsi di diritto canonico, conseguendo il dottorato con una tesi su "La codificazione del diritto della Chiesa ortodossa" discussa il 21 dicembre 1968 - la comunità accademica conferisce giovedì pomeriggio, 6 marzo, la cattedra in teologia orientale intitolata a Daniel e Bernardine Murphy Donohue. Il Patriarca tiene per l'occasione una conferenza sul tema "Teologia, liturgia, silenzio:  prospettive fondamentali dei Padri orientali per oggi".
A fare gli onori di casa è padre Cyril Vasil', rettore dal settembre dello scorso anno. In questa intervista a "L'Osservatore Romano" il gesuita slovacco spiega il significato della visita e traccia un bilancio dei primi novant'anni di vita dell'Orientale. Con lo sguardo rivolto già al traguardo del centenario e senza dimenticare il grande sogno coltivato da Benedetto XV sin dalla fondazione dell'Istituto avvenuta il 15 ottobre 1917:  farne una vera e propria università dedicata esclusivamente allo studio del patrimonio teologico dell'Oriente.

Come è nata l'idea di conferire la cattedra al Patriarca ecumenico?

Si tratta di un riconoscimento che viene attribuito annualmente dall'Istituto ad una personalità di spicco nell'ambito della teologia orientale. Quest'anno i motivi della scelta sono legati, in particolare, alle celebrazioni per il novantesimo di fondazione. Esattamente tre mesi fa, il 6 dicembre 2007, siamo stati ricevuti dal Papa, che ha rimarcato l'importante ruolo accademico, culturale ed ecumenico del nostro Istituto. In questo senso, la visita del Patriarca conferma la triplice identità che sin dall'inizio è stata impressa a questa istituzione:  essa è una casa di studi superiori per i cattolici orientali, per i cattolici latini che vogliono conoscere l'Oriente cristiano, ma anche per gli ortodossi che cercano un luogo di incontro accademico con il mondo cattolico.

Proprio quella che è stata quarant'anni fa per Bartolomeo.

In un certo senso, ci piace poter pensare di aver contribuito, almeno in parte, alla formazione teologica e alla mentalità pastorale dell'attuale Patriarca ecumenico di Costantinopoli. Del resto, il nostro Istituto ha sempre avuto una componente significativa di ortodossi, sia tra gli studenti sia tra i docenti. In questo anno accademico, il quattordici per cento degli iscritti è composto da ortodossi.

E come sono i rapporti con gli studenti cattolici?

Posso raccontare la mia esperienza personale, dato che io stesso sono stato studente ed oggi sono docente all'Orientale. Noi proveniamo da Chiese diverse, che in qualche caso vivono i loro rapporti anche con difficoltà. Ma quando ci siamo trovati negli stessi banchi, abbiamo studiato sugli stessi libri, abbiamo affrontato gli stessi esami, allora gli ostacoli sono stati superati. La scienza unisce.

Benedetto XVI ha sottolineato che l'attività di studio dell'Istituto ha "un'efficace valenza ecumenica", giacché "attingere al patrimonio della saggezza dell'Oriente cristiano arricchisce tutti". La vostra esperienza indica una strada percorribile a quanti sono impegnati nel dialogo ecumenico?

È la strada già proposta quarantaquattro anni fa dalla Unitatis redintegratio:  quella della "conoscenza reciproca" per superare le difficoltà e abbandonare i pregiudizi. Molti rancori o inimicizie nascono dalla ignoranza, da immagini false e distorte che si hanno gli uni degli altri. Una ricerca scientifica sulle fonti comuni non può che avvicinare le Chiese, perché si tratta di una ricerca della verità.

Ma non c'è il rischio che l'attività accademica resti semplice teoria e non incida concretamente sui rapporti effettivi tra le Chiese cristiane?

Direi che l'esperienza personale di Bartolomeo dimostra casomai il contrario. È evidente, comunque, che esistono sempre due livelli nel cammino ecumenico. Il primo è quello più visibile - potremmo definirlo diplomatico o politico in senso lato - e si manifesta soprattutto attraverso gesti, eventi, visite, incontri, riunioni. Il secondo invece è più nascosto e si nutre appunto di ricerca, studio, condivisione, confronto. A mio avviso questo livello non ha mai incontrato difficoltà o interruzioni. E dico di più:  le battute di arresto che il primo livello può subire per varie ragioni non si ripercuotono negativamente sul secondo, ma danno un'ulteriore spinta in direzione dello studio della verità. Mentre, al contrario, l'attività scientifica e culturale ha alla lunga un influsso positivo sul livello dei rapporti interecclesiali, perché quando si condividono gli stessi strumenti e le modalità di ricerca cadono molti ostacoli.

Il rapporto non sempre facile fra ecumenismo ed evangelizzazione - oggetto anche della recente nota della Congregazione per la Dottrina della Fede - ha un riscontro nel vostro impegno formativo?

Come Istituto non siamo coinvolti direttamente in un'azione di tipo pastorale. Però, in fin dei conti, si può dire che noi formiamo la futura "classe dirigente" delle Chiese orientali cattoliche. E così, in un certo senso, contribuiamo a quelle che potranno essere le strategie pastorali del futuro. Anche in questo caso la formazione intellettuale può far superare pregiudizi o confusioni.

In che modo?

Soprattutto aiutando a non cadere nei luoghi comuni e a confondere realtà diverse. La Chiesa cattolica agisce sempre nell'assoluto rispetto della libertà di coscienza della singola persona. Ma d'altra parte, non può venir meno al compito di evangelizzazione, che le è stato affidato direttamente dal Signore. Per questo, è sbagliato parlare di proselitismo come metodo forzato o subdolo di attrazione. Bisognerebbe piuttosto parlare del compito missionario di offrire la buona novella a tutte le persone del mondo. A questo la Chiesa non ha mai rinunciato né potrà mai rinunciare, perché dovrebbe rinnegare la sua stessa natura.

Come fare allora per coniugare più efficacemente annuncio del Vangelo e dialogo ecumenico?

Dobbiamo essere realisti. Nei Paesi orientali, sottoposti per decenni a regimi atei, gran parte della popolazione non ha alcun legame concreto con le strutture ecclesiali esistenti. Allora non si tratta del tentativo di sottrarre fedeli ad una Chiesa, ma casomai di offrire tutti insieme il messaggio del Vangelo a chi non lo conosce. Non dobbiamo considerarci come concorrenti nell'evangelizzazione, ma come collaboratori.

È possibile una collaborazione del genere anche sui grandi temi etici e sociali?

Oggi occorre certamente intensificare l'impegno comune su temi meno direttamente confessionali, come la difesa della vita, la giustizia sociale, l'ecologia. Può essere un buon punto di partenza. A condizione, però, che l'attività della Chiesa non si limiti solo a questi temi "non conflittuali", ma sia comunque finalizzata all'annuncio del Vangelo. Oggi non si può accettare la Chiesa come interlocutrice solo su tematiche universalmente condivise. Essa offre motivazioni che vanno oltre un'etica comune. Il Vangelo non è l'annuncio di una morale, ma di una persona, Gesù Cristo morto e risorto.

I vostri studenti vengono da paesi dove gli stessi rapporti tra Chiese cattoliche orientali e Chiese latine non sono sempre privi di difficoltà. È una realtà che si rispecchia anche nel lavoro accademico?

Per rispondere bisogna partire dalle origini. Novant'anni fa il Pontificio Istituto Orientale è stato fondato proprio nel segno di quel mutato atteggiamento nei confronti dell'Oriente cristiano inaugurato con Leone XIII. Papa Pecci aveva compreso che l'atteggiamento della Chiesa cattolica latina verso le Chiese cattoliche orientali costituiva un segnale importante per tutto l'Oriente. Con l'Orientalium dignitas, del 1894, gli orientali cominciano così ad essere considerati una sorta di ponte verso l'unità delle Chiese cristiane. Questo nuovo modo di guardare all'Oriente si concretizzerà proprio nell'autonomia concessa alla Congregazione per le Chiese Orientali - che fino al 1917 apparteneva a Propaganda fide - e nell'istituzione del Pontificio Istituto Orientale.

E qual è la situazione novant'anni dopo?

Direi che sono stati fatti passi da giganti, soprattutto in due direzioni:  nel modo con cui le Chiese orientali percepiscono se stesse e nel modo con cui la Chiesa latina guarda alle Chiese cattoliche orientali. Ad esse viene oggi riconosciuto un indiscusso ruolo storico e uno specifico patrimonio - non solo rituale e liturgico ma anche disciplinare, giuridico, teologico - che dà loro una precisa costituzione ecclesiologica e costituisce una ricchezza per tutta la Chiesa.

È stato un traguardo difficile da raggiungere?

Indubbiamente. Le stesse Chiese orientali hanno fatto fatica ad acquisire la consapevolezza di questa dignità e della responsabilità che ne deriva:  quella, cioè, di non apparire solo come una sorta di appendice rituale della Chiesa cattolica latina, ma come una realtà che vive pienamente l'unità nella cattolicità. E che quindi può essere un segno anche per quella parte dell'Oriente che ancora non ha ritrovato la piena comunione con Roma. Ecco il grande ruolo che queste Chiese hanno oggi. Un ruolo testimoniato dal fatto che a molte di esse sono stati riconosciuti i gradi più alti di organizzazione strutturale ed ecclesiale:  si pensi in India agli Arcivescovati maggiori siro-malabarese e siro-malankarese, o, proprio di recente, alle Chiese slovacche elevate al rango metropolitano sui iuris.

Ma questi provvedimenti, riconoscendo una certa autonomia legislativa e di governo alle Chiese orientali, non rischiano di allontanarle più che avvicinarle alla Chiesa latina?

Intanto eliminano un altro motivo di pregiudizio da parte delle Chiese non cattoliche. Il fatto che le Chiese orientali vedano riconosciuto pienamente il loro specifico patrimonio di tradizione, formazione, liturgia, spiritualità ed ecclesiologia mostra che l'unità con Roma non significa affatto perdita dell'identità o forzata uniformità, come purtroppo è accaduto in passato. D'altra parte, credo che si tratti anche di un atto di giustizia storica verso comunità che sono state perseguitate proprio a causa della loro fedeltà alla Sede apostolica.

Celebrando il novantesimo della sua fondazione, il Pontificio Istituto Orientale si prepara già al grande traguardo del centenario. Con quali progetti e quali speranze?

Vogliamo soprattutto arricchire la nostra proposta culturale. E il sogno sarebbe giungere alla meta che è stata caldeggiata sin dall'inizio della storia dell'Istituto:  quella cioè di un'università orientale. Si tratta di un progetto straordinario, che avrà bisogno di risorse e di tempo. Intanto, per esempio, stiamo pensando all'istituzione di una facoltà di storia. Questo significherebbe aprire le nostre porte anche a studenti del mondo laico interessati ad approfondire le vicende dell'Oriente cristiano. Certo, non mancano problemi logistici, legati soprattutto all'inadeguatezza delle strutture. Proprio in questi giorni, con la Congregazione per le Chiese Orientali, abbiamo deciso di istituire due commissioni che lavoreranno su tali questioni.

Si può guardare al futuro con ottimismo?

Noi siamo un piccolo istituto, senza eccessive pretese di grandezza. Tuttavia siamo in qualche modo unici. La facoltà di diritto canonico è l'unica al mondo dove si studia come testo base il Codice dei canoni delle Chiese orientali. Diciamo che le strutture sono certamente utili, importanti. Ma quello che ci interessa di più è arrivare alla meta del centenario con un'offerta accademica sempre più qualificata e al passo coi tempi.



(©L'Osservatore Romano 7 marzo 2008)
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