A colloquio con padre Jean-Louis Ska, ordinario di esegesi dell'Antico Testamento al Pontificio istituto biblico

L'elemosina tra fondamenti biblici
internet e carte di credito

di Mario Ponzi


C'è un intreccio indissolubile tra la pietà e l'elemosina come forma di assistenza ai bisognosi. Benedetto XVI lo mette in rilievo in modo esplicito nel messaggio per la Quaresima 2008. Il Papa fa riferimento a diversi racconti del vangelo e, ponendo dono e donatore nella luce della rivelazione, allarga l'orizzonte oltre la scala dei valori del mondo. L'intento è quello di far trasparire, al di là degli aspetti materiali legati all'assistenza dei bisognosi, le implicazioni per la spiritualità di chi dona.
Per il cristiano dovrebbe essere abbastanza familiare l'intenzione dell'elemosina, e Benedetto XVI la ribadisce:  non mirare alla glorificazione di sé ma alla glorificazione del Padre che sta nei cieli. Ma quanti oggi sono mossi da questa intenzione quando fanno l'elemosina? o non è forse vero quanto sostengono i soliti i maligni, per i quali si tratta solo della necessità di liberarsi dal peso di quel senso di colpa, avvertita da molti possidenti, davanti all'estrema povertà degli altri? Ne abbiamo parlato con padre Jean-Louis Ska, professore ordinario di esegesi dell'Antico Testamento al Pontificio istituto biblico. Abbiamo cercato di scoprire, per esempio, se è possibile capire se il successo di quelle periodiche campagne di solidarietà mediatica sia solo, come mette in guardia il Papa, filantropia o se alla base ci sia qualcosa di diverso.

Cosa spinge tanta gente ad aderire a qualsiasi campagna di solidarietà?

Difficile dire esattamente per quale motivo molti aderiscono alle campagne di solidarietà. Un certo senso di colpevolezza fa probabilmente parte di una scala dei possibili motivi, ma non penso che sia l'unico. Un sentimento forte alla base di questa straordinaria partecipazione è certamente quello della "compassione", nel senso etimologico della parola, però, che significa capacità di com-patire, di soffrire con coloro che soffrono. Per il cristiano però esiste un ulteriore motivo, penso:  il senso di appartenenza all'umanità rigenerata da Cristo. Il cristiano fa parte del mondo nuovo, della nuova creazione dove i "mali" della vecchia creazione non dovrebbero più esistere. Perciò negli Atti degli Apostoli, non compaiono "bisognosi" nelle prime comunità cristiane.


Sta di fatto però che nella nostra società popoli interi sono "bisognosi". Fortunatamente sembra che l'elemosina sia una pratica diffusa ancora oggi. C'è da chiedersi chi è che fa oggi elemosina o se sia cambiato il modo di fare elemosina.

È una domanda difficile da porci. Vi sono tanti modi di fare l'elemosina oggi, da quello più tradizionale a quello molto moderno di chi usa la carta di credito e internet. Io però prima di chiedermi chi o come si fa elemosina porrei l'accento su quanto si legge nel testo del Deuteronomio a proposito del fatto che non ci dovrebbero essere poveri nella "terra promessa". E neanche nel "regno dei cieli". Secondo gli Atti degli Apostoli (4, 34), nella prima comunità cristiana "non c'era infatti tra loro alcun bisognoso:  poiché quanti possedevano campi o case, li vendevano e portavano il ricavato delle vendite". Il testo non parla esplicitamente di "elemosina". Tuttavia, possiamo ricavare da questi passi una convinzione forte che attraversa tutta la Bibbia:  la povertà è uno scandalo. Non ci dovrebbero essere poveri nella terra promessa o nella comunità cristiana e, potremmo aggiungere, nel nostro mondo. Come fare affinché cessi questo scandalo è proprio la domanda da fare. Ma che vi sia qualche cosa da fare è abbastanza evidente.

Il Papa nel messaggio quaresimale si sofferma sul concetto di elemosina anche come capacità di staccarsi dai beni materiali per riscoprire il senso vero della propria umanità.

Si tratta di due dimensioni presenti nella Bibbia. La prima è un dovere di solidarietà nei confronti delle persone meno favorite dalla sorte. Tutti sono "fratelli" o "sorelle" nelle terra promessa per l'antico testamento. Il secondo motivo è presente soprattutto nel vangelo di Luca e negli Atti degli apostoli. Per Luca, infatti, la ricerca del regno implica la rinuncia ai beni materiali. Vi sono diversi modi di spiegare l'insistenza di Luca su tale aspetto. Primo, c'era l'esempio di Cristo. Secondo, sembra che Luca abbia voluto mostrare che i cristiani non erano meno liberi di alcuni filosofi greci o scuole filosofiche greche - ad esempio Diogene e i suoi discepoli, i "cinici" - che volevano essere liberi nel pensiero così come nell'agire. Per questo motivo rinunciavano alle ricchezze o alla generosità di un benefattore che poteva in cambio, impedire al saggio di criticarlo. Il discepolo di Cristo, secondo Luca, è libero quanto i saggi greci, e non è attaccato ai beni di questo mondo.

Quali sono i fondamenti biblici dell'elemosina?

La Bibbia parla di elemosina nei libri tardivi, vale a dire di epoca ellenistica, ad esempio in Tobia e nel Siracide. I grandi profeti, ad esempio, non accennano mai alla pratica di fare l'elemosina. Nei libri più antichi, si parla di solidarietà, di aiuto, anche in certi casi di giustizia, ma non di elemosina. Fare l'elemosina è quindi una pratica piuttosto tardiva che diventa però importante nella comunità ebraica del post-esilio. È una delle "buone opere" importanti in un mondo dove gli ebrei si ritrovano dispersi in grandi imperi governati da stranieri. L'aiuto mutuo e la solidarietà sono essenziali alla sopravvivenza delle minoranze e l'elemosina è uno dei mezzi utilizzati a questo scopo.

Ma quanto era diffusa la pratica dell'elemosina? e quanto essa era legata al concetto di giustizia?

Il Nuovo Testamento parla dell'elemosina proprio perché la pratica era diffusa nel mondo ebraico contemporaneo. Se ne trovano le prove nei testi di Matteo (6, 2-4). Tuttavia la pratica di fare l'elemosina era anche diffusa fra i "pagani". Ad esempio, il centurione Cornelio, il primo pagano che si converte al cristianesimo, soleva fare molte elemosine al popolo ebraico (Atti 10,2). Un fondamento più profondo lo possiamo trovare in un testo del Deuteronomio che recita:  "Del resto non ci sarà presso di te alcun povero, poiché il Signore certo ti benedirà nella terra che il Signore tuo Dio ti dona in eredità..."; e aggiunge:  "Se vi sarà presso di te un povero, uno dei tuoi fratelli in una delle tue città, nella terra che il Signore tuo Dio ti dona, non indurirai il tuo cuore e non chiuderai la tua mano al tuo fratello povero, ma gli aprirai la mano, gli presterai generosamente quanto gli manca, per il bisogno in cui si trova" (15,7-8). Non si parla di elemosina, ma di prestito. In ogni modo, per il Deuteronomio, la terra promessa produce abbastanza per permettere a tutti di sopravvivere. Potremmo dire che la terra produce abbastanza per tutti. La solidarietà (o l'elemosina) è quindi un modo di distribuire o ridistribuire fra tutti gli abitanti della terra quei beni dati da Dio in abbondanza. E questo implica anche il concetto di giustizia.

Quale dovrebbe essere dunque l'atteggiamento di chi fa elemosina?

Le rispondo con una "storiella" presa in prestito dalla tradizione orale del mondo musulmano. E' molto significativa. Un bravo sarto camminava serenamente per le strade del suo villaggio. Improvvisamente nota un'aquila che, con una preda nel becco, entra nel minareto della moschea. Dopo qualche tempo avvista la stessa aquila mentre di nuovo entra nel minareto, sempre con una preda nel becco. Incuriosito, entra nella moschea, sale nel minareto e scopre, in un angolo oscuro, una civetta. L'animale si nutre delle prede portatele dall'aquila. Si avvicina e si accorge che la civetta è cieca. Allora, benedice Dio e dice tra sé:  "Vedi com'è buono il nostro Dio:  manda un'aquila a nutrire questa povera civetta cieca! E perché allora io dovrei continuare a faticare tanto come sarto se Dio si prende tanta cura delle sue creature!". L'indomani si siede davanti alla moschea e comincia a chiedere l'elemosina. Un suo vicino di casa lo vede, gli si avvicina e gli chiede stupito:  "Che fai? Sei malato? Hai troppi debiti? Perché non lavori più?". Il sarto gli racconta la sua storia. Il vicino lo ascolta; riflette un po' poi gli dice:  "Caro mio, la tua storia è molto bella, però non hai capito affatto il messaggio. Non dovevi imitare la civetta. Dovevi imitare l'aquila!".



(©L'Osservatore Romano 12 marzo 2008)
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