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Intervista a Luc Jacquet, regista de «La Volpe e la Bambina»

L'avventura nel giardino dietro casa

Luca Pellegrini

Da bambino passavo il mio tempo correndo nei boschi dell'Ain e del Giura. Lì ho incontrato la mia volpe. L'emozione è stata così forte che mi ha accompagnato tutta la vita. Nel ricordo di quell'incontro, ho girato il mio nuovo film, che avevo in mente da anni:  una storia fatta di piccoli piaceri, nella quale la bambina, l'animale e la natura non comunicano attraverso i dialoghi, ma con gli sguardi, i silenzi, le attese, il mutare delle stagioni.

Dai ghiacciai dei pinguini ai boschi della volpe:  luoghi e storie diverse, ma identico amore e rispetto per la natura. I due film nascono da esigenze artistiche e umane simili? Chiediamo al regista del francese Luc Jacquet, nei cinema con il suo ultimo lavoro La Volpe e la Bambina.

Ci sono diverse ragioni che contribuiscono alla decisione di scrivere una storia, però spesso è l'energia interiore e la curiosità che ci spingono a raccontare ciò che abbiamo nel cuore. Quindi non è un processo così intellettuale e razionale quello che porta alla realizzazione di un film. Io ho sentito la necessità spirituale di condividere lo stupore che solo la natura ci può comunicare, ossia il desiderio di far conoscere le cose che ho imparato nella mia infanzia e nei miei trent'anni a contatto con la natura in giro per il mondo. Non tutti possono arrivare a conoscere tanti luoghi e meraviglie con i loro propri occhi, come i paesaggi dell'Antartide. Ogni mio film, pertanto, è come mettere un nuovo paio di occhiali per entrare in mondi diversi nei quali la natura, così come avviene nella realtà, si concede, a patto che noi ci concediamo del tempo per contemplarla. Allora tutto si anima. Così è stato per questo nuovo film, perché l'avventura non vuol dire soltanto andare molto lontano, è anche legata alla curiosità, al nostro stato d'animo e al nostro spirito.

La scrittura dei due film risulta assai diversa.

Diametralmente opposta. Ne La marcia dei pinguini ho raccontato una storia emozionante già scritta dalla natura. Con La Volpe e la Bambina ho voluto narrare, invece - come fosse un episodio di quelli che leggiamo la sera ai nostri bambini - di fatti avvenuti dietro casa mia. È la storia di un'infanzia libera, in senso romantico, in cui gli animali non hanno più paura di noi. Quella della bambina è l'infanzia nella sua accezione simbolica, la mia è una forma di racconto semplice che arriva al cuore. Perché non sono gli animali che mi interessano, ma le storie che si possono costruire intorno, le favole che ci liberano dal peso, dalla costrizione delle cose materiali e reali e ci portano al cuore dello spirito.

Dalla sua esperienza personale e di regista, ritiene che questi film siano capaci di far crescere nello spettatore una coscienza ecologica, una responsabilità etica nei confronti della creazione?

Io preferisco pensare che anche con un film di questo tipo possiamo accrescere l'amore per l'ambiente che ci circonda. Tutto quello che ciascuno di noi può fare, nel suo piccolo, per restituire all'uomo la curiosità di avvicinarsi alla natura per conoscerla e rispettarla, questo va fatto. Significa per me contribuire a far rinascere, a consolidare quel legame tra uomo e natura che noi forse abbiamo perso. Sono tanti coloro che mi hanno detto di guardare la natura con occhi diversi dopo essersi emozionati al cinema seguendo le storie dei pinguini e della mia volpe. Sono storie che parlano di rispetto e di quei limiti da non superare per non snaturare ciò che, più di tutto, si desidera possedere. Amare è assai diverso dal possedere:  la giovane protagonista del film lo apprenderà per sempre attraverso la sua relazione con la piccola volpe.

La riconciliazione tra uomo e natura oggi è messa alla prova. Siamo costretti a rimpiangere un paradiso perduto?

L'uomo della città si è ormai allontanato dalla natura. Infatti, nel nostro mondo urbanizzato ce ne siamo completamente separati, anche se questo appare una contraddizione perché l'uomo si è evoluto a stretto contatto con la natura per migliaia e migliaia di anni e soltanto nel giro di pochissime generazioni è riuscito a frantumare questo legame, smarrendo di conseguenza anche gli strumenti per interagire con lei. Abbiamo perso il desiderio di guardare un cielo stellato, di toccare la terra con le nostre mani nude. Forse è utopico, a questo punto, pensare a una riconciliazione. Ma io sento il bisogno almeno di immaginarla possibile, perché senza la natura la nostra umanità irrimediabilmente si intristisce.



(©L'Osservatore Romano 19 marzo 2008)
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