A colloquio con padre Gianfranco Ghirlanda rettore della Gregoriana

Dalla famiglia disgregata
all'emergenza educativa


di Monica Mondo

Pontificia Università Gregoriana, quella dei gesuiti, eredi e custodi di una storia e dottrina secolari, sapienza della Chiesa e ricchezza per tutta la cultura. Strano allora che i suoi docenti più illustri non figurino tra le firme di punta dei principali giornali, non si notino a saloni e convegni. Vige ancora il pregiudizio che vale per le scuole cattoliche, figurarsi le università, che si tratti di templi del sapere di seconda categoria, non all'altezza delle università "laiche", dove il termine ancora connota posizioni atee e anticlericali. Padre Gianfranco Ghirlanda, docente in questo splendido palazzo del centro di Roma da più di trent'anni anni, è rettore dell'Università, dove insegna diritto canonico. Un'accademia che ha cinque secoli di vita, da quel Collegio Romano fondato dallo stesso Sant'Ignazio di Loyola nel 1551. Ci studiarono un cinquantina di santi e beati, da san Luigi Gonzaga a san Massimiliano Kolbe, e una  schiera  di  Papi,  da  Gregorio XVI, che canonizzò sant'Ignazio e le diede il nome, a Leone XIII, e tutti i Pontefici del ventesimo secolo. Scorrendo le ultime pagine della rivista Gregoriana, figura un lungo elenco di cardinali e vescovi formati a questa scuola, alle più prestigiose cariche della Chiesa in ogni parte del mondo. Educatori per apostolato, prima che per mestiere:  e sensibili a cogliere per esperienza quell'emergenza educativa che ha lanciato come preoccupazione e sfida Benedetto XVI nella sua Lettera ai fedeli di Roma sull'educazione. Si fa sentire anche in queste sale dove il decoro, l'eleganza, l'ordine connotano un metodo di studio, dove si aggirano tonache e abiti e maglioncini colorati di oltre 3000 studenti e studentesse.
Padre Gianfranco Ghirlanda è uomo cordiale, aperto, la sua autorevolezza paterna:  mette in gioco volentieri se stesso, racconta il presente confrontandolo con la sua storia di studente, scuola statale, liceo Dante Alighieri di Roma.
"Professori eccellenti, severi, ma non arbitrari. Senso del dovere, ma anche un rapporto affettivo, l'interesse verso noi studenti. Dedicavano se stessi al rapporto educativo, senza cedere mai ai capricci o alle svogliatezze, duri, ma nella dedizione:  questo è il nodo della questione educativa, oggi".

La vocazione, più tardi?

"Temprata come scelta dalla frequentazione dei corsi di Giurisprudenza alla Sapienza. Altro clima, altri maestri, e le prime avvisaglie dei disordini della contestazione studentesca. Lì è cominciato tutto".

Proprio in tempi di anniversari e rievocazioni nostalgiche, dà un giudizio severo sul 1968?

"Potrebbe aver avuto la funzione di spingere ad uscire da schematismi formalistici, dalle ipocrisie. Ma la distruzione della funzione dell'autorità, del coordinamento tra disciplina e libertà, svincolando la libertà da ogni norma, ha portato all'arbitrio, all'egoismo. Mentre il movimento sembrava cercare un bene comune, autentico, di fatto ha avuto come esito un individualismo esasperato. La norma è una pinta ad oggettivarmi in valori proposti a tutti, in una tradizione. Se li rifiuto di principio la legge sono io. La famiglia, la scuola non hanno avuto una capacità di reazione, e si è persa la capacità di educare. Si è creduto, si crede che educare significhi soddisfare immediatamente ogni desiderio. Ma questa è strada all'immaturità, perché è realistico non eliminare il limite, ma conoscere il limite, imparare a gestirlo. La vita pone dei limiti, a volte dei drammi. Davanti a cui uomini fragili crollano".

Avete sempre messo al centro della vostra ricerca una visione antropologica, le scienze umane, per approfondire il mistero di Dio che si rivela nell'uomo e nella storia. Per un "umanesimo integrale" che solo la Chiesa oggi sembra ritenere necessario.

"Per questo la nostra pedagogia è quella di rapporto stretto professore-studente:  perché il docente abbia autorità e autorevolezza deve comunicare non solo nozioni, ma una vita, e questa volontà si manifesta nella disponibilità verso lo studente. Io ricevo anche il sabato, la domenica, ad ogni ora. È la pedagogia degli Esercizi ignaziani. Dio si rende presente nella singola storia, nella situazione che ogni persona sta vivendo, ad essa va tutta l'attenzione".

L'atrio dell'Università è pieno di manifesti, volantini che invitano agli Esercizi spirituali:  un cammino parallelo, che comunque non c'entra col corso di studi, o un aiuto comprendere che "ben povera educazione è quella che lascia da parte la grande domanda riguardo alla verità"?

"Il metodo degli Esercizi non è dare la formula della verità, ma mettere ogni persona davanti alla domanda della verità. È la proposta di un metodo e di una compagnia, nella libertà di cercare ed accogliere la verità. È un'educazione alla responsabilità".

La verità? Una parola che si usa con prudenza, anche da parte dei cristiani.

La verità è una. Dio ce l'ha comunicata. Il problema è come arrivarci. Può essere imposta, ma allora non c'è adesione libera. Cristo si è proposto come la verità, nel Vangelo. Non ha cercato di sbalordire le folle, ha fatto compagnia ai suoi amici, seguendoli passo passo. Hanno deciso di seguirlo, e non una volta per tutte, e non tutti".

Tocca avere un cuore morale, attento alle domande fondamentali. Il vero laicismo oggi non è la negazione di Dio, ma il vivere come se Dio non esistesse, come se non riguardasse la mia vita.

"Questo è ciò che corrode la società. L'ateismo marxista si poteva combattere, ma si basava su una struttura esistenziale, un'ideologia, permetteva un confronto serio. Oggi non è più possibile perché semplicemente non si cerca il confronto, non interessa, ci si accontenta del proprio modo di vivere, anestetizzando le domande su se stessi, sul futuro. Una cosa vale l'altra. Pensiamo ai mezzi di comunicazione:  sto vedendo un programma interessante e serio, ecco una pubblicità stupida. Tutto è messo sullo stesso piano, superficiale, vano, nulla ha più consistenza. Qui si innesta la difficoltà educativa".

Anche nei confronti dei suoi studenti?

"Sono figli del proprio tempo, e certamente ci sono insicurezze, instabilità. Ma chi viene a studiare qui ha una motivazione forte, appartiene alla Chiesa, viene per servire la Chiesa. Sanno che la Chiesa svolge un ruolo fondamentale, profetico. Dà fastidio, certo, ma è l'unica voce a mettere in guardia sui pericoli di un disumanesimo. Pensiamo alle frontiere dell'ingegneria genetica, alla deriva dell'eugenetica. Ci sono uomini non di Chiesa per fortuna che comprendono questi problemi, li fanno propri, ma sollecitati comunque dalla parola della Chiesa. Perché i valori cristiani sono innanzitutto umani".

L'emergenza educativa che soffriamo è dovuta soprattutto alla "cultura che porta a dubitare del significato della persona umana, della verità e del bene", o alla fragilità degli educatori, allo svilimento della famiglia?

"Alla famiglia. La famiglia si disgrega, non è più un punto di riferimento affettivo, anzi strumentalizza affettivamente i figli. Che educazione alla fedeltà, se i genitori con la loro testimonianza non hanno mantenuto fede ai loro impegni? La fragilità umana si perpetua nella fragilità del matrimonio, della vita sacerdotale. La scuola è responsabile nella misura in cui si responsabilizza la famiglia. I professori invece vengono squalificati, demotivati nella loro funzione educativa, proprio da genitori pavidi, o seguaci di un'illusoria idea di libertà".

La Chiesa è venuta meno alle sue responsabilità educative?

"La Chiesa ha parlato molto di valori sociali dimenticando la fonte, e questo è un errore formativo. Si attirano i giovani solo se si attirano a nostro Signore. Speriamo che almeno chi si dice cattolico legga questo invito del Papa, rimetta al centro la questione educativa. È un dovere della Chiesa insegnare, nel senso più ampio, a formare l'uomo".

C'è anche un diritto. Il vostro Gran Cancelliere è il cardinal Grocholewski, prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica. Può un'educazione dirsi cattolica? Proprio negando questo principio si screditano tante scuole cattoliche liberamente scelte dalle famiglie.

"L'educazione cattolica è l'allenamento alle domande grandi sull'uomo, è la proposta di valori profondamente umani esplicitati come valori cristiani, confermati dalla fede. La vita delle scuole cattoliche è dura... Devono automantenersi, obbligare le famiglie a pagare per l'educazione dei loro figli due volte, magari piegarsi a rette troppo elevate, trasformandole in scuole d'élite, o rincorrendo il numero, perdendo dunque di vista lo scopo".

E l'Università? Molti studenti si sono sentiti mortificati a studiare nei templi di una sapienza che, ad esempio, chiude le porte al professor Ratzinger. Le Università Pontificie non potrebbero essere una valida alternativa?

"Il grosso problema delle nostre Università è che i loro gradi non sono riconosciuti dallo Stato italiano, per un'eredità ancora risorgimentale. La Chiesa è vero, aveva il monopolio dell'educazione:  allora facciamo piazza pulita... I nostri gradi invece sono equiparati all'estero, dove le Università cattoliche sono ben più numerose che da noi. Entrando nel processo di Bologna, di integrazione delle università europee, potrà essere più facile giungere a una convenzione, perché saranno verificati i programmi, i crediti, con la garanzie di un'agenzia di qualità a livello europeo. La Santa Sede ha voluto seguire questa strada, dal 2001. Quanti studenti di filosofia, ad esempio, vengono dalle statali da noi a seguire i corsi di teoretica, perché noi non facciamo storia della filosofia, ma filosofia, appunto, ricerca. Il rapporto tra rivelazione e ragione, fides et ratio, abbraccia tutte le discipline. Le scienze sociali, come analizzarle senza criteri filosofici? Restano i dati, ma l'uomo scompare. Che cos'è l'uomo? È il frutto di meccanismi psicologici o una realtà più profonda che solo la filosofia con le sue domande può accostare?".



(©L'Osservatore Romano 19 marzo 2008)
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