Nostra intervista con Shinya Yamanaka

Come e perché sono diventato padre delle staminali etiche

assunta morresi e roberto sgaramella

Shinya Yamanaka è lo scienziato divenuto famoso per essere riuscito a produrre le cosiddette "staminali etiche", cioè cellule staminali umane molto simili a quelle embrionali, senza distruggere embrioni, né tentare di clonarli; lo ha fatto mettendo a punto una procedura che consente di riprogrammare cellule della pelle, facendole "ringiovanire" con una manipolazione genetica, fino a farle diventare del tipo iPS - staminali pluripotenti indotte - con proprietà molto simili a quelle embrionali.
Shinya Yamanaka è docente e ricercatore all'"Institute for Integrated Cell - Material Science" all'Università di Kyoto in Giappone, e al "Gladstone Institute of Cardiovascular Disease" all'Università della California, negli Stati Uniti. Ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune nostre domande sul suo lavoro e sulla sua importante scoperta.

I giornali di tutto il mondo hanno parlato della sua scoperta della tecnica di riprogrammazione cellulare, così è stata definita anche dall'inglese "Times". Qual è stato il momento cruciale, nella sua ricerca, iniziata con l'esperimento sui topi? A due mesi di distanza dalla pubblicazione dei risultati ottenuti sulle cellule umane, quali altri progressi prevede in questa linea di ricerca?

Abbiamo cercato i fattori legati alla pluripotenza nelle cellule staminali embrionali di topo, ma è stato veramente difficile, fino a quando non siamo riusciti a trovare banche dati utili. E anche dopo aver individuato ventiquattro possibili candidati, è stato veramente complicato identificare fra questi i quattro fattori finali in grado di indurre il carattere di pluripotenza. Dopo aver dimostrato che i quattro fattori possono generare cellule iPS (staminali pluripotenti indotte ndr) da quelle della pelle, abbiamo anche dimostrato di potere escludere, nella produzione di cellule iPS, il fattore c-Myc, quello più pericoloso fra i quattro perché legato alla formazione di tumori.

Il mondo dei cristiani cattolici ha letto con interesse il report sul "New York Times" su di lei, soprattutto quando afferma che osservando un embrione al microscopio lo ha visto "poco diverso" da sua figlia. Da cosa ha dedotto questa impressione?

Avrei voluto usare cellule staminali embrionali se fossero state l'unico modo di trattare alcuni malati. Ma allo stesso tempo, mi rendo conto che gli ovociti fecondati possono diventare bambini. Ho pensato allora che il modo migliore di risolvere questo dilemma fosse quello di generare cellule staminali come quelle embrionali direttamente dalle cellule somatiche della pelle dei malati, senza usare embrioni.

Nello stesso report ha affermato di non maneggiare cellule staminali embrionali umane, anche se nel suo laboratorio americano ne sta usando per confrontarle con le cellule "ringiovanite" scoperte da lei. Perché questa scelta?

Il Giappone ha una regolamentazione molto rigida non solo per la produzione di nuove linee staminali embrionali umane, ma anche riguardo all'uso delle linee cellulari già esistenti. Questo tipo di regolamentazione mi rende difficile utilizzare staminali embrionali nel mio laboratorio giapponese.

Lei ha indirizzato la sua ricerca ipotizzando un successo in future terapie con cellule pluripotenti, come quelle embrionali:  per quale motivo crede che questa ricerca sia promettente?

Perché, almeno in teoria sia le cellule staminali embrionali che quelle iPS possono produrre qualsiasi tipo di cellule, in ogni quantità, sempre.

Perché non ha cercato di perfezionare la tecnica di trasferimento nucleare - comunemente detta clonazione terapeutica - e invece ha tentato subito un'altra strada?

Perché con questo metodo si devono usare embrioni. E poi, questa procedura è inefficiente e difficoltosa da un punto di vista tecnico.

In attesa di perfezionare la sua tecnica di "riprogrammazione", sarebbe possibile lavorare solamente su linee staminali embrionali già esistenti, senza distruggere altri embrioni?

Per l'utilizzazione a scopo di ricerca, credo che le linee cellulari staminali che già esistono siano sufficienti. Per trattare alcuni malati particolari, forse potrebbe servire produrre nuove linee, di migliore qualità per un uso clinico.

Ha avuto collaborazioni e contatti in questi anni con gli altri gruppi che stanno lavorando alla tecnica di "riprogrammazione" che ha messo a punto?

Sì, abbiamo collaborato con diversi laboratori nel mondo. Inoltre, abbiamo distribuito i vettori contenenti i fattori - per indurre la riprogrammazione, ndr - a tanti ricercatori in tutto il mondo.



(©L'Osservatore Romano 28 marzo 2008)
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