Il cardinale Martino commenta la vicenda di Abu Jamal

Ogni sentenza di morte non eseguita
è una vittoria dell'uomo

"Non si fa giustizia punendo con un altro crimine. Per questo ogni sentenza di morte non eseguita è una vittoria dell'uomo e della vita". Così il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, raggiunto telefonicamente a Bangkok dove si trova in questi giorni, commenta a caldo la notizia dell'annullamento della condanna alla pena capitale di Mumia Abu Jamal. Il caso del giornalista radiofonico afroamericano è divenuto emblematico per il movimento internazionale di lotta contro le esecuzioni capitali. Ieri infatti, giovedì 27 marzo, dopo più di un quarto di secolo di ricorsi, una corte federale d'appello di Filadelfia ha cancellato la condanna a morte precedentemente inflittagli in tribunale. L'ex militante delle Pantere Nere, oggi cinquantatreenne, è accusato di aver ucciso nel 1981 il poliziotto bianco David Faulkner, di 25 anni. Wesley Cook - questo il suo vero nome - si è sempre proclamato non colpevole, affermando di essere vittima del razzismo della giuria che lo aveva giudicato. Il caso fece scalpore, riaccendendo il dibattito sulle ingiuste condanne di innocenti, soprattutto quando un sicario della mafia, Arnold Beverly, confessò a un avvocato di essere il responsabile dell'omicidio. La sentenza di ieri si affianca alla recente decisione della Corte Suprema di voler esaminare la costituzionalità delle esecuzioni mediante iniezioni letali, la modalità usata in quasi tutti gli Stati della Federazione, avviando di fatto anche negli Stati Uniti una moratoria sulla pena di morte. L'ultima esecuzione risale infatti al 25 settembre 2007. Fu la numero 42 dello scorso anno, rispetto alle 53 del 2006 e alle 60 del 2005. Da allora tutti i tribunali statunitensi chiamati ad esaminare gli appelli dei condannati a morte si sono richiamati a tale decisione della Corte Suprema.
La pena di morte è in vigore in 36 Stati su 50 e 3.350 sono i detenuti nei bracci della morte statunitensi. Ma un po' ovunque sono in corso iniziative per giungere all'abolizione. "La risoluzione dell'Onu contro la pena di morte - osserva il cardinale Martino - è stata un enorme passo in avanti. Ma essa rappresenta solo un invito a non applicare le sentenze capitali laddove ancora sono previste dagli ordinamenti giuridici. Naturalmente servono iniziative come questa e altre ancora perché si giunga a liberare completamente il mondo da questa forma atroce di fare giustizia". A maggior ragione quando si rischia di coinvolgere persone innocenti.

Qual è l'impegno della Chiesa in questa direzione?

In varie circostanze il Papa si è espresso pubblicamente contro questa maniera di fare giustizia. La pena di morte non entra nel concetto di giustizia perché la difesa della vita - che va dal concepimento fino alla morte naturale - è favorita in tutti modi dalla Santa Sede, così come le iniziative perché questa forma di fare giustizia venga abolita.

Un impegno tanto più significativo nell'anno del sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo.

Non a caso il primo diritto che essa riconosce è quello alla vita. Quindi anche il criminale che ha commesso un delitto ha diritto a vivere:  prima di tutto per potersi emendare, per poter "pulire" la propria esistenza dal crimine commesso. E poi c'è l'aspetto della proporzionalità della pena che deve prevedere la possibilità di redimersi e di riabilitarsi. Tutte le pene che la società umana è chiamata a comminare dovrebbero essere correttive e non distruttive.

L'ormai imminente visita di Benedetto XVI all'Onu potrà essere un'occasione per richiamare l'attenzione della comunità internazionale su questi temi legati alla dignità dell'uomo?

Certamente in quella occasione il Papa richiamerà i problemi che sono sempre stati al centro del dibattito dell'Onu, soprattutto quelli legati alla pace e allo sviluppo. Quindi la sua visita costituirà per tutti un incoraggiamento a proseguire lungo i sentieri della pace. È questo che Paolo VI nel 1965, e poi Giovanni Paolo II nel 1979 e nel 1995, hanno voluto fare, manifestando il loro appoggio a questa organizzazione che - come diceva Papa Montini - è l'espressione più adatta della civiltà odierna:  un luogo, un'assise internazionale dove si possono mettere in comune i problemi e cercare di risolverli. In proposito va ricordato anche lo storico discorso di Wojtyla nel 1995, quando parlò di una "grammatica naturale", cioè di quell'insieme di principi etici, naturali, che devono essere la regola per quanti hanno a cuore i problemi del mondo così da far sentire i paesi più poveri come in una famiglia, dove chi è più valido soccorre e aiuta chi ha più bisogno. E Benedetto XVI aggiungerà il proprio alto contributo al sostegno che i Romani Pontefici hanno  dato  a  questa  grande  organizzazione.


(©L'Osservatore Romano 29 marzo 2008)
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