Il cardinale Giovanni Coppa racconta l'esperienza di nunzio apostolico nell'allora Cecoslovacchia

Quando a Praga i sacerdoti
facevano i lavavetri o i manovali


di Nicola Gori

Testimone del Concilio, osservatore privilegiato dei cambiamenti epocali avvenuti nell'allora Cecoslovacchia dopo la caduta del muro di Berlino, cultore appassionato di sant'Ambrogio. Si racconta così il cardinale Giovanni Coppa in questa intervista concessa a "L'Osservatore Romano". Per lunghi anni al servizio della diplomazia vaticana, il porporato ripercorre la sua esperienza di nunzio apostolico negli anni drammatici della repressione della libertà religiosa.

Cominciamo dalla sua esperienza durante il Concilio Vaticano II.

La mia esperienza al Concilio fu molto limitata. Ero stato nominato esperto, come latinista, ed era per me, allora molto giovane, una cosa esaltante poter entrare in Basilica Vaticana durante lo svolgimento dei lavori, ascoltarne i protagonisti. Ma il privilegio durò poco:  l'allora sostituto, monsignor Angelo Dell'Acqua, si accorse delle mie assenze dall'ufficio, e, giustamente, fece in modo di non lasciarmi mancare il lavoro. La mia collaborazione si ridusse così a ben poca cosa, qualche piccola traduzione.
In tale contesto posso ricordare che, alla conclusione del Concilio, tenni un corso di conferenze alle guardie palatine, a livello divulgativo, sui problemi centrali da esso considerati:  la liturgia, la Chiesa nel mondo contemporaneo, la famiglia, l'apostolato dei laici, la cultura. Ero vice assistente di quel corpo pontificio e annualmente tenevo cicli su temi di formazione cristiana, oltre ai catechismi settimanali ai giovani che si preparavano ad entrarvi. Monsignor Amleto Tondini, cappellano della guardia, aveva molto a cuore l'insegnamento della dottrina cristiana. Le mie riflessioni sul Vaticano II furono raccolte in un volumetto Problemi del Concilio, la mia prima pubblicazione.

A quel tempo, lei era già in segreteria di Stato. Di cosa si occupava?

Fui chiamato in segreteria di Stato da monsignor Dell'Acqua nel 1958. Nel 1952 ero entrato nella Cancelleria Apostolica, provenendo dalla Cattolica di Milano, dove, senza volerlo, mi ero fatta una fama di "latinista" per aver superato i tremendi esami scritti di latino già nel primo biennio. Monsignor Tondini, che era Reggente della Cancelleria, cercava dei collaboratori per la redazione delle Bolle Pontificie, ed ebbe il mio nome dal professor Agostino Saba, suo amico, che insegnava nella stessa Università. Rimasi in Cancelleria per oltre cinque anni, alla scuola del Tondini, cultore, come pochi, della lingua latina, che mi fu davvero un grandissimo maestro. Se ho appreso qualcosa dello stile di Curia, di come si scrive in latino e anche in italiano per comporre i documenti di Ufficio, lo devo a lui. Così, dal '58 fui in Segreteria di Stato, in quella straordinaria fucina di lavoro, dove non c'era tempo di annoiarsi, perché, come dicevo scherzosamente agli amici intimi, ci si doveva occupare de omnibus rebus et de quibusdam aliis. E là rimasi fino alla partenza per Praga.

Nel 1990 è stato nominato Nunzio Apostolico a Praga, all'indomani della caduta del muro di Berlino. Che situazione trovò nell'allora Cecoslovacchia?

La situazione che trovai era disastrosa, ma piena di speranza. Ho trovato una società che veniva fuori dall'oscurità. La stessa città di Praga, che ora è un sogno, per me la più bella città d'Europa, era ridotta malissimo. La Chiesa usciva dalle catacombe. Molti preti e laici cristiani erano stati duramente puniti dal regime:  ad esempio i sacerdoti più zelanti venivano trasferiti in parrocchiette di confine, quando non erano condannati ai lavori forzati o rinchiusi in luoghi di concentramento. Molti morirono di stenti, logorati dai lavori nelle miniere, dai maltrattamenti subiti, dalla scarsità del cibo. Quanti sacerdoti incontrai, che portavano nel fisico le conseguenze della prigionia. Eppure, avevano celebrato clandestinamente in prigione, spremendo qualche goccia da acini di uva appassita, e avevano escogitato meccanismi ingegnosi di avvertimento, quando si avvicinasse la ronda, per far sparire ogni traccia. Dissi pubblicamente, fin dalla messa di inaugurazione della mia missione, che mi sentivo piccolo piccolo davanti a loro, che avevano sofferto per la Chiesa.

La Chiesa cattolica poteva esercitare liberamente il culto?

C'era un culto di facciata. Il clero era diviso:  c'erano i sacerdoti che avevano prestato giuramento di fedeltà al partito e questi avevano tutti i favori. Tuttavia, la presenza dei cattolici era forte, a parte le note limitazioni, alla domenica si riempivano le chiese. Se veniva qualche personalità importante in visita, le autorità la portavano a vedere le celebrazioni dove c'era pieno di gente e gli dicevano che c'era libertà di culto, mentendo.

Quando lei arrivò a Praga. le relazioni diplomatiche  tra  la  Santa Sede e la Cecoslovacchia erano interrotte dal 1950. Quali furono i problemi che dovette affrontare?

Nei miei rapporti con le autorità politiche ho sempre trovato grande rispetto e disponibilità. Sì, le strutture di fondo erano composte da burocrazie cresciute sotto la dittatura, ma i responsabili a livello di ministri e sottosegretari provenivano da esperienze di libertà pagata anche sulla pelle:  basti ricordare gli esponenti di Charta tra cui il ministro degli Esteri, importanti uomini politici e lo stesso presidente Václav Havel. Grande apertura ho sempre trovato in quest'ultimo, fin dalla presentazione delle mie lettere credenziali, quando mi disse che, quel giorno, 25 settembre 1990, cominciava una nuova era anche per il corpo diplomatico, perché per la prima volta dopo 40 anni, il decano - il sottoscritto - non rappresentava più un Paese comunista. Parlava del Papa con enorme rispetto, mi diceva che con lui si intendeva pienamente, perché uno parlava ceco e l'altro, polacco. Mi disse anche che, se anche la caduta del regime sarebbe giunta comunque per l'inarrestabile spinta alla libertà, senza Giovanni Paolo II il processo non sarebbe stato così rapido. Ricordo poi con commozione i miei incontri con Dubcek, allora presidente della Camera, il quale venne ogni anno, fino alla tragica morte, alla festa del Papa e alla messa:  nel 1990 fu uno spettacolo emozionante vedere insieme il cardinale Tomásek, il presidente Havel e Dubcek. Questi intrattenne una volta i presenti sulla sua esperienza dopo la primavera di Praga del 1968, di cui era stato protagonista:  raccontò, che quando i carri armati russi ebbero riportato l'ordine in città, egli fu rinchiuso per due volte in un container, dove pensò che fosse giunta la sua ora. Invece, dopo esser rimasto un'eternità solo, fu lasciato libero. Dubcek non faceva mistero del suo agnosticismo:  ma disse testualmente che, in quei momenti, aveva "sentito" l'esistenza di "Qualcuno" o di "qualcosa".

Lei è stato il primo nunzio apostolico dal 1950?

Esatto. L'ultimo nunzio apostolico fu monsignor Saverio Ritter, il primo era stato, all'inizio della prima Repubblica, monsignor Clemente Micara, al quale erano seguiti monsignor Francesco Marmaggi e Pietro Ciriaci. Monsignor Ritter lasciò Praga quando fu istituito il protettorato di Boemia e Moravia, che, per forza di cose, spettava alla giurisdizione della nunziatura apostolica in Germania. Il nunzio Ritter riparò nella indipendente Repubblica Slovacca, ma, impedito dalle autorità tedesche a presentare le lettere credenziali, rientrò a Roma; alla fine della guerra non tornò più a Praga, a motivo delle condizioni di salute. Lo sostituirono quattro incaricati d'affari, l'ultimo dei quali fu espulso dal Paese il 16 marzo 1950. La nunziatura rimase chiusa esattamente quarant'anni, e nemmeno monsignor Agostino Casaroli, con i suoi accompagnatori, per le note trattative della ostpolitik, non fu mai autorizzato a mettervi piede:  dovevano prendere alloggio in alberghi indicati dalle autorità, ovviamente in camere fornite di microfoni clandestini, per spiarli.

Come accolse la sua nomina a nunzio a Praga?

Come per tutti i miei colleghi nunzi nei paesi della ex cortina di ferro, questo fu un incarico di fiducia. Tutti abbiamo avuto la stessa esperienza, le stesse sofferenze, le stesse gioie, perché vedevamo crescere la Chiesa che aveva resistito alla persecuzione. Era una Chiesa fondata sulla fede delle famiglie,  delle nonne, le "nonnine" che anche in Russia hanno salvato la religione.

I laici quindi hanno salvato la fede in quel paese?

Sì. I sacerdoti operavano clandestinamente e non potevano fare niente in pubblico. Ne ho conosciuti molti, uno era stato cantante d'opera, altri avevano lavorato nel cantiere della metropolitana di Praga. Altri erano stati nelle miniere, negli uffici, tutti avevano pagato la fedeltà al sacerdozio con la restrizione della libertà. Come è noto, il futuro cardinale Vlk, vigilato speciale, faceva il lavavetri di case e palazzi. Non potevano esercitare il ministero, lo facevano solo clandestinamente. Celebravano la messa nelle case, di nascosto. Anche in Slovacchia, avvenne la stessa cosa:  il futuro vescovo di Kosice faceva addirittura il conduttore di tram. Ricordava che, conducendo il tram, tante volte era passato davanti all'episcopio e mai avrebbe pensato di diventare il vescovo della città.
Purtroppo la scristianizzazione di quattro generazioni di persone produsse i suoi frutti. Quando, poco prima della liberazione dal comunismo, i presenti ad un grande raduno furono invitati a recitare il Padre nostro nella spianata dove Giovanni Paolo II celebrò poi la messa nel 1997, quasi nessuno conosceva più quella preghiera. Una cosa che sempre mi aveva colpito e di cui chiesi informazioni era che una grandissima parte dei medici laureati in quell'epoca, erano cattolici praticanti. Quei giovani avevano scelto di studiare medicina perché era la facoltà che non si poteva manipolare ideologicamente, mentre tutte le altre, quali letteratura, economia, scienze, erano impregnate di marxismo. La scelta di optare per la facoltà di medicina era dettata dalla volontà di mantenere l'identità cristiana.

Lei è un esperto di sant'Ambrogio. Il suo messaggio è ancora attuale? Il suo pensiero cosa può offrire all'uomo di oggi?

Certamente, il suo messaggio è tuttora vivo. Basti dire che Benedetto XVI ha fatto due stupende citazioni di sant'Ambrogio nel suo discorso ai nuovi cardinali, nella messa della solennità di Cristo Re. La modernità di sant'Ambrogio è grandissima, perché egli visse il trapasso dalla romanità alla cristianità. Come tutti i padri della Chiesa, Ambrogio fa parte delle nostre radici:  e si sa che, senza radici, non si può vivere. Egli resta grandissimo per i temi, che presenta ai fedeli - non si deve dimenticare che le sue opere più famose nascono dalla predicazione della Parola di Dio - con una ricchezza dottrinale incomparabile. Purtroppo, e già al suo tempo, Ambrogio è ritenuto correntemente come un geniale imitatore, cui l'ombra di un Origene, di un Basilio, e di altri, tolgono il merito dell'originalità. Invece Ambrogio è autonomo, è moderno:  quanto dice dell'incarnazione del Verbo, della Vergine Maria - Ambrogio fu il primo doctor marianus della Chiesa latina - dell'Eucaristia, della Chiesa, dei sacramenti, e anche della bellezza della natura, hanno risvolti tuttora efficaci e coinvolgenti. Nella controversia con gli ariani, difese la Chiesa contro l'invadenza del potere civile. E sant'Agostino, ancora manicheo, era un suo ascoltatore entusiastico. I commenti ambrosiani alla Scrittura sono straordinariamente belli e originali, come quello che conclude l'Exameron:  "Io ringrazio il Signore nostro Dio, il quale ha fatto una tale creatura (l'uomo), in cui trovare il suo riposo. Egli creò il cielo, ma non leggo nella Scrittura che si sia riposato; creò la terra, ma non leggo che si sia riposato; creò il sole e la luna e le stelle, e nemmeno qui leggo che si sia riposato, ma leggo che ha creato l'uomo, e allora si riposò, avendo in lui uno a cui perdonare i peccati" (IX.10, 76). Nemmeno san Basilio, considerato ispiratore di Ambrogio in quest'opera, fa una tale stupenda osservazione, che ancora oggi commuove:  ricordo l'entusiasmo con cui fu sentita da un gruppo di universitari praghesi, ai quali parlai una sera dei padri; comprarono l'edizione italiana dell'Exameron per farne dono a uno di loro, che si laureava. Ambrogio vede già nella creazione l'alba della Pasqua, il consummatum est di Cristo che si addormenta sulla croce, la riconciliazione del genere umano mediante l'amore di Cristo, il perdono dei peccati attraverso il suo sangue. Sì, il suo messaggio è attualissimo.



(©L'Osservatore Romano 29 marzo 2008)
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