Intervista al nunzio apostolico in Iraq e Giordania arcivescovo Francis Assisi Chullikatt

Ancora lungo in Iraq
il cammino verso la pace


di Francesco Ricupero

"Siamo iracheni, vogliamo costruire la pace, costruire l'Iraq, l'Iraq è anche nostro, siamo per l'Iraq. Restiamo qui, non abbiamo nemici, non odiamo nessuno". Sono le parole di una delle ultime omelie pronunciate dall'arcivescovo di Mossul dei Caldei, monsignor Paulos Faraj Rahho, prima che venisse rapito e successivamente ucciso da una banda di sequestratori, davanti alla chiesa dello Spirito Santo a Mossul. Monsignor Rahho credeva fermamente alla riconciliazione e al ripristino della pace in Iraq. A meno di un mese dalla sua tragica morte la comunità cristiana si chiede il perché di questa terribile uccisione. Cosa accadrà a quegli iracheni che hanno detto "no" alla violenza? A fare il punto della situazione è il nunzio apostolico in Iraq e Giordania, l'arcivescovo Francis Assisi Chullikatt, intervistato dal nostro giornale. "La morte dell'arcivescovo di Mossul dei Caldei, monsignor Paulos Faraj Rahho, rimane ancora un mistero perché non sappiamo le vere ragioni su quella tragica morte, perché i rapitori abbiano voluto colpire un vescovo, un pastore come monsignor Rahho. Un uomo che incoraggiava il rispetto reciproco, il dialogo interreligioso e la convivenza pacifica tra i cristiani e i musulmani sia a Mossul che nel resto del Paese. Si spera che le autorità irachene riescano a far luce sulla misteriosa e tragica morte dell'arcivescovo".

Come ha reagito la comunità cristiana alla morte di monsignor Rahho

La comunità cristiana sta cercando in tutti i modi di accettare la morte dell'arcivescovo Rahho non senza apprensione per la loro stessa sorte, dovendo vivere nelle stesse circostanze precarie in uno spirito di fede che li invita al perdono, alla conversione, alla riconciliazione. La vita dei fedeli, lo sanno benissimo i cristiani iracheni, è fatta di queste sfide di testimonianza cristiana che vengono affrontate con coraggio e speranza senza rassegnarsi alla disperazione e alla sconfitta.

Il 20 marzo scorso ricorreva il quinto anniversario dell'invio delle truppe militari Usa in Iraq. Cosa è cambiato in questi cinque anni?

I recenti eventi sanguinosi a Bassora che hanno causato 500 vittime ci fanno pensare che il cammino è ancora lungo prima che l'attuale Iraq possa varcare la soglia di un paese stabile, democratico e pacificato. Gli scontri settari continuano e l'Iraq ha bisogno in modo urgente dell'accelerazione del processo di dialogo e di riconciliazione a livello nazionale. Finché tale processo non verrà eseguito con responsabilità, impegno civico e fiducia reciproca, con la partecipazione non solo delle forze politiche, ma col coinvolgimento della società civile, magari anche con l'eventuale mediazione della comunità internazionale, la situazione continuerà a rimanere in uno stallo. I 5 anni di sofferenze penso che bastino perché gli iracheni sappiano decidere quale destino seguire:  quello della violenza, del conflitto e del continuo spargimento di sangue, oppure quello della pace, della stabilità e del progresso.

Sono stati compiuti passi avanti nel processo di pace?

Sono stati coinvolti i capi delle diverse tribù, questo è un passo che è stato apprezzato nel processo di riconciliazione. Ma ci sono vari gruppi, strati della società, come per esempio le comunità religiose, che potrebbero essere coinvolte in questo processo di dialogo perché la religione deve favorire la pace e la riconciliazione. Un loro ruolo sarebbe molto importante in questo processo, non bisogna solo coinvolgere le forze politiche.

Qual è la situazione dei cristiani iracheni rifugiati

La continua violenza e l'insicurezza del Paese costringono gli iracheni, in particolare i cristiani che rappresentano il tre per cento della popolazione a cercare la sicurezza e la tranquillità altrove. Così, i cristiani finiscono nei paesi vicini come la Giordania, dove sono circa ventimila, la Siria con circa settantamila, la Turchia e il Libano. In Iraq, rifugiati si diventa per necessità, non per propria scelta, la maggior parte di loro ama e vuole rimanere nel Paese, ma quando non vedono un futuro per le loro famiglie e quando la loro vita è in pericolo, come quella di monsignor Rahho, si vedono costretti a cercare rifugio fuori dal Paese, speriamo che in un futuro non lontano le autorità possono offrire incentivi e le garanzie necessarie di sicurezza per i cittadini, in particolare per la minoranza cristiana, per convincerli a rimanere e a ritornare nel loro Paese, dove hanno le loro radici perché anche essi possono offrire il loro contributo alla ricostruzione di un nuovo Iraq. Un Iraq stabile, democratico e prospero è nell'interesse di tutti e gioverà alla stabilità e alla pacifica convivenza di tutti i Paesi del Medio Oriente.

Cosa ha fatto in particolare il governo giordano per l'accoglienza dei rifugiati?

La Giordania sta facendo il possibile per venire incontro alle esigenze dei rifugiati, però siccome il governo non ha ancora ratificato una convenzione, al momento li definisce "ospiti". In migliaia si rivolgono alla Chiesa per chiedere un sostegno. In seno alla Chiesa latina, per esempio, c'è l'associazione "Messaggeri della Pace" che sta assistendo migliaia di rifugiati iracheni, nei loro quotidiani bisogni, aiutando i bambini a frequentare la scuola, o a dare un'educazione informale. Danno un sostegno materiale ed economico alle famiglie. Anche la Caritas irachena e la Missione Pontificia stanno molto vicino alle persone in difficoltà. Offrono anche un supporto psicologico. I parroci delle varie chiese li seguono da vicino, li vanno a trovare a casa perché molti hanno paura di uscire poiché si trovano in una situazione di illegalità, in quanto i loro documenti non sono in regola. Ogni parrocchia sta facendo tutto il possibile per alleviare le sofferenze della comunità cristiana. È questa la nostra missione.



(©L'Osservatore Romano 4 aprile 2008)
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