A colloquio con il cardinale Foley sul ruolo e i compiti della Chiesa nel campo della comunicazione

I cattolici nei media: 
aperti, onesti, prudenti


di Delia Gallagher

Gli strumenti della comunicazione non riflettono soltanto la cultura di una società ma contribuiscono direttamente a determinarla. Partendo da questa constatazione il cardinale John Patrick Foley - gran maestro dell'Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e per lunghi anni presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali - offre un'analisi della realtà dei media statunitensi e indica l'esigenza di una nuova attenzione da parte della Chiesa al mondo dell'informazione nella società globalizzata.

Quanta parte della cultura statunitense è influenzata dalla televisione e, più in generale, dai mezzi di comunicazione?

Ritengo che i mezzi di comunicazione sociale contribuiscano a determinare la cultura. Non solo la rispecchiano, ma la determinano. La cultura statunitense esercita una grande influenza su tutto il mondo a motivo della notevole diffusione che hanno programmi televisivi, film, musica statunitensi. Per questo, ho sempre pensato che se il nostro messaggio viene recepito dai produttori, dagli autori di film e di programmi televisivi, allora è possibile introdurre valori e temi più profondi nella società, non solo in quella americana. In questo senso, ho lavorato con i produttori di serie televisive per convincerli a dare più spazio ad argomenti che richiamino i sani valori morali. Alcuni programmi sono stati realizzati secondo questo criterio. Ho pensato che fosse un contributo molto importante. Non si tratta di programmi specificamente religiosi, ma in essi vengono affrontati temi morali.

Quindi lei ritiene possibile, attraverso la televisione e i film, orientare in senso positivo la cultura?

Sono convinto che questi mezzi possano contribuire a cambiare le cose. Attualmente negli Stati Uniti esistono progetti validi in questo senso:  a Hollywood, per esempio, c'è l'Act one, un programma che aiuta le persone a entrare nel mondo del cinema e a portarvi sani valori morali. Alcune di queste iniziative stanno dando buoni risultati. Vedono impegnate persone sensibili a questi valori. Non è certo un compito facile per loro, ma si tratta di uomini e donne altamente motivati. Ho avuto esperienza diretta di questa realtà tenendo incontri biennali a Hollywood con gli Screen writers guild e con altri gruppi. A ogni incontro partecipavano diverse centinaia di persone. Ponevano domande molto acute, manifestando un reale desiderio di produrre programmi di qualità - non di tipo predicatorio ma con contenuti moralmente validi - perché volevano veramente contribuire a cambiare le cose nella società.

Lei non è dell'idea che certe volte bisognerebbe spegnere la televisione?

Assolutamente no. Non si può eliminare ciò che influenza la società. Una cosa che molti europei non comprendono è che, purtroppo, la religione non ha un proprio posto nei mezzi di comunicazione sociale americani. In altri tempi funzionava così:  per ottenere una licenza dalla Federal communications commission, per la radio o per la televisione, bisognava garantire la produzione di un certo numero di trasmissioni di servizio pubblico, incluse quelle di tipo religioso. Le stazioni e le reti principali non vendevano spazi per la religione, ma li fornivano e ne pagavano anche i costi di produzione. Si è andati avanti così fino alla deregolamentazione della programmazione radiofonica e televisiva alla fine degli anni Settanta, quando è caduto l'obbligo di riservare una parte della programmazione al servizio pubblico e alla religione. Oggi sulle principali reti televisive statunitensi l'unico programma religioso regolarmente previsto è la messa di Natale del Papa sulla Nbc. Prima invece c'erano programmi religiosi ogni domenica su tutte e tre le reti. Esisteva un consorzio formato dalla Chiesa cattolica, dal Consiglio nazionale delle Chiese e dal Comitato dei rabbini, che cooperava con le varie reti televisive per una programmazione prodotta dalle reti stesse e offerta alle affiliate locali. Era un vantaggio perché i programmi andavano in onda contemporaneamente in tutta la nazione, la domenica (o il sabato per gli ebrei). Le persone sapevano quando e dove trovare quelle trasmissioni.
Con la deregolamentazione della radio e della televisione, l'unico modo per poter essere presenti su queste stazioni è divenuto quello di acquistare spazi di programmazione. I gruppi protestanti fondamentalisti, che non appartenevano al Consiglio nazionale delle Chiese e che non avevano mai partecipato ai programmi prodotti su scala nazionale, hanno cominciato ad acquistare spazi di programmazione e addirittura a comprare stazioni locali. Quindi, con la deregolamentazione, l'unica presenza religiosa è rimasta quella dei predicatori fondamentalisti.

Che cosa ha fatto allora la Chiesa cattolica?

La Chiesa cattolica non si è adeguata alla nuova situazione, ritenendo - insieme con le Chiese protestanti e con gli ebrei - che le stazioni avessero una sorta di obbligo verso di lei e che il governo dovesse in qualche modo esigere una programmazione religiosa di servizio pubblico. Ma sarebbe stato meglio essere più disponibili ad adattarsi alle nuove realtà.

E oggi qual è la situazione?

Esistono ancora fondamentalisti protestanti che possiedono delle reti televisive. Producono programmi di qualità tecnica elevata, ma con accentuati contenuti fondamentalisti. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, bisogna ricordare che la Conferenza episcopale ha investito energie e risorse in un progetto - a mio giudizio non del tutto condivisibile - che non ha avuto esito positivo:  l'acquisto di un canale nazionale, il Ctna, concepito come satellitare o via cavo, ma che sarebbe stato visibile solo negli uffici episcopali, affinché i vescovi potessero determinare quali programmi destinare alle stazioni televisive locali. Ho vissuto quella vicenda come membro del comitato per le comunicazioni sociali e in tale veste ho espresso le mie riserve sull'iniziativa, che poi di fatto è fallita. C'era dunque un vuoto, che è stato in qualche modo riempito da madre Angelica con il suo Eternal world television network.

Che cosa ha fatto madre Angelica per la televisione cattolica negli Stati Uniti?

La rete satellitare di madre Angelica ha incontrato il favore di una piccola parte del pubblico. Un pubblico più vasto, per esempio, ha seguito le reti in cui era una volta presente il vescovo Fulton Sheen, le cui trasmissioni erano rivolte in generale a un uditorio più ampio per favorire la conoscenza del credo cattolico. Nel contesto della società americana potevano risultare utili anche ai protestanti e agli ebrei. In questo senso, esse costituivano una significativa opportunità di evangelizzazione. Madre Angelica, invece, ha esercitato un'influenza assai più limitata su quanti erano già convinti o su quanti desideravano vedere confermata la loro fede o, a volte, i loro pregiudizi. Ha avuto molto successo e ha fatto molte cose buone, ma la sua visione ecclesiale non è del tutto accettabile. L'ho incontrata quando voleva avviare una rete radiofonica internazionale a Roma e soprattutto direi che le sfumature non fanno parte del suo carattere. Ma senza dubbio ha fatto anche molte cose buone.

Come considera l'onnipresente rete?

Internet è un'opportunità meravigliosa. Mi sono reso conto del suo valore alcuni anni fa e ho cercato di promuoverla soprattutto favorendo la creazione di un dominio per il Vaticano, il ".va" - che è di altissimo livello. Ricordo che l'International committee for the assignment of names ha opposto molte difficoltà a concedercelo. Sosteneva che avremmo dovuto usare i domini ".it" o ".org", ma alla fine la nostra battaglia per avere un dominio specifico che rispecchiasse proprio la particolarità della realtà vaticana ha avuto successo. È stato un risultato importante, perché allora c'erano siti che si definivano cattolici o persino vaticani, ma che in realtà non avevano nulla a che fare con la Chiesa:  alcuni addirittura avevano contenuti immorali o anticlericali. Ora qualunque cosa abbia come dominio ".va" è di certo autentica e nessun sito può usufruirne senza esplicita autorizzazione.

Esigenze della comunicazione ed esigenze della Chiesa sono sempre conciliabili?

Penso che a volte le esigenze dei mezzi di comunicazione sociale possano sembrare eccessive o irragionevoli agli occhi della Chiesa. Eppure sono convinto che non bisogna lasciarsi sfuggire le opportunità offerte. Occorre approfittare delle occasioni che ci vengono date per fare del bene e non avere un atteggiamento di timore, come invece accade talvolta nella stessa Chiesa. Dobbiamo essere aperti, onesti, anche se prudenti.

Pensa che i mezzi di comunicazione americani abbiano dato troppo rilievo agli scandali che hanno coinvolto una parte del clero statunitense, trascurando altri aspetti positivi del loro operato?

È certamente un peccato il fatto che gran parte del bene che la Chiesa ha fatto venga trascurato a causa di questi scandali. Alcune persone sono pregiudizialmente ostili alla Chiesa, ma è anche vero che da noi ci si aspetta il bene. Un cardinale americano mi ha chiesto:  "Che cosa possiamo fare per affrontare questa crisi?". Io gli ho risposto:  "Virtù, e in assenza di virtù, candore, che è di per sé una virtù". Noi siamo chiamati ai massimi livelli di perfezione e quando tradiamo questa fiducia non possiamo certo cavarcela criticando i mezzi di comunicazione sociale. Può anche darsi che alcuni media provino gusto nell'offrire un'immagine della Chiesa come un idolo dai piedi d'argilla. Ma comunque il fallimento è stato nostro, non loro.

L'immagine che alcuni media propongono di Benedetto XVI continua a essere influenzata dal suo antico ruolo di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede?

Uno dei compiti della Congregazione per la Dottrina della Fede è di indicare confini e limiti a una società che va estendendo in modo incontrollato e assoluto la sua libertà. E questa non è certo un'attività molto popolare. Joseph Ratzinger ha svolto questo compito per molti anni e ha cercato di valorizzarne soprattutto l'aspetto positivo, anche se poi sui media ha avuto eco soprattutto l'aspetto che potremmo definire negativo. Penso comunque che la sua azione sia stata molto efficace. Io ammiro il suo modo di parlare, di argomentare. È evidente che non solo crede in ciò che dice, ma sa spiegarlo molto efficacemente. Mi ha fatto sempre pensare all'immagine evangelica degli apostoli sulla via per Emmaus. Non ci ardeva forse il cuore nel petto - si dicevano - mentre ci spiegava le Scritture lungo il cammino? Ecco, credo che, ascoltando Benedetto XVI, avvenga una cosa analoga.

Un'altra tentazione ricorrente nei media è quella di paragonare la capacità comunicativa dell'attuale Pontefice con quella del suo predecessore.

Benedetto XVI ha certamente un carattere più riservato. È un uomo di studio, una persona che non ama attirare l'attenzione su di sé. Desidera che al centro della comunicazione ci sia il messaggio e non il messaggero. E Cristo è, allo stesso tempo, il messaggio e il messaggero. Si può dire che Giovanni Paolo II abbia evidenziato l'aspetto più comunicativo del ministero petrino, mentre Benedetto XVI quello più meditativo, riflessivo.



(©L'Osservatore Romano 11 aprile 2008)
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