A colloquio con il vescovo Giampaolo Crepaldi

Un mondo senza armi
per un futuro senza guerre


Mario Ponzi

"Non c'è pace senza disarmo. Non c'è disarmo se non tacciono i cannoni, se non si smontano, oltre alle rampe missilistiche, anche gli spiriti. La pace non si regge sull'equilibrio degli armamenti, ma sulla vicendevole fiducia, sul disarmo dei cuori". Lo scriveva Papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Era l'11 aprile del 1963. Esattamente quarantacinque anni dopo - l'11 aprile 2008 - la Chiesa si ritrova a rivolgere, ancora una volta, alla comunità internazionale l'ennesimo appello per un disarmo integrale. Lo fa riunendo una qualificata assemblea in un seminario internazionale promosso dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sul tema "Disarmo, sviluppo e pace. Prospettive per un disarmo integrale". Il seminario si è iniziato questa mattina, venerdì 11 e si conclude domani a palazzo San Calisto, in Roma.
Il tema della pace e del disarmo non è una novità nel magistero della Chiesa. Semmai ci sarebbe da chiedersi cosa fare per incidere in maniera più netta e definitiva nella coscienza del mondo. Abbiamo girato la domanda al vescovo Giampaolo Crepaldi, che del Pontificio Consiglio organizzatore è il segretario.

Smilitarizzazione e disarmo sono concetti ricorrenti nel magistero e nella dottrina sociale della Chiesa. Perché, secondo lei, la società internazionale fa tanta fatica a recepirli?

Effettivamente ci dobbiamo confrontare con una serie di problematiche che sembrano proprio confermare questa difficoltà. Si tratta di questioni che per il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace rappresentano altrettante sfide. In realtà quanto a disarmo e controllo di armi, fatta eccezione per il "Processo di Oslo" sulle munizioni a grappolo, e per l'inizio dei lavori in vista di un Trattato sul commercio delle armi convenzionali, a livello universale e regionale, si registra una scarsa volontà degli Stati nell'attuare gli impegni assunti, e nella cooperazione, a tal fine, con gli altri Stati.

Quali sono, secondo lei, i motivi?

Anzitutto credo che una parte importante sia da imputarsi al crescente ed eccessivo livello di spesa militare che ogni anno si programma; ne consegue infatti un notevole aumento del livello di armamento degli Stati. E una volta intrapresa questa strada, è difficile tornare indietro. In questi ultimi anni infatti si registra un enorme sviluppo di questa tendenza e riguarda tutti i tipi di armi convenzionali, biologiche, chimiche e nucleari.

Un fenomeno che riguarda anche le armi spaziali, oggetto di malcelata discussione tra le grandi potenze?

Direi di sì. Infatti questa tendenza al riarmo coinvolge sempre più anche lo spazio extra atmosferico sino a prospettare proprio un rischio di militarizzazione dello spazio.

E cosa dire del continuo intreccio tra economia civile e economia militare? Come superare per esempio l'ostacolo del "dual use"  nell'opera  di  controllo internazionale?

In questo campo siamo di fronte a un dato non totalmente nuovo. Tuttavia, diversi fenomeni, legati soprattutto al progresso tecnico-scientifico, sollecitano una nuova riflessione. Uno di questi fenomeni è proprio il cosiddetto "dual use", cioè la diffusione di beni e di conoscenze dalla possibile duplice destinazione d'uso, civile e militare. La diffusione di beni e conoscenze "dual use" rende difficile la distinzione tra economia civile e militare. Per questo siamo consapevoli della necessità di un serio confronto tra le diverse parti in campo e di un'altrettanto necessaria, quanto sollecita riflessione sulla sicurezza del sistema di scambi internazionali. Una riflessione che dovrebbe riguardare anche quella sorta di antinomia tra politiche di sicurezza e politiche di sviluppo anche nei settori biologico, chimico e nucleare. In questi settori, gli Stati stanno promuovendo un grande sviluppo dei programmi civili. Ma allo stesso tempo ci sono tanti Stati che stanno sviluppando programmi militari. Per questo riteniamo che quella sicurezza che dovrebbe accompagnare lo sviluppo dei programmi civili nei settori biologico, chimico e nucleare non potrà mai essere del tutto assicurata sino a quando gli stessi Stati non abbandoneranno lo sviluppo dei programmi militari.

Secondo lei le organizzazioni sovranazionali di quali strumenti giuridici dovrebbero disporre per il successo delle politiche di controllo?

Le recenti vicende hanno dimostrato che è innegabile un certo indebolimento dei sistemi di monitoraggio in diversi settori, soprattutto nei settori chimico e nucleare. Aggiungerei anche il deficit del sistema di monitoraggio nel settore biologico.
Gli organismi sovranazionali, è altrettanto innegabile, trovano difficoltà enormi. Si pensi, per esempio, al settore nucleare segnato dalla ripresa dei programmi militari da parte di diverse potenze nucleari. Se non si riesce a trovare un accordo preciso, al di là delle norme, si rischia effettivamente di ridurre la credibilità del sistema di monitoraggio che fa riferimento all'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA). Gli Stati non dotati di armi nucleari potrebbero addirittura essere indotti a giudicare questo sistema di monitoraggio come uno strumento di politica estera degli stessi Stati dotati di armi nucleari.

Come dire che il progresso tecnico-scientifico è usato come mezzo per eludere le norme su disarmo e controllo di armi o come strumento di egemonia economica o militare?

C'è effettivamente il rischio che il progresso tecnico-scientifico sia utilizzato come mezzo per eludere le norme internazionali su disarmo e controllo delle armi, o come strumento di egemonia economica o militare. Quanto al primo aspetto, il rischio è quello che gli Stati più sviluppati tendano a considerare le armi più sofisticate, cosiddette "intelligenti", compatibili con le norme su disarmo e controllo delle armi, o con il diritto internazionale umanitario. Su tali basi, solo le armi a disposizione degli Stati meno sviluppati, armi spesso meno sofisticate, sarebbero ritenute contrarie alle suddette norme giuridiche, e quindi illecite.
Quanto al secondo aspetto, nel corso della storia la scienza e la tecnica sono state spesso strumento di egemonia economica o militare. Ai rischi del passato si aggiungono oggi quelli assai temibili del presente. Fra questi vi sono il rischio di applicazioni militari della biotecnologia, o quello della realizzazione di armi biologiche geneticamente modificate. A questo proposito, desidero segnalare che il rapporto tra biotecnologia e armi è stato affrontato anche nell'ambito dei lavori del secondo Corso internazionale di formazione dei cappellani militari al diritto umanitario, organizzato dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace nel 2007.

In questo conteso si deve inserire anche la corsa al riarmo motivata dalla minaccia del terrorismo internazionale?

Questo effettivamente è un altro problema. Dopo gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti dell'11 settembre del 2001 la comunità internazionale ha adottato misure severe contro il rischio di terrorismo. Al tempo stesso, gli Stati, e in particolare le potenze nucleari, hanno avviato un rinnovo dei loro apparati militari e degli armamenti. Su tali basi, queste cosiddette politiche di sicurezza degli Stati rischiano di trasformarsi effettivamente in serie e concrete minacce per la stessa pace e per quella sicurezza che intendono difendere da attacchi di "soggetti non statali". È qui che nasce quella che definisco l'antinomia tra le politiche messe in atto per combattere il terrorismo e le politiche connesse alla sicurezza internazionale.
Tengo a precisare che quelle appena accennate sono solo alcune tra le diverse questioni connesse a disarmo, sviluppo e pace. Sono questioni che non è certamente possibile affrontare e liquidare in poche battute perché meriterebbero ciascuna uno specifico approfondimento.
Anzi proprio perché cosciente di tale complessità il nostro Pontificio Consiglio ha scelto di riunire un gruppo di esperti internazionali per discutere insieme. Si è deciso di procedere con una logica particolare. Innanzitutto il nostro seminario si ispira al concetto di "disarmo integrale" proposto dalla dottrina sociale della Chiesa. Su tali basi, la prima sessione è stata dedicata ad una riflessione etica e spirituale sul disarmo, e sulle condizioni per una geopolitica dello sviluppo e della pace. Nella seconda sessione si discuteranno alcune particolari questioni economiche e giuridiche, come il commercio internazionale delle armi, la sovrapposizione tra economia civile e militare, e la relazione tra disarmo e diritti umani. Nella terza sessione, conclusiva dei lavori, si discuterà sul ruolo dei diversi soggetti chiamati a cooperare per un "disarmo integrale", cioè i soggetti governativi e non governativi e, non da ultimo, sul ruolo delle religioni.



(©L'Osservatore Romano 12 aprile 2008)
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