Intervista a Ban Ki-moon in occasione della visita di Benedetto XVI alla sede dell'Onu

Impegno multilaterale per rendere
i diritti dell'uomo davvero universali


di Giuseppe Fiorentino

Di fronte alle minacce che in questo particolare momento storico il mondo deve affrontare - siano esse il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare, la povertà, le pandemie - l'unica soluzione possibile è multilaterale. Nessun Paese può pensare di trovare una soluzione agendo individualmente. E sono le Nazioni Unite ad avere il compito di guidare gli sforzi per scongiurare i rischi connessi alle minacce globali. Sono le Nazioni Unite a dover garantire che i diritti umani divengano veramente universali e inalienabili. Così il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, definisce l'attuale ruolo dell'Organizzazione in un'intervista rilasciata in esclusiva a "L'Osservatore Romano" in occasione della visita di Benedetto XVI al Palazzo di vetro di New York che si svolge oggi, venerdì 18.

Benedetto XVI è il terzo Papa a visitare le Nazioni Unite, ma il primo a rivolgersi all'Assemblea generale dopo i tragici eventi che hanno segnato l'inizio di questo secolo. Qual è il significato della visita di Benedetto XVI nel contesto internazionale scaturito dopo l'11 settembre 2001?

Il mondo ha certamente subito cambiamenti importanti dai tragici eventi dell'11 settembre. Le Nazioni Unite hanno lavorato duramente per affrontare il periodo immediatamente successivo a quel giorno su numerosi fronti, dall'adozione di una strategia antiterrorismo completa e diffusa alla promozione dell'Alleanza delle Civiltà, un'iniziativa volta a migliorare la comprensione e i rapporti di cooperazione fra le nazioni e i popoli attraverso le culture e le religioni. La visita di Sua Santità si svolge il giorno dell'anniversario della mia visita in Vaticano, il 18 aprile 2007. Fu allora che lo invitai alle Nazioni Unite. Attendo con trepidazione di incontrare il Santo Padre e di proseguire i nostri colloqui su questioni di interesse comune quali la lotta alla povertà, il cambiamento climatico e il disarmo.

Il messaggio di Papa Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2008, che la Chiesa cattolica celebra ogni 1° gennaio, è stato "Famiglia umana, comunità di pace" e ha offerto una riflessione a vari livelli sulla famiglia. Le Nazioni Unite considerano la famiglia la cellula primaria della società e dello sviluppo delle strategie di pace? Nei loro sforzi per promuovere la solidarietà e la comprensione internazionali, le Nazioni Unite si considerano una sede adatta a promuovere l'idea che tutti i popoli costituiscono un'unica "famiglia umana"?

Ritengo che la famiglia sia la cellula basilare della società. Ogni anno le Nazioni Unite celebrano la Giornata internazionale della famiglia, un'occasione per riflettere sul ruolo importante che essa svolge.
Le famiglie sono motori di sviluppo e contribuiscono a sostenere i loro membri, in particolare i bambini, permettendo loro di crescere. Tuttavia, le famiglie beneficiano anche dello sviluppo. Per questo motivo progredire verso i nostri obiettivi di sviluppo del millennio è così importante. Se non raggiungeremo questi obiettivi chiave per affrontare una serie di problemi economici e sociali, la capacità delle famiglie di soddisfare le necessità dei loro componenti verrà ostacolata. Ciò è tanto più vero laddove lo sviluppo è minato dal conflitti. L'insicurezza minaccia le famiglie, indebolendo inoltre gli sforzi per ripristinare la stabilità.

Nello stesso messaggio, il Papa parla anche dell'imperativo morale di avere cura dell'ambiente. Fin dall'inizio del suo mandato, lei ha fatto della lotta al cambiamento climatico una priorità. Quanto è determinante che la comunità internazionale partecipi agli sforzi contro il cambiamento climatico? In che modo i Paesi poveri possono far fronte a tutto ciò dal momento che criteri ambientali severi potrebbero anche significare una riduzione delle potenzialità di sviluppo? Quanto è grande il ruolo che le Nazioni Unite possono svolgere nella lotta contro il cambiamento climatico?

Di fatto, il cambiamento climatico era una mia personale priorità già prima di assumere la carica di Segretario Generale. Sono molto orgoglioso dei risultati ottenuti e credo che essi provino con forza lo slancio internazionale nell'affrontare il problema. Lo scorso anno, il Panel intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico è stato insignito del Premio Nobel per la Pace per la sua opera decennale grazie alla quale si è compreso che i mutamenti climatici non stanno solo verificandosi, ma stanno anche accelerando. I colloqui di Bali sul clima promossi dalle Nazioni Unite hanno elaborato una "Road Map" orientata a un nuovo accordo globale che affronterà il cambiamento climatico con maggiore efficacia sul lungo termine.
I Paesi industrializzati devono assumere un ruolo guida, ma il successo è possibile soltanto se agiranno tutti i Paesi. Più ambiziosi saranno gli impegni dei Paesi industrializzati, più iniziative possiamo aspettarci dai Paesi in via di sviluppo. Più i Paesi in via di sviluppo si impegneranno, più ambiziosamente i Paesi industrializzati svilupperanno i loro programmi.
Il cambiamento climatico offre inoltre opportunità per avviare una nuova era di "economie verdi" in cui ciò che è buono per l'ambiente rivela anche un profitto. Gli investimenti nel campo delle fonti rinnovabili e in efficaci tecnologie energetiche stanno già aumentando. Ora dobbiamo incrementare notevolmente le iniziative relative all'energia pulita.
Le Nazioni Unite, dal canto loro, continueranno a svolgere un ruolo centrale nell'affrontare il cambiamento climatico mentre i negoziati proseguiranno sulla base di un trattato giuridicamente vincolante che sostituirà il Protocollo di Kyoto alla sua scadenza nel 2012. Personalmente continuerò a impegnarmi per tali questioni, ma una sola persona non può fare tutto. Non è necessario solo l'impegno degli Stati membri, ma di tutta la società civile - inclusi i gruppi religiosi - che deve pronunciarsi sulla necessità di agire per combattere il cambiamento climatico.

Gli studi riferiscono di potenziali crisi internazionali provocate da lotte per le risorse naturali limitate come l'acqua e l'energia. Le Nazioni Unite hanno già definito o intendono definire misure e accordi internazionali per impedire che ciò accada? Sarebbero possibili veri accordi internazionali?

Le Nazioni Unite prendono molto sul serio le possibili crisi internazionali causate dalle lotte per le risorse naturali limitate. Infatti, si stanno già verificando. La lotta per l'accesso all'acqua e alla terra coltivabile è importante ad esempio per comprendere il conflitto del Darfur.
Ciò nonostante bisogna ricordare che la competizione fra Paesi e gruppi per tali risorse limitate ha storicamente offerto anche l'opportunità di raggiungere accordi sulla condivisione. Intese che sono poi state capaci di promuovere una sicurezza duratura.

Il documento conclusivo del Vertice mondiale del 2005 utilizza l'espressione "responsabilità di proteggere" e il Consiglio di sicurezza vi ricorre nella sua risoluzione sulla protezione dei civili nei conflitti armati. Che cosa significa ciò concretamente?

Mettere in atto il principio della responsabilità di proteggere è un imperativo fondamentale. Si sono fatti alcuni progressi negli ultimi anni verso una maggiore protezione dei civili.
I mandati di "peacekeeping" delle Nazioni Unite includono attività di protezione. I processi di mediazione stanno anche prendendo in grande considerazione le questioni umanitarie, un altro segno incoraggiante. Sul fronte giuridico, osserviamo sforzi volti a combattere l'impunità dei crimini di guerra e dei crimini contro l'umanità.
Di recente ho chiesto al mio consigliere speciale, Edward Luck, di lavorare sullo sviluppo concettuale e sulla creazione del consenso per aiutare anche nel futuro l'Assemblea generale a considerare la questione cruciale della responsabilità di proteggere. Il signor Luck elaborerà delle proposte che verranno sottoposte all'attenzione dei membri delle Nazioni Unite.
Nel mondo, le Nazioni Unite stanno già operando per proteggere i civili in vari modi. La piaga delle vittime più giovani - dei bambini inquadrati nel mirino - è di primaria importanza. Il mio rappresentante speciale per i bambini e il conflitto armato, la signora Radhika Coomaraswamy, si reca in vari siti per puntare i riflettori sulle situazioni che costituiscono una minaccia per i più piccoli. Si adopera anche per sostenere la smobilitazione dei bambini soldato e la loro reintegrazione nelle rispettive comunità.
La situazione nel Darfur è ora il test più immediato sulla capacità che abbiamo nell'applicare la responsabilità di proteggere. Per questo ho bisogno del sostegno internazionale per dispiegare le truppe - già autorizzate - a cui sarà affidato il compito di "peacekeeping", mentre ci adoperiamo per raggiungere un accordo di pace duraturo. Al contempo, dobbiamo garantire che gli aiuti umanitari raggiungano tutti coloro che ne dipendono disperatamente per la sopravvivenza.
In definitiva, il numero di esistenze a repentaglio è troppo alto per permettere che la responsabilità di proteggere rimanga soltanto un esercizio accademico. Dobbiamo unire le forze e tradurre veramente la teoria in pratica.

Quali pensa siano stati i cambiamenti più determinanti nel corso dei 63 anni di esistenza dell'Organizzazione delle Nazioni Unite relativamente al suo ruolo nelle aree primarie dello sviluppo, della sicurezza e dei diritti umani?

La risposta a questa domanda potrebbe riempire capitoli e capitoli! Se guardiamo indietro, a più di 60 anni fa, vediamo che le Nazioni Unite sono cambiate molto. Sono passate dall'essere un semplice "luogo di discussione" a un'organizzazione operativa, che schiera più di centomila caschi blu nel mondo, nutre milioni di affamati e offre riparo a quanti fuggono dai conflitti. E questo è solo un aspetto del nostro lavoro.
Tuttavia, direi che uno dei cambiamenti più decisivi è l'atteggiamento degli Stati che compongono l'organizzazione. Ora è chiaro a tutti che, alla luce delle minacce che affrontiamo, siano esse il cambiamento climatico, le pandemie, la proliferazione nucleare, la povertà - per menzionarne solo alcune - l'unica soluzione è multilaterale. Nessun Paese può affrontare questi problemi da solo. Le Nazioni Unite hanno il compito di guidare gli sforzi per affrontare le minacce globali. Tuttavia, questo compito unico non dovrebbe essere dato per scontato. L'organizzazione deve mostrarsi all'altezza di questa sfida perché non esiste alcun altro forum che possa legittimamente affrontare tanto efficacemente questi problemi su scala mondiale.

Infine, le Nazioni Unite in che modo intendono celebrare il 60º anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo? Oggi, dopo sessanta anni, cosa impedisce maggiormente di accettare ovunque come "universali e inalienabili" i diritti umani fondamentali enunciati nella Dichiarazione?

Negli ultimi sessanta anni, abbiamo assistito a grandissimi progressi nella percezione dell'universalità dei diritti umani, ma questo anniversario dovrebbe veramente far pensare al futuro. Per celebrare questa importante pietra miliare, ho mobilitato tutta la famiglia delle Nazioni Unite nella nostra campagna per l'anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Dobbiamo fare ancora molto. Mediante iniziative concrete e un sostegno orientato a ottenere dei risultati, saremo più vicini all'obiettivo della piena integrazione dei diritti umani in tutti gli aspetti dell'attività delle Nazioni Unite. In tal modo, potremo promuovere l'idea originaria della Dichiarazione:  un insieme indivisibile di diritti, inalienabili per tutta l'umanità.
Esistono ancora degli ostacoli alla autentica realizzazione della Dichiarazione. Per realizzare e dare vigore ai diritti umani laddove serve, bisogna assumere impegni precisi e proprio i Paesi firmatari devono dimostrarsi affidabili in relazione a tali impegni. Anche gli sforzi collettivi delle organizzazioni internazionali e della società civile sono importanti.
Rendere i diritti umani veramente universali e inalienabili è per tutti noi un altissimo dovere.



(©L'Osservatore Romano 19 aprile 2008)
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