Intervista all'arcivescovo Piero Marini,
presidente del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali

Celebrazioni eucaristiche
sempre più curate e partecipate


di Gianluca Biccini

Presto anche i congressi nazionali e regionali organizzati dalle Chiese locali saranno di competenza del Pontificio Comitato per i Congressi eucaristici internazionali:  la revisione degli statuti, in corso di completamento, attribuisce infatti al comitato nuove e più ampie facoltà. Lo riferisce in un'intervista al nostro giornale il nuovo presidente, l'arcivescovo Piero Marini, chiamato da Benedetto XVI a portare la propria esperienza ventennale di Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie nell'organizzazione di questi eventi ecclesiali. Il presule parla anche del prossimo appuntamento a Québec auspicando che sia "un tempo forte di meditazione e di preghiera, perché la Chiesa diventi nel mondo testimone del dono della vita del Signore offerta e condivisa nell'Eucaristia".

Dallo scorso 30 settembre lei presiede il Pontificio Comitato può tracciare un bilancio di questi primi mesi.

Questa nomina mi ha permesso di continuare a occuparmi di un settore della vita ecclesiale per me non completamente nuovo. Come Maestro delle Celebrazioni liturgiche pontificie ho avuto l'occasione di preparare e di prendere parte alla celebrazione eucaristica conclusiva, presieduta dal Papa, di quattro Congressi eucaristici internazionali:  a Seoul nel 1989, a Siviglia nel 1993, a Wroclaw nel 1997 e a Roma nel 2000. In qualche modo, dunque, fin dall'inizio mi sono sentito inserito nella tradizione di tali congressi. Inoltre tutta l'attività del Comitato ha come centro e finalità il mistero eucaristico e in particolare la celebrazione concreta dell'Eucaristia. Questo mi ha posto davanti una realtà bella e interessante riguardo l'Eucaristia.
Questi primi mesi nel Pontificio comitato sono dunque per me come una finestra aperta sulla celebrazione dell'Eucaristia fonte e culmine della vita della Chiesa.

Mancano due mesi all'appuntamento del 49º Congresso eucaristico internazionale, che avrà luogo in Québec. A che punto è la preparazione?

Per tale celebrazione devo ringraziare coloro che si sono impegnati nell'organizzazione di questo grande congresso. Anzitutto il mio predecessore il cardinale Jozef Tomko, che ha portato avanti con cura e amore il lavoro di preparazione iniziato fin dal 2004 subito dopo il congresso di Guadalajara. Debbo inoltre ringraziare il cardinale Marc Ouellet, arcivescovo di Québec e primate del Canada, per l'entusiasmo, la competenza e l'impegno che ha dedicato al congresso. Il cardinale arcivescovo e la Chiesa particolare di Québec hanno portato in questi ultimi anni il peso più grande della preparazione. Per questo spero che il congresso sia fonte di vita e segni una rinnovata primavera nella Chiesa nel Québec, in Canada e in tutto il mondo.

Benedetto XVI ha invitato di recente a "ripensare le celebrazioni di massa". Lo ha fatto proprio con un esplicito richiamo a uno dei più importanti Congressi eucaristici della storia, quello di Monaco 1960 in cui prese vita il concetto della "Statio Orbis". Il Papa ha anche accennato a due problemi pratici:  la partecipazione consapevole dei fedeli, che potrebbe venir meno, e l'eccessivo numero di concelebranti. Lei cosa pensa di questa sollecitazione?

A partire della seconda metà del secolo scorso, in prossimità del Concilio Vaticano II e anche a seguito delle riforme di Pio XII concernenti la veglia pasquale e la settimana santa, l'attenzione nei congressi eucaristici venne sempre più indirizzata, oltre all'adorazione e alla processione eucaristica, sulla celebrazione della messa:  ne è testimonianza il titolo Statio Orbis dato alla celebrazione conclusiva del 37° congresso celebrato in Baviera. Da allora la celebrazione conclusiva dei congressi eucaristici ha assunto la fisionomia di una sosta in cui le Chiese particolari di varie parti dell'Orbe si uniscono in comunione con il Papa o con il suo Legato intorno al mistero eucaristico, per manifestare e approfondire la propria fede.
È evidente tuttavia che il fenomeno delle celebrazioni di massa si è sviluppato soprattutto dopo il Concilio. Oltre ai mezzi della comunicazione sociale due fattori hanno contribuito in modo determinante:  la relazione tra celebrazione liturgica e Chiesa messa in risalto dal Vaticano II e i viaggi apostolici intrapresi dai Pontefici, divenuti ormai espressione caratteristica dell'esercizio del ministero petrino.
Le celebrazioni presiedute dal Papa sono così diventate icone dell'unità e della cattolicità della Chiesa. Alcune di esse tuttavia, soprattutto quelle con grande numero di fedeli come le Giornate mondiali della gioventù, presentano - ha osservato di recente Benedetto XVI - alcuni problemi di difficile soluzione. Essi riguardano il numero dei concelebranti, la distribuzione della comunione ai fedeli e più in generale la partecipazione concreta.
Il Papa ha già dato alcune indicazioni per quanto riguarda la partecipazione dei sacerdoti concelebranti, fissando la condizione che essi siano collocati sul palco-presbiterio in modo che appaia evidente la loro relazione con l'altare.
Rimangono tuttavia irrisolti molti problemi concernenti l'attiva partecipazione, che bisognerà in qualche modo risolvere tenendo conto che la celebrazione dell'eucaristia è nata per una comunità limitata di persone. Il termine Statio, proprio del periodo medioevale, usato nel congresso eucaristico di Monaco e riproposto a tutta la Chiesa dal nuovo Cerimoniale episcoporum, che denomina la messa presieduta dal vescovo Missa stationalis, ha come soggetto proprio la comunità radunata in assemblea, a differenza del titolo Missa pontificalis che aveva come soggetto il Pontifex. Il termine Statio si riferisce in primo luogo alla comunità locale riunita (statio) per la celebrazione:  e quindi indica sempre che la comunità che si riunisce per la celebrazione dell'Eucaristia è in qualche modo limitata.
Nella stessa occasione Benedetto XVI aveva invitato a trovare soluzioni concrete a quello che per lui rimane un problema. Vi sentite interpellati come Pontificio Comitato?
Il problema si pone ormai all'attenzione di tutti da vari decenni. A mio giudizio è necessario che si affronti con uno studio serio e si diano indicazioni di carattere liturgico-pastorale.

Oggi sembra tornato di grande attualità il dibattito sulla riforma liturgica scaturita dal Concilio. Come giudica il cammino compiuto in oltre quarant'anni?

Ho seguito, fin dal periodo del Vaticano II, l'attuazione della riforma liturgica per ben ventidue anni, prima nel Consilium ad exsequendam constitutionem de Sacra Liturgia e poi nella Congregazione per il Culto Divino. Successivamente, per oltre vent'anni ho potuto celebrare la liturgia voluta dal Concilio in oltre cento Paesi, in occasione dei viaggi di Papa Wojtyla. Ho così organizzato con gli esperti locali innumerevoli celebrazioni dell'Eucaristia, della Liturgia delle ore, della Parola di Dio, dei sacramenti, celebrazioni ecumeniche in tante lingue e culture. Ovunque la liturgia voluta dal Concilio è stata celebrata con viva partecipazione ed entusiasmo. Ognuno ha percepito la liturgia come propria della Chiesa locale e nello stesso tempo come espressione della Chiesa universale. La prassi celebrativa ha confermato che la riforma liturgica è stata necessaria perché basata su principi teologici profondi e di perenne validità. Pertanto essa è un cammino irreversibile.  I  padri  conciliari  e il Romano Pontefice nella Sacrosanctum Concilium, facendo proprie le parole di Pio XII, hanno definito il rinnovamento della liturgia come un passaggio dello Spirito Santo nella Chiesa. Il significato di questa affermazione fa dunque parte del tessuto della fede ecclesiale odierna. La celebrazione della liturgia quindi non può essere separata dalla vita della Chiesa. E la Chiesa che vive - cito Paolo VI - è la Chiesa di oggi, non la Chiesa di ieri o la Chiesa del domani.
È questo il motivo per cui il Concilio si è occupato anzitutto della liturgia. Per il Concilio il rinnovamento della Chiesa, l'ecumenismo e l'azione missionaria dipendono dal modo in cui si vive la liturgia.
Ma celebrare la liturgia voluta dal Concilio, come affermava Papa Montini, non è cosa facile, come non è cosa facile vivere la vita della Chiesa. Anzi celebrare la liturgia del Concilio è cosa difficile e delicata. Occorre interessamento diretto e metodico, richiede pazienza, perseveranza, impegno personale e amoroso e tanta carità pastorale. Tutto questo però è necessario se vogliamo che la vita della Chiesa si rinnovi e che tutti si sentano chiamati alla salvezza. La pastorale liturgica è un impegno sempre permanente.
Lasciamoci dunque guidare dallo Spirito Santo che ha ispirato il movimento liturgico, Paolo VI e i padri conciliari e continuiamo a portare avanti con rinnovato impegno ed entusiasmo la pastorale liturgica nelle nostre comunità ecclesiali.

Molti hanno interpretato la "Summorum Pontificum" come una battuta d'arresto in questo cammino di attuazione. Che idea si è fatto riguardo alla vicenda?

Il testo del motu proprio va letto nel contesto in cui il Papa lo ha collocato. "Oggi - dice Benedetto XVI nella lettera di accompagnamento indirizzata ai Vescovi - ci si impone un obbligo:  fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell'unità, sia reso possibile restare in questa unità o di ritrovarla nuovamente". Per noi cattolici il Papa è nella Chiesa il segno visibile dell'unità, è il Vescovo della Chiesa di Roma chiamata a presiedere tutte le altre Chiese nella carità. Il Papa è stato chiamato dal Signore ad esercitare il ministero petrino, a fare cioè ogni sforzo perché la rete della Chiesa rimanga integra. Egli pertanto ha il diritto e il dovere di provvedere alla unità della Chiesa. Chi gli può negare questo dovere o quest'obbligo? Proprio la Liturgia, per chi la vive con autenticità, è scuola che forma al vero senso della Chiesa nel rispetto dei diversi compiti e ministeri e nell'obbedienza a chi presiede.
Infine è da ricordare che il motu proprio non intende introdurre modifiche nel Messale Romano attuale né esprimere un giudizio negativo sulla riforma liturgica voluta dal Concilio:  il Messale  Romano promulgato da Paolo VI è l'espressione ordinaria della "legge della preghiera"; il Messale promulgato da san Pio V deve essere considerato  come  espressione  straordinaria della stessa "legge di preghiera". Con questa nuova disposizione Benedetto XVI non vuole che "venga intaccata l'autorità del Concilio" o che "venga messa in dubbio la riforma liturgica". Anzi la decisione del Papa non ha comportato finora alcun cambiamento nella prassi celebrativa delle nostre comunità ecclesiali. Il suo è stato solo un gesto a servizio dell'unità. Guardiamo dunque avanti e continuiamo con entusiasmo il cammino intrapreso dal Concilio.



(©L'Osservatore Romano 26 aprile 2008)
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